Quando l'arte del cinema assolve al suo ruolo di raccontare, diventa nobile.
Era inevitabile che alla Mostra del Cinema di Venezia – da sempre palcoscenico internazionale non solo per il cinema, ma anche per temi politici e sociali – la questione palestinese irrompesse nel dibattito.
Ha creato forte discussione e tensioni l’esclusione dal Lido di due attori inizialmente invitati, Gal Gadot e Gerard Butler, richiesta dagli attivisti di Venice4Palestine. L’israeliana e lo scozzese sono infatti noti sostenitori delle forze armate israeliane nell’invasione di Gaza, e della creazione di nuovi insediamenti in Cisgiordania.
Sulla vicenda è intervenuto il cineasta premio Oscar Paolo Sorrentino:
«Se mi si invita a riconoscere che è in corso un genocidio, la risposta è assolutamente sì. I fatti e le testimonianze sono evidenti, provenienti da fonti istituzionali affidabili».
Ma ha preso le distanze dalle richieste di censura o boicottaggio:
«Se si scivola nell’emotività di chiedere di escludere artisti o opere, io faccio un passo indietro. Il cinema è fatto di tante voci, anche quelle che ci irritano».
Opinione condivisibile, perché l’arte non impone divieti. Quello è compito di noi spettatori.
Un esempio: Ezra Pound, grande poeta, ebbe ammirazione per Mussolini, Hitler e perfino Oswald Mosley. Trasferitosi in Italia a metà degli anni Venti, sostenne il regime fascista fino alla caduta della Repubblica di Salò. Basta non leggerlo.
Lo stesso vale per Valery Gergiev, direttore d’orchestra russo vicino a Vladimir Putin, che avrebbe dovuto esibirsi quest’estate alla Reggia di Caserta, concerto poi annullato.
Chiamare questi artisti è una scelta politica, che lo spettatore può sabotare.
Ma a stagliarsi tra le polemiche, a Venezia, è stato il film The Voice of Hind Rajab, vincitore del Leone d’Argento e candidato dalla Tunisia agli Oscar 2026 come miglior film straniero. Tra i produttori esecutivi: Brad Pitt, Joaquin Phoenix e Alfonso Cuarón.
Il film racconta la storia di Hind, una bambina di 5 anni assassinata da un carro armato israeliano durante la guerra a Gaza, mentre al telefono chiedeva aiuto alla Mezzaluna Rossa, dopo aver visto morire la sua famiglia, trafitta da molteplici proiettili.
Il riconoscimento, oltre a denunciare ciò che sta annientando un'intera generazione – sono 18.500 i bambini morti nel conflitto, secondo l’UNICEF, e The Washington Post ha pubblicato i loro nomi – è un atto di signorilità da parte di un’arte che, ancora una volta, riesce a raggiungere tutto il pianeta.
Vittorio Alfieri