Fumata nera nella Dc sulla successione a Totò Cuffaro. Il Consiglio nazionale del partito, convocato sabato a Roma dal segretario facente funzioni Gianpiero Samorì, non ha potuto procedere all’elezione del nuovo leader per l’assenza del quorum previsto dallo statuto. La scelta è stata quindi rinviata, con una nuova riunione fissata tra circa quindici giorni.
Secondo quanto trapela da ambienti interni al partito, nel corso del confronto un gruppo di dirigenti siciliani vicini a Stefano Cirillo, sospeso da Samorì dall’incarico di segretario regionale per presunte irregolarità nella gestione dei bilanci e presente ai lavori, avrebbe avanzato una candidatura per la guida della Dc. Tuttavia, non essendoci i numeri per votare, si sarebbe fatta strada l’ipotesi alternativa di nominare due vicesegretari, indicati dall’area siciliana, da affiancare a Samorì con pari attribuzioni. Una soluzione che, però, non avrebbe trovato il consenso della delegazione siciliana arrivata a Roma.
La mancanza di un’intesa politica ha così portato alla chiusura dei lavori: dopo oltre sei ore di discussione, il presidente Gaetano Grassi ha aggiornato la seduta senza alcuna decisione formale.
Nasce Casa riformista
Sabato mattina, a Palermo, il vicepresidente nazionale di Italia Viva, Davide Faraone, ha presentato “Casa riformista”, il centro che guarda a sinistra. Il nuovo contenitore politico ha l’ambizione, insieme alle altre sigle di sinistra, di costruire l’alternativa all’attuale governo regionale, guidato da Renato Schifani, e di essere alternativa anche a Giorgia Meloni.
Le forze politiche con cui stanno dialogando sono il Partito Socialista, Progetto Civico Italia, +Europa e il movimento Drin Drin. Poi l’appello di adesione al progetto: chi non ha più votato e chi ha creduto nel centrodestra ma adesso ne ha preso le distanze. Il progetto verrà presentato da Matteo Renzi il 17 gennaio a Milano.
Grande Sicilia risponde a Faraone: “slogan a tempo determinato”
I componenti del coordinamento regionale di Grande Sicilia, il movimento formato da Gianfranco Miccichè, Raffaele Lombardo e Roberto Lagalla, mettono i paletti e si schierano sul fronte opposto rispetto a Faraone: «Quando si parla di Centro, sarebbe utile sapere di cosa si parla. Per noi il Centro ha avuto nomi, visione e statura: Alcide De Gasperi, Aldo Moro, una classe dirigente che costruiva lo Stato, non slogan a tempo determinato. Tutto il resto è marketing politico stagionale».
Un riferimento poi alla storia degli autonomisti: «Mpa, giova ricordarlo, non è il Centro e non ha mai preteso di esserlo. È la casa degli autonomisti siciliani ed è presente stabilmente nel Parlamento siciliano da oltre vent’anni. Non per migrazione, ma per radicamento. Non per moda, ma per identità. E oggi, piaccia o no, cresce. Tanto da puntare legittimamente a raddoppiare i consensi».
Poi la sciabolata finale: «Quanto invece a chi oggi si autodefinisce “centro” dopo essere stato un po’ di tutto – dall’Ulivo a Italia Viva, dal Pd a qualunque altra sigla disponibile sul mercato politico – la sensazione è chiara: più che un centro, un’area di sosta temporanea. Cambiare nome dieci volte non rende centrali. Rende solo difficili da collocare, spesso fermi al penultimo titolo, sempre pronti a spiegare perché questa volta è diversa. Il Centro non si annuncia. Si riconosce. E soprattutto non ha bisogno di spiegarsi ogni cinque anni».