“Perché ero ragazzo”: la voce dal carcere di Alaa Faraj, il calciatore libico scambiato...
«Perché ero ragazzo, per questo ho trasformato la fragilità in forza. Perché ero ragazzo, ho trasformato la lontananza in lotta per rivedere la mia famiglia. Perché ero ragazzo, ho trasformato l'ingiustizia in voglia di sopravvivenza per la giustizia. Perché ero ragazzo, ho trasformato la speranza in fiducia».
Le parole di Alaa Faraj, scritte a mano in una cella italiana, sono il cuore di Perché ero ragazzo, un libro che è insieme testimonianza personale e atto d’accusa contro un sistema che troppo spesso trasforma i sopravvissuti in colpevoli.
Nato a Bengasi nel 1995, promessa del calcio libico e studente di ingegneria, Alaa nel 2015 decide di fuggire dalla guerra civile. Insieme a tre amici calciatori tenta la traversata verso l’Italia, ma quel viaggio diventa tragedia: 49 persone muoiono soffocate nella stiva. È la cosiddetta “strage di Ferragosto”. Sopravvissuto, Faraj viene accusato di essere uno degli scafisti. Da allora, dieci anni di carcere, con una condanna che lo terrà recluso fino al 2045.
La sua storia, raccolta e seguita da Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto e attivista, è oggi un libro scritto in un italiano imparato dietro le sbarre, «una lingua naturalmente delicata, colma di dignità e stupore». Pagine nate da fogli riciclati, spediti lettera dopo lettera, che compongono il romanzo di «uno scandalo umano e giudiziario attraverso lo sguardo sbigottito di un ragazzo che non ha mai smesso di sognare».
In carcere Alaa non si è arreso. Ha studiato, ha continuato a scrivere, ha cercato di trasformare la detenzione in occasione di formazione e resistenza. La sua è una biografia segnata dalla speranza: nonostante la condanna e la durezza della vita dietro le sbarre, Faraj continua a dichiararsi innocente, rifiutando l’etichetta di criminale.
La sua vicenda non è isolata. Negli ultimi dieci anni in Italia sono state arrestate oltre tremila persone accusate di essere scafisti: «l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio del traffico di vite umane», come sottolineano i giudici. Ma i veri trafficanti, quelli che gestiscono i flussi e i profitti, restano al sicuro nei paesi d’origine, spesso in rapporti ambigui con le stesse autorità locali.
Perché ero ragazzo diventa così più di un memoriale: è un grido collettivo, che unisce voci diverse – scrittori, attivisti, giornalisti, don Ciotti – in una battaglia per la verità e la giustizia. Come ricorda Sciurba nella postfazione, «la voce di Alaa ha bisogno di tutte le nostre voci per esistere, e, anche se potrebbe essere troppo tardi per cambiare il finale di questa storia, attraverso queste pagine il suo racconto può adesso andare libero nel mondo in cerca di una giustizia diversa».
Oggi, mentre il Mediterraneo continua a inghiottire vite e la cronaca restituisce quotidianamente il dramma dei naufragi, il libro di Faraj impone una riflessione più ampia: quante storie simili restano invisibili, quante biografie spezzate rischiano di perdersi dietro le statistiche. La vicenda di Alaa non è soltanto quella di un ragazzo libico condannato come scafista, ma è lo specchio di un’Europa che ancora fatica a distinguere tra vittime e colpevoli, tra chi fugge per vivere e chi sfrutta quella fuga per profitto.
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