Si è spento a 94 anni Bruno Contrada, ex alto dirigente della polizia e numero tre del Sisde negli anni più duri della guerra di mafia a Palermo. Una figura che per decenni è rimasta al centro di una delle vicende giudiziarie più controverse della storia recente italiana, tra condanne, sentenze europee, annullamenti e risarcimenti.
Contrada era stato condannato a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Una sentenza definitiva, arrivata nel 2007, che lo aveva portato a scontare complessivamente circa otto anni di pena tra carcere e detenzione domiciliare.
La sentenza della Corte europea
Nel 2015 arrivò la svolta. La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) stabilì che la condanna non poteva essere eseguita perché il reato contestato – il concorso esterno in associazione mafiosa – non era “chiaro e prevedibile” all’epoca dei fatti contestati a Contrada, che risalivano agli anni Ottanta.
Per questo motivo la Corte dichiarò la sentenza italiana “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”, aprendo la strada alla richiesta di risarcimento per l’ex funzionario di polizia, che aveva parlato di «ingiusta detenzione».
Nel 2020 la Corte d’appello di Palermo gli riconobbe 667 mila euro, ma la Cassazione annullò quella decisione rinviando il caso a una nuova valutazione.
Il giudizio dei magistrati italiani
Nel nuovo procedimento i giudici palermitani hanno tracciato comunque un quadro molto duro della condotta di Contrada.
La Corte d’appello ha stabilito che, pur non potendo applicare il reato di concorso esterno, i comportamenti dell’ex dirigente del Sisde erano riconducibili al favoreggiamento della mafia.
Nel provvedimento si legge che Contrada «ha oggettivamente contribuito a rafforzare Cosa nostra, ponendo in grave pericolo l’ordine pubblico e arrecando un grave danno alla credibilità dello Stato».
Secondo i giudici, l’ex funzionario avrebbe favorito l’organizzazione mafiosa tra il 1979 e il 1988, quando ricopriva incarichi prima alla Questura di Palermo, poi all’Alto commissariato per la lotta alla mafia e infine al Sisde.
Le accuse
Il quadro ricostruito dalle sentenze parla di notizie riservate fornite a esponenti mafiosi, riguardanti indagini e operazioni di polizia.
La Corte ha scritto che Contrada sarebbe stato «a disposizione per un lunghissimo periodo dell’organizzazione mafiosa», e non soltanto di singoli boss.
Nonostante il riconoscimento di queste condotte, il reato di favoreggiamento risultò prescritto, perché la condanna definitiva del 2007 era intervenuta molti anni dopo i fatti contestati.
Il risarcimento
Proprio per questo motivo Contrada ha comunque ottenuto un indennizzo: 285 mila euro complessivi, di cui circa 103 mila per i 440 giorni trascorsi in carcere e 181 mila per i 1540 giorni agli arresti domiciliari.
Negli ultimi anni l’ex dirigente aveva più volte parlato pubblicamente di «trent’anni di sofferenze» e di una vicenda giudiziaria che aveva segnato tutta la sua vita.
Un caso che ha diviso l’Italia
La morte di Bruno Contrada chiude una storia giudiziaria che ha attraversato oltre trent’anni di processi e che ha segnato profondamente il dibattito pubblico italiano.
Da una parte la decisione della Corte europea che ha annullato gli effetti penali della condanna per concorso esterno; dall’altra il giudizio dei magistrati italiani che hanno comunque riconosciuto comportamenti di favoreggiamento verso Cosa nostra.
Una vicenda complessa, simbolo delle contraddizioni e delle tensioni tra diritto nazionale e diritto europeo nella lotta alla mafia.
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