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07/01/2026 06:00:00

Crans Montana: quando la tragedia nasce dall’impossibilità di salvarsi

Crans Montana: una strage in cui non sono responsabili le vittime. Non perché genitori e figli dovessero sapere come mettersi in salvo, ma perché non c’erano le condizioni né fisiche né psicologiche per poter permettere il salvataggio di tutti.

 

Nessun essere umano, e soprattutto nessun giovane, morto in una situazione impossibile, merita una memoria in cui si dica che, se avesse fatto il corso giusto di salvataggio o se fosse stato meno leggero, si sarebbe salvato. La leggerezza fa parte della gioventù e dell’adolescenza, perché sono gli anni di vita che formano l’esperienza che permette anche la prevedibilità. Per questo la responsabilità è più degli adulti che dei giovani, ma non tanto dei genitori che consentono ai ragazzi una serata di svago in un luogo che dovrebbe essere sicuro, quanto dei proprietari del luogo. Anche perché i giovani sono stati vittime ed eroi, avendo cercato di salvare i coetanei.

Renderli concausa si chiama deresponsabilizzazione dell’adulto critico: un meccanismo difensivo che permette di sentirsi dalla parte dei buoni, dei giusti, di coloro che non avrebbero fatto, che non fanno e che non farebbero, consentendo di allontanarsi psicologicamente dal dramma per non sentirsi colpevoli, forse, di quella libertà che ognuno dà al proprio figlio, perché fa parte del processo di crescita, e per non sentire il dolore. In più, la deresponsabilizzazione e l’accusa diretta o indiretta non dovrebbero essere attivate da persone che hanno un potere mediatico; anzi, questo atteggiamento deve essere riconosciuto e arginato.

 

Una strage necessita di tempi adeguati e di fasi specifiche per essere metabolizzata, e alcune non lo saranno mai completamente. Sicuramente non è questo il tempo della ricerca della soluzione, soprattutto se questa responsabilizza le vittime. La soluzione deve essere coerente con il problema che la richiede e, in questo caso, dovrà essere seria, ferma e decisa e dovrà richiedere impegno politico, che non diventi l’ennesima censura per far prima, ma rispetto delle normative vigenti o nuove tutele, anche sui fuochi d’artificio non protetti, essendoci oggi valide alternative.

 

 

Un giovane o un adulto possono salvarsi se messi nelle condizioni giuste; altrimenti si tratta di un miracolo, come quello accaduto ai ragazzi che si sono messi subito in fuga. Forse erano nell’angolo giusto del locale, quello che ha permesso subito un’inquadratura cerebrale corretta del disastro che si sarebbe compiuto di lì a poco, che ha consentito un’istantanea prevedibilità; forse erano nelle condizioni mentali di reagire; forse non avevano un fratello o un amico da salvare; forse la paura e l’incredulità non hanno tardato e rallentato loro l’azione; forse il loro cervello ha compreso subito che non si trattava di un effetto scenico; forse hanno un carattere più impulsivo che ha salvato loro la vita.

 

In situazione di pericolo, il Sistema Nervoso Autonomo si attiva gerarchicamente:
– per primo il Sistema di Impegno Sociale o Ventro Vagale: il primo livello si attiva con segnali di sicurezza e connessione, come espressioni facciali e tono della voce, che connettono al gruppo e al contesto;
– poi il Sistema Simpatico per la risposta di lotta o fuga: se la minaccia persiste, se il pericolo è percepito e il sistema sociale fallisce, si attiva per mobilitare energia, come l’aumento del battito cardiaco e la tensione muscolare;
– infine, il Sistema Dorso Vagale, immobilizzazione o congelamento (freezing) per protezione estrema: se la lotta o la fuga non sono possibili, si attiva la risposta più primitiva di “congelamento” o “spegnimento”, che può portare a dissociazione, secondo la Teoria Polivagale di Porges.

 

In una tragedia di questo tipo non è corretto condannare le vittime. Non è corretto spostare la responsabilità sui minori che, nel momento in cui entrano in un locale, affidano la loro incolumità e la loro ingenuità nelle mani di gestori adulti e degli organi della sicurezza che hanno l’obbligo di tutelarli. La tutela delle norme serve per prevenire, non per parlarne dopo.

 

Un locale più zeppo del consentito non può essere spiegato psicologicamente nei termini in cui sta avvenendo, perché è un pericolo annunciato e per questo è vietato. Quanti locali sono davvero a posto con i controlli? Quante discoteche esistono sotto terra? Anzi, il “sottoterra” è tipico di questi locali, che sono regolamentati. Il contrario è responsabilità.

 

Una scala a imbuto, l’unica che permetta la fuga, è possibile? No. Un’uscita di sicurezza che è serrata. Un meccanismo antincendio che non funziona. Materiale infiammabile e utilizzo di fiamme in un locale. Non funzionava davvero niente in questo locale: possibile?

 

Vorrei sapere, in tutto questo, come si possa pensare a una leggerezza dei ragazzi e dei genitori. La leggerezza delinquenziale è dei responsabili e la giustizia deve garantirsi il decorso che permetterà, nelle vittime e nelle persone oggi sconvolte, di dare la giusta direzione alla responsabilità. Un processo che è salvifico nella vittima e nel bisogno di integrazione e coerenza della mente.

 

L’essere umano è un’entità biologica e sociale complessa, in cui un trauma o una lesione dell’integrità psicofisica può manifestarsi, a seconda del corredo genetico, della personalità, della biografia e della situazione relazionale ed esistenziale, nelle forme e modalità più diverse. Non può esistere un modello standard, ma è necessaria un’analisi attenta e professionale.

 

In questa strage dovrà essere provata una colpa e un danno, ripercorrendo e descrivendo in maniera scientificamente trasparente e comprensibile il grado e l’entità di compromissione che quel particolare trauma ha prodotto in quello specifico sopravvissuto. La compromissione potrà essere rappresentata anche da una successiva psicopatologia o da altre conseguenze riconducibili al concetto di lesione dell’integrità o di limitazione delle potenzialità.

Questo procedimento di giustizia verso i veri colpevoli non può essere inquinato, nei mezzi di comunicazione, da colpevolizzazioni fuorvianti che creano trauma su trauma in chi ha subito lo shock e il reato.

 

I fuochi d’artificio ogni anno mietono vittime all’aperto, ma non solo: anche stragi al chiuso, e quella di Crans Montana è l’ultima di un lungo elenco. Perché la politica fa finta di niente e viene permessa la vendita di materiali che sembrano più armi che giochi? L’accensione di una fiamma non protetta in un locale chiuso diventa più un’arma che un gioco.

 

In questi giorni circolano sul web molte teorie che tentano di spiegare cosa accade al cervello quando paralizza la fuga, ma la fuga non è stata solo paralizzata dal cervello, bensì dall’impossibilità di evacuare il locale. Nessun locale senza vie di fuga può essere evacuato in cinque minuti, perché sembra che sia proprio in cinque minuti che Le Constellation sia stato divorato dalle fiamme e in due minuti travolto dalle esalazioni tossiche e dall’incandescenza. In cinque minuti è difficile evacuare anche un luogo dove le norme sono garantite: come si può evacuare un luogo sovraffollato, senza uscite di sicurezza, con un’unica uscita stretta?

 

Oggi abbiamo familiari e amici delle vittime disperati, una comunità scossa dall’idea che ogni disastro sia dietro l’angolo, che tutto possa accadere da un momento all’altro. In ospedale ci sono i sopravvissuti in condizioni critiche, che avranno per sempre segni fisici e psicologici dell’accaduto, che dovranno sopportare i dolori degli interventi ripetuti e necessari per riportare i loro corpi a una sufficiente normalità.

 

Mentre il lutto di Crans Montana attraversa tutte le città e si piange il dolore sostenendo le vittime, mentre si spera che anche la preghiera possa accarezzare i cuori dilaniati, mentre si ridescrive il racconto a chi è spaventato, non si dovrebbe leggere o sentire lo spostamento della responsabilità e il giudizio critico sulle vittime. Perché la vittima è e resta vittima e non può subire un secondo processo mediatico, ma deve essere tutelata.

 

 

Non deve essere innescato un meccanismo di distrazione che allontana dai veri colpevoli. Definire giustamente i responsabili fa parte del processo di cura della vittima e del trauma. Colpevolizzarla, invece, riacutizza e amplia la dimensione del trauma e, per questo, sono necessarie comprensione e vicinanza in una comunità che si stringe empaticamente attorno alle vittime.

 

Anna Maria Tranchida, psicoterapeuta