Il Tribunale del Riesame di Palermo dovrà nuovamente valutare la richiesta difensiva di annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa emessa dal gip di Palermo lo scorso maggio per l’imprenditore edile partannese Santo La Rocca nell’ambito dell’operazione “Alba”.
Lo ha deciso la prima sezione della Corte di Cassazione (presidente Filippo Casa), che ha accolto il ricorso La Rocca, attualmente detenuto presso la Casa Circondariale di Viterbo.
La Suprema Corte ha annullato, infatti, l'ordinanza di rigetto emessa dal Tribunale per il Riesame di Palermo contro l'ordinanza cautelare. Il Riesame dovrà, dunque, nuovamente valutare la richiesta della difesa, rappresentata dagli avvocati Gianni Caracci e Ferdinando Di Franco, non appena la Cassazione depositerà la motivazione. Di certo c’è che i giudici romani hanno accolto i motivi di ricorso dei due legali, che hanno rilevato come dal fascicolo processuale “non emergessero affatto elementi che potessero fare ritenere la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza in relazione al reato di associazione mafiosa”. Per quanto riguarda la fase di merito, La Rocca, Pandolfo e Luppino, tutti e tre detenuti, hanno scelto il rito abbreviato (su cui il Gip di Palermo Lorenzo Chiaramonte si pronuncerà all'udienza del prossimo 13 febbraio). Gli altri due imputati hanno, invece, scelto il rito ordinario e il processo è nelle fasi iniziali davanti il Tribunale di Sciacca. Il 7 maggio dello scorso anno, a Partanna, in esecuzione di provvedimenti della magistratura palermitana, i carabinieri hanno arrestato cinque persone. Le accuse, a vario titolo, sono pesanti: associazione mafiosa, porto abusivo di armi, tentata estorsione e favoreggiamento. Tra i destinatari delle misure cautelari anche Giovanni Luppino, l'autista di Matteo Messina Denaro, che accompagnò il boss alla clinica La Maddalena il giorno del suo arresto il 16 gennaio 2023. Per tre indagati è stato disposto il carcere, mentre per altre due l’obbligo di dimora con l’ulteriore prescrizione della presentazione alla polizia giudiziaria. Le operazioni sono state condotte con il supporto dello Squadrone Eliportato “Cacciatori di Sicilia” e dei reparti territoriali dell’Arma. L’inchiesta ha acceso i riflettori su un intreccio di interessi tra esponenti della famiglia mafiosa di Partanna, inserita nel mandamento di Castelvetrano, e alcuni imprenditori attivi nei settori edile e oleario. Il presunto obiettivo: il controllo delle attività economiche locali tramite minacce, intimidazioni e condizionamenti su appalti pubblici. Secondo gli inquirenti, le attività illecite avrebbero incluso: tentativi di influenzare l’aggiudicazione di un capannone industriale messo all’asta dal Tribunale di Sciacca; pressioni per pilotare appalti pubblici verso soggetti vicini all’organizzazione mafiosa; imposizioni di assunzioni di familiari in aziende agricole e olivicole; intimidazioni per risolvere controversie private a favore del sodalizio. Un capitolo dell’inchiesta riguarda il “condizionamento degli appalti”. La Rocca discuteva nel 2019 con Pisciotta, a cui è stato imposto l’obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria (stesso provvedimento per Tommaso Tumbarello), dei lavori di rifacimento della strada interpoderale San Martino. La Rocca avrebbe fatto riferimento a 50 mila euro da dare ad un ingegnere del Comune affinché l’appalto venisse assegnato ad un’impresa a lui collegata che aveva bisogno di risollevarsi economicamente. La Rocca, inoltre, protestava perché l’ingegnere faceva “il cretino” e perdeva tempo, tanto che pensava di andare in Comune per “sminchiarlo”. Avrebbe pagato e preteso il rispetto degli accordi. I presunti appetiti illeciti dei boss trapanesi si sarebbero infine concentrati sui lavori di riqualificazione di piazza Umberto I assegnati con chiamata diretta all’impresa Edil Service di Santo La Rocca per un totale di 32 mila euro. Nelle indagini si parla anche dell’interessamento di La Rocca nella campagna elettorale di un candidato non eletto alle Regionali del 2022. “A me interessa che ci andiamo a fare un giro” diceva a un amico. Lo stesso La Rocca riferiva la confidenza che avrebbe ricevuto dal politico. Quest’ultimo sarebbe stato in contatto con il “senatore”, “quello che gli hanno sequestrato tutte cose”. Questi viene identificato dagli investigatori in Pino Giammarinaro, ex deputato regionale della Democrazia cristiana e per decenni potente uomo della Sanità. “Quello che ha tutte le cliniche” aveva bisogno di un lavoro per la moglie. Pochi mesi, ma “messa in regola”. In cambio dell’assunzione in un frantoio avrebbe offerto sostegno elettorale.