Una notte di tensione, un tentativo di fuga, poi le presunte violenze. E adesso, a più di due anni di distanza, la richiesta di archiviazione. La Procura di Trapani ha chiesto di chiudere il procedimento che vede indagate 18 persone – tra appartenenti alle forze dell’ordine e operatori – per i fatti avvenuti il 30 dicembre 2023 all’interno del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Trapani. Lo racconta Altraeconomia.
Per diciassette di loro l’accusa ipotizzata era quella di tortura. Ma secondo il pubblico ministero Antonella Trainito gli elementi raccolti non consentirebbero di sostenere l’accusa in giudizio. Le presunte vittime, assistite dai loro legali, hanno però presentato opposizione alla richiesta di archiviazione. Ora la decisione spetta al giudice per le indagini preliminari.
Il tentativo di fuga e la notte delle presunte violenze
Secondo quanto ricostruito negli atti dell’indagine, quella sera sette persone trattenute nel Cpr avrebbero tentato di evadere dopo aver divelto la grata di recinzione del settore A.
Uno di loro riuscì a scappare. Gli altri sei vennero bloccati. Uno sarebbe stato fermato da militari dell’esercito e immobilizzato a terra, mentre – secondo le accuse – avrebbe ricevuto anche un calcio violento.
I sei uomini furono poi portati in una stanza del centro. Qui, stando alle loro testimonianze, sarebbero stati fatti spogliare di giubbotti e scarpe e messi con il volto contro il muro e le mani appoggiate alla parete.
È in questo momento che, secondo il racconto delle presunte vittime, sarebbe iniziato il pestaggio.
“Mi hanno messo di schiena con le mani al muro e hanno cominciato a picchiarmi”, racconta Fued, uno dei sei uomini coinvolti. “Per un’ora ho subito calci, pugni, colpi sulle dita della mano. Se provavamo a girare la faccia ci colpivano ancora più forte”.
Le violenze, secondo i racconti, sarebbero state compiute da agenti della polizia di Stato, militari della Guardia di Finanza e anche da un operatore dell’ente gestore del centro. I colpi sarebbero stati diretti al torace, ai fianchi, ai piedi e alle caviglie.
“Insulti e botte perché eravamo tunisini”
Nel racconto di Fued emergono anche insulti a sfondo razzista.
“Oltre alle botte ci hanno coperto di insulti perché eravamo tunisini e islamici”, dice il 31enne.
Uno dei sei uomini avrebbe avuto problemi di diabete e avrebbe chiesto agli agenti di fermarsi. Secondo la ricostruzione delle presunte vittime, proprio lui sarebbe stato colpito con maggiore violenza.
Le urla sarebbero state sentite anche dagli altri trattenuti del settore, che avrebbero protestato battendo contro i muri per chiedere la fine delle violenze.
Le denunce e il problema delle telecamere
Dopo l’episodio i sei uomini avrebbero chiesto di essere visitati e di poter denunciare quanto accaduto.
La vicenda arriva all’attenzione della Procura solo l’8 gennaio 2024, quando uno dei trattenuti – che si era cucito le labbra ed era in sciopero della fame – viene portato al pronto soccorso di Trapani e racconta quanto successo a una dottoressa.
Da quell’episodio parte la segnalazione alla Procura. Ma ormai sarebbe troppo tardi per acquisire uno degli elementi più importanti: le registrazioni della videosorveglianza.
Le immagini, infatti, vengono conservate solo per sette giorni. Quando gli investigatori arrivano al Cpr, il termine è già scaduto.
Il caos nel Cpr e la chiusura della struttura
Nei giorni successivi nel centro scoppiano proteste e incendi.
Il 22 gennaio viene appiccato il primo rogo, seguito da altri episodi che rendono la struttura inagibile. I trattenuti sono costretti a dormire all’aperto.
Tra di loro c’era anche Ousmane Sylla, che pochi giorni dopo – tra il 4 e il 5 febbraio – si suiciderà nel Cpr di Roma dove era stato trasferito.
La vicenda del centro di Trapani finirà anche davanti alla Corte europea dei diritti umani, che condannerà l’Italia per le condizioni di vita dei trattenuti giudicate inumane e degradanti.
La richiesta di archiviazione
Le indagini sono proseguite per mesi anche attraverso intercettazioni.
Secondo la Procura, tuttavia, il nodo principale resta il mancato riconoscimento degli autori delle presunte violenze. Le testimonianze delle vittime presenterebbero incongruenze sull’appartenenza degli agenti – polizia o Guardia di Finanza – e sulle responsabilità individuali.
Per questo motivo il pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione del procedimento per insufficienza di prove.
Una conclusione che non convince i legali delle presunte vittime, che hanno presentato opposizione.
Il viaggio clandestino per testimoniare
Nel frattempo Fued aveva lasciato l’Italia e raggiunto la compagna a Berlino.
Quando nel luglio 2024 viene fissato un incidente probatorio, decide di tornare in Sicilia per testimoniare, pur non avendo documenti regolari.
“Ero disposto a rischiare tutto”, racconta.
Parte da Berlino e attraversa Francia, Svizzera e Italia di nascosto, dormendo per giorni all’aperto, fino ad arrivare a Trapani. L’udienza però viene rinviata a settembre 2025.
Ci riprova una seconda volta, ma viene fermato ai controlli alla frontiera di Monaco. Alla terza tenta di nuovo, ma ormai la compagna è vicina al parto e non riesce più a partire.
“Raccontate cosa succede in quei luoghi”
Oggi Fued vive a Berlino, ma dice di non aver dimenticato quella notte.
“Da quel giorno ho spesso incubi”, racconta. “Quello che mi fa più male è sapere che è successo in Italia, in Europa. Mi sono sentito trattato come un animale”.
Adesso attende la decisione del giudice sull’archiviazione.
“Raccontate la mia storia”, dice. “Fate sapere che cosa succede in quei luoghi”.