La Valle del Belìce non è soltanto il luogo di una tragedia. È anche uno dei territori siciliani in cui la memoria del terremoto del 1968 continua a misurarsi con l’arte, l’architettura, il paesaggio e le forme della ricostruzione.
Sabato 21 febbraio un itinerario culturale attraverserà alcuni dei luoghi più significativi del Belìce occidentale, guidato dallo scrittore Beniamino Biondi. Il percorso partirà da Agrigento e toccherà Salaparuta, Poggioreale, il Cretto di Burri e Gibellina Nuova.
L’iniziativa propone un viaggio dentro una Sicilia sospesa tra distruzione e rinascita. Non una semplice escursione, ma una lettura del territorio come museo a cielo aperto, dove ogni rudere, ogni piazza ricostruita e ogni opera d’arte conserva una parte della storia collettiva.
La giornata si svolgerà dalle 9 alle 18.30, con partenza e rientro da Agrigento. La prenotazione è obbligatoria, i posti sono limitati.
La ferita del 1968
Il terremoto del Belìce, nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, colpì una vasta area della Sicilia occidentale, distruggendo o danneggiando gravemente diversi centri tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo.
A distanza di decenni, quella frattura resta visibile. Non solo nei ruderi dei paesi abbandonati, ma anche nelle città nuove, nelle scelte urbanistiche della ricostruzione, nelle opere d’arte pubblica, nelle memorie familiari e nella percezione stessa del paesaggio.
Il viaggio guidato da Biondi parte da qui: dal tentativo di leggere il Belìce non come pagina chiusa, ma come territorio ancora interrogante. La memoria del sisma non riguarda soltanto ciò che è stato perduto. Riguarda anche il modo in cui si è provato a ricominciare.
Salaparuta e Poggioreale
La prima tappa sarà Salaparuta, paese ricostruito dopo il terremoto ma ancora legato alla memoria del vecchio centro. È uno dei luoghi in cui il rapporto tra passato e presente appare più delicato: da un lato la necessità della ricostruzione, dall’altro la persistenza di un’identità ferita.
Il percorso proseguirà poi a Poggioreale, con la visita ai ruderi del vecchio centro storico. Qui il tempo sembra essersi fermato. Case, chiese, strade e piazze abbandonate restituiscono l’immagine di una città interrotta.
Poggioreale è diventata uno dei simboli più forti del terremoto del 1968. Non solo perché conserva in modo evidente le tracce della distruzione, ma perché permette di percepire fisicamente cosa significhi l’abbandono forzato di un luogo abitato.
Camminare tra quei ruderi significa entrare in una geografia della perdita: gli spazi domestici svuotati, gli edifici pubblici senza funzione, le strade che non conducono più alla vita quotidiana.
Il racconto di Beniamino Biondi
Ad accompagnare il gruppo sarà Beniamino Biondi, scrittore e conoscitore della storia culturale e paesaggistica del Belìce.
Il suo ruolo non sarà soltanto quello di guida. In un itinerario come questo, il racconto serve a costruire connessioni: tra luoghi distanti, tra episodi storici e scelte artistiche, tra il trauma del terremoto e le forme della rinascita.
La Valle del Belìce ha bisogno di essere raccontata con attenzione, perché rischia spesso due semplificazioni opposte. Da un lato la riduzione a luogo della catastrofe. Dall’altro la trasformazione in scenario estetico, dove i ruderi diventano solo immagini suggestive.
Un percorso culturale ben costruito deve evitare entrambe le scorciatoie. Deve restituire la complessità: la sofferenza delle comunità, gli errori e le ambizioni della ricostruzione, l’arrivo dell’arte contemporanea, il rapporto difficile tra memoria e progetto.
Il Cretto di Burri
Una delle tappe centrali sarà il Cretto di Burri, la monumentale opera di land art realizzata da Alberto Burri sulle rovine di Gibellina Vecchia.
Il Cretto è una grande colata bianca di cemento che ricopre l’antico abitato, seguendone in parte l’impianto viario. Le fenditure riprendono il tracciato delle strade, trasformando ciò che resta del paese in una mappa della perdita.
È una delle opere più note dell’arte contemporanea italiana, ma anche una delle più discusse. Per alcuni è un monumento potentissimo alla memoria del terremoto. Per altri ha rappresentato, nel tempo, una forma di sigillatura delle macerie, una distanza tra l’opera d’arte e la memoria vissuta dagli abitanti.
Proprio per questo resta un luogo necessario. Il Cretto non offre una risposta pacificata. Costringe a chiedersi che cosa possa fare l’arte davanti a una distruzione reale: conservare, trasformare, coprire, rendere visibile, oppure tutte queste cose insieme.
Gibellina Nuova, laboratorio di ricostruzione
La giornata si concluderà a Gibellina Nuova, città emblema della ricostruzione attraverso l’arte contemporanea.
Dopo il terremoto, Gibellina fu ricostruita in un altro sito. Il nuovo centro divenne un grande laboratorio urbanistico e artistico, con il coinvolgimento di artisti, architetti e intellettuali chiamati a immaginare una città nuova.
Oggi Gibellina è Capitale italiana dell’Arte Contemporanea 2026, riconoscimento assegnato dal Ministero della Cultura con il dossier “Portami il Futuro”. È un titolo che riporta l’attenzione su una storia unica in Italia: una città nata dalla frattura, che ha provato a ricostruire la propria identità anche attraverso l’arte pubblica.
Visitare Gibellina dopo Poggioreale e il Cretto significa seguire una traiettoria precisa: la distruzione, la memoria, la trasformazione. Ma significa anche osservare le contraddizioni di una ricostruzione che ha generato opere straordinarie e, insieme, domande ancora aperte sul rapporto tra progetto culturale e vita quotidiana delle comunità.
Un viaggio nella memoria pubblica
L’itinerario del 21 febbraio ha un valore che va oltre la visita. Porta i partecipanti dentro una delle questioni più complesse della Sicilia contemporanea: come si racconta una ferita collettiva senza ridurla a celebrazione o a cartolina.
Il Belìce è un territorio in cui il paesaggio conserva la storia in modo evidente. I ruderi non sono soltanto resti architettonici. Le opere non sono soltanto attrazioni culturali. Le città nuove non sono soltanto esiti urbanistici. Tutto, in questa valle, parla del rapporto tra trauma, tempo e responsabilità pubblica.
Per questo un viaggio culturale può diventare anche un esercizio di cittadinanza. Guardare quei luoghi significa chiedersi che cosa resta delle promesse di ricostruzione, quali memorie sono state tramandate, quali spazi possono ancora essere restituiti a una fruizione consapevole.
La partecipazione prevede un contributo di 40 euro, comprensivo di viaggio in pullman andata e ritorno da Agrigento, colazione, visita guidata e tesseramento obbligatorio all’associazione Minerva APS. Le prenotazioni sono obbligatorie, con posti limitati.
Nel Belìce, la memoria non è mai ferma. Sta nei ruderi di Poggioreale, nel cemento bianco del Cretto, nelle piazze di Gibellina Nuova, nei paesi ricostruiti e nelle storie di chi continua a tornare. Attraversarla con una guida significa provare a leggere non solo ciò che il terremoto ha distrutto, ma ciò che il territorio ha tentato, con fatica, di trasformare.
Ines D’Orazio