Ci sono collane editoriali che riescono a imporsi come costellazioni narrative, e Gramma, di Feltrinelli, è una di queste. È probabilmente la più interessante tra quelle comparse negli ultimi anni in Italia: ogni titolo che pubblica sembra essere una piccola rivelazione, un nuovo tassello di un discorso letterario coerente e radicale. La notte devastata, il romanzo di Jean-Baptiste Del Amo, non fa eccezione: è, a tutti gli effetti, una nuova perla.
Del Amo rende omaggio ai maestri dell’horror, e a Stephen King in particolare, citato in epigrafe. In fondo, IT resta la pietra angolare della narrativa del terrore degli ultimi quarant’anni — e Del Amo ne raccoglie l’eredità scegliendo una situazione tanto classica quanto efficace: un gruppo di ragazzi, una casa infestata. Ma la sua operazione è tutt’altro che nostalgica. L’ambientazione — le periferie francesi negli anni ’90 — sposta quel mito americano della cittadina qualsiasi in un contesto sociale ruvido e riconoscibile, popolato da solitudini, frustrazioni e sogni adolescenziali.
La postfazione, in cui l’autore (e con lui noi lettori) ripercorre i riferimenti cinematografici e letterari cari ai suoi protagonisti, vale da sola il prezzo del biglietto. È un atto d’amore verso una cultura pop condivisa, che diventa linguaggio dell’infanzia e codice dell’amicizia.
Ma il vero cuore del romanzo è la casa infestata stessa: una presenza ambigua, viva, quasi una forma di intelligenza. Non è solo il luogo del male, ma un dispositivo che copia e riproduce il mondo esterno, creando un doppio perfetto. In quella replica tutto può accadere: i desideri, che siano d’amore o di vendetta, trovano un modo per realizzarsi. È inevitabile pensare al “sottosopra” di Stranger Things, ma Del Amo va oltre il gioco della citazione. Nella sua casa specchiante si avverte una domanda più radicale: che cosa succede quando un mondo finto diventa abbastanza credibile da sostituire quello reale?
Leggendo La notte devastata il rimando è al rapporto con l’intelligenza artificiale, con le sue immagini quasi vere, con le sue parole quasi perfette. Quasi. In quel “quasi” sta un’intera vertigine: la promessa di un mondo costruito a nostra misura, ma che ci restituisce solo un riflesso, una forma svuotata del nostro stesso desiderio. Del Amo ci ricorda che l’orrore non è nelle case infestate — è nel momento in cui il nostro sogno di realtà impeccabile inizia a sembrare più vivo del mondo stesso. E allora sì, la letteratura dell’orrore continua a essere, più di ogni altra, la forma che sa dare volto e corpo alle paure del presente.