Trapani, finalmente la cittadinanza onoraria a Mauro Rostagno
Il 6 marzo scorso Mauro Rostagno avrebbe compiuto 84 anni, ed in questo stesso giorno l’amministrazione guidata da Giacomo Tranchida ed il Consiglio Comunale, hanno consegnato la cittadinanza onoraria alla sorella Carla Rostagno. La Cittadinanza onoraria al giornalista e sociologo torinese, ucciso dalla mafia il 26 settembre 1988, era stata votata dal consiglio comunale all’unanimità il 1 settembre scorso ed avrebbe dovuto essere consegnata il 26 settembre 2025, in occasione dell’anniversario della morte. Data posticipata per contrattempi della famiglia e dunque spostata nella giornata del suo compleanno. Trapani è una città campionessa mondiale di cittadinanze onorarie: alcune meritate e tardive, altre un po' più di circostanza, qualcuna magari affrettata. Ma soprattutto è una città in cui, quando si tratta di cittadini “scomodi”, gli iter diventano slalom. Succede quando si parla di chi ha combattuto quei gangli da cui Trapani è stata spesso stritolata: i cosiddetti “poteri forti”, evocati di tanto in tanto nei discorsi ufficiali, mentre poi a fronteggiarli sono sempre altri. Per la cittadinanza onoraria a Fulvio Sodano, ad esempio, il Consiglio comunale votò più volte. Ma i sindaci Girolamo Fazio prima e Vito Damiano poi non la conferirono. Sodano stesso la rifiutò nel 2013. Arriverà nel 2019, post mortem, con l’attuale amministrazione al primo mandato. Per la cittadinanza onoraria a Rostagno di sindaci ne sono dovuti passare 12.
Trapani è anche una città campionessa mondiale di bei discorsi: quelli che in aula consiliare hanno auspicato giornalisti dalla schiena dritta come Rostagno, che magari ce ne fossero. Magari perché tanto, di Mauro Rostagno giornalista senza tessera ma giornalista fino al midollo, non ce ne sono. Chissà come avrebbe dato la notizia Mauro, dal tg su RTC: quello all’ora di pranzo, dal quale tuonava contro i mafiosi che non aveva paura a chiamare per nome, a guardare in faccia dalla telecamera, per strada dove raccoglieva notizie e mormorii. Quel tg che portava con sé la profezia: prima o poi a questo gli sparano. Chissà come avrebbe accolto i discorsi di circostanza, tutti sentiti per carità; cosa avrebbe detto sorridendo a sua sorella Carla, presente in aula a ritirare la pergamena consegnata dal sindaco e a firmare l’atto di accettazione. Chissà anche come avrebbe guardato quell’aula consiliare. Quella che la notte del suo omicidio non fermò i lavori. Non è la stessa aula — allora il Consiglio sedeva a Palazzo D’Alì — e non sono le stesse persone. Ma forse non è poi così diversa.
Perchè Mauro era una “camurria” nel 1988 - come lo definì Vincenzo Virga, il capomafia della provincia di Trapani indicato come mandante dell’omicidio - e lo sarebbe stato ancora oggi. Avrebbe avuto davvero importanza, per Mauro, questa cittadinanza?
Ed avrebbero avuto davvero importanza i ritardi, le connivenze, le liturgie, le responsabilità di chi? Probabilmente Mauro avrebbe sorriso, con quella risata sconveniente per chi è abituato al sogghigno, se la sarebbe vista tutta dalla “piccionaia”, per cogliere la notizia. Perchè, in fondo, la notizia non c’è.
Mauro Rostagno è già e da sempre cittadino trapanese. Non solo perché, come diceva spesso, aveva scelto di esserlo, ma perché questa città l’ha raccontata nelle sue pieghe più profonde, nei suoi colletti bianchi, l’ha messa a nudo davanti a se stessa nella sua mafia borghese, ha detto ad alta voce quello che tanti sapevano incrociando a “vossia”.
Mauro Rostagno, il giornalista e sociologo. Rostagno dell’esperienza di Macondo, di Lotta Continua, a Trapani di Saman. Mauro il giornalista antimafia di RTC, l’impegno sociale con una visione spirituale e umanista. Rostagno ed i depistaggi. I 25 anni per una sentenza che chiarisse, finalmente, che è stato ucciso dalla mafia e non dalle corna. Il giornalismo d’inchiesta a cui è stata tappata la bocca. Mauro Rostagno di cui si citano le frasi a sproposito, con cui temerariamente si fanno paragoni. Mauro che appartiene al popolo trapanese che pratica la legalità senza fare il tifo, come vi è appartenuto Fulvio Sodano. E nessuno dei due hanno mai avuto bisogno di una delibera di giunta o di un consiglio comunale che ne votasse l’appartenenza, ma piuttosto che ne tenesse viva la memoria del sacrificio. E che, soprattutto, la praticasse. Perché oggi la prova più difficile è proprio questa: fare della memoria una cittadinanza attiva.
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