Sottoscrivono la mozione, poi non la votano in aula.
È quanto accaduto lunedì 16 marzo durante il consiglio comunale di Trapani.
Su iniziativa dei consiglieri di maggioranza Marzia Patti e Andrea Genco, insieme all’assessora Giulia Passalacqua, è stata presentata una mozione per il conferimento della cittadinanza onoraria ai bambini nati da genitori stranieri e residenti a Trapani. Il documento era stato sottoscritto anche dai consiglieri di opposizione Salvatore Fileccia, Salvatore Daidone e Sonia Tumbarello del gruppo “Trapani 2028”.
Una sorta di “ius soli comunale”, la cittadinanza onoraria ai minori stranieri è un riconoscimento simbolico già adottato da diverse centinaia di Comuni italiani, tra cui Mazara del Vallo. Non produce effetti giuridici, ma ha un valore politico preciso: riconoscere come parte della comunità cittadina bambini e bambine che vivono e crescono nel territorio e, allo stesso tempo, sollecitare una riforma della legge nazionale sulla cittadinanza.
È proprio dentro questo quadro che va letta la vicenda trapanese: un atto privo di effetti concreti, ma carico di significato politico in un Paese in cui il tema resta irrisolto.
Una legge ferma allo ius sanguinis
Secondo le ultime stime “i nuovi italiani” sono oltre un milione, di cui circa 650 mila nati e cresciuti in Italia. Le forme per ottenere la cittadinanza sono diverse e in Italia la situazione per “minori stranieri, figli di immigrati e seconde generazioni” resta complicata. I minori nati da genitori stranieri e regolarmente residenti in Italia sono oltre un milione, di cui circa 650 mila sono nati e cresciuti in Italia mentre gli altri sono arrivati nel Belpaese nei primissimi anni della loro vita (dati ISTAT).
Una realtà ormai strutturale che riguarda anche città come Trapani, dove questi bambini e ragazzi frequentano le scuole, vivono nei quartieri e fanno parte della comunità, pur restando formalmente esclusi dal riconoscimento della cittadinanza.
In Italia la cittadinanza si basa principalmente sul principio dello ius sanguinis, cioè sulla trasmissione per discendenza. La legge di riferimento è la n. 91 del 1992. Chi nasce in Italia da genitori stranieri non acquisisce automaticamente la cittadinanza e, nella maggior parte dei casi, può richiederla solo al compimento dei 18 anni, se ha risieduto regolarmente e senza interruzioni nel Paese.
È in questo vuoto normativo che si inseriscono iniziative come quella discussa a Trapani: atti simbolici che non modificano la legge, ma provano a riconoscere una realtà sociale già esistente. Un sistema che, nei fatti, lascia per anni senza pieni diritti persone nate o cresciute in Italia.
Le alternative: ius soli e ius scholae
Nel dibattito pubblico e parlamentare si discute da tempo di possibili riforme.
Lo ius soli lega la cittadinanza al luogo di nascita: nelle versioni “temperate”, adottate in molti Paesi europei, è accompagnato da requisiti come la residenza regolare dei genitori.
Accanto a questo, si è affermata negli ultimi anni l’idea dello ius scholae, cioè il riconoscimento della cittadinanza a chi ha completato un ciclo di studi in Italia. Una proposta che tiene conto del percorso di integrazione reale dei minori, ma che non ha mai trovato approvazione definitiva in Parlamento.
L’assenza di una riforma nazionale rende quindi ancora più significativo il ruolo dei Comuni, che attraverso atti simbolici possono prendere posizione su un tema rimasto fermo a livello legislativo.
I numeri e la scuola
Nelle scuole italiane cresce il pluralismo culturale, ma aumentano anche le disuguaglianze. Il tema riguarda una parte ormai strutturale della società italiana, ci sono centinaia di migliaia di studenti con cittadinanza non italiana: bambini e ragazzi che, pur vivendo stabilmente nel Paese, non sono riconosciuti come cittadini.
Secondo il rapporto “Il mondo in una classe” di Save the Children, questi studenti rappresentano oltre il 10% della popolazione scolastica e affrontano spesso maggiori difficoltà: barriere linguistiche, ritardi nei percorsi di studio e un rischio più alto di abbandono scolastico.
La scuola resta però il principale luogo di integrazione. Proprio per questo, il mancato riconoscimento della cittadinanza incide anche sul senso di appartenenza e sulle opportunità future.
In questo contesto, atti simbolici come la cittadinanza onoraria assumono un valore politico: riconoscere una realtà già esistente e sostenere una riforma attesa da anni.
Il voto che ribalta tutto
Durante l’illustrazione della mozione nell’aula di Palazzo Cavarretta, la consigliera Marzia Patti aveva ringraziato apertamente i tre consiglieri di opposizione per averla sottoscritta.
Al momento del voto, però, nessun intervento per dichiarazioni. Poi l’esito: i tre consiglieri di “Trapani 2028” votano contro, insieme ai tre consiglieri della maggioranza vicini a Turano, ormai sempre più spesso in rotta con l’amministrazione.
Se il voto dei cosiddetti “turaniani” non sorprende, anche per un orientamento politico più distante da queste posizioni, quello di “Trapani 2028” appare invece una contraddizione politica difficilmente spiegabile, soprattutto in assenza di motivazioni espresse in aula.
Più che il merito della mozione, a pesare sembrano essere state ancora una volta le dinamiche interne al consiglio.
Il voto appare come un tentativo di mettere in difficoltà la maggioranza, evidenziandone la fragilità numerica.
Del resto, a Trapani le cittadinanze onorarie sempre più politicizzate, invece di essere uno strumento che, altrove, resta simbolico e condiviso. Nel tempo sono state concesse e negate senza un criterio sempre chiaro: dalla cittadinanza a Morace a quella a lungo negata al prefetto Fulvio Sodano, fino alla rapidità con cui è stata conferita a Valerio Antonini e al ritardo, durato quasi vent’anni, per quella a Mauro Rostagno.
Una maggioranza fragile
L’episodio si inserisce in un quadro politico sempre più instabile. La maggioranza appare esposta a continui ribaltamenti in aula, con il ruolo del presidente del consiglio Alberto Mazzeo sempre più centrale e controverso, sospeso tra sostegno formale all’amministrazione e convergenze con l’opposizione.
Il prossimo passaggio potrebbe arrivare già mercoledì 18 marzo, nella conferenza dei capigruppo, dove si tornerà a discutere della richiesta di decadenza degli otto consiglieri assenti durante il consiglio comunale aperto sul PalaDaidone. Una vicenda già ritenuta sostanzialmente infondata dal segretario generale e mai chiarita definitivamente a livello regionale dall’assessorato Enti Locali.
Mozione bocciata
Alla fine, la mozione sulla cittadinanza onoraria ai minori stranieri è stata bocciata.
Non tanto per il suo contenuto, quanto per il contesto politico in cui è stata votata. Ed è questo il dato più significativo: anche su un tema che altrove viene affrontato come gesto condiviso e simbolico, a Trapani ha prevalso ancora una volta la logica dello scontro.
Si è scelta la prova muscolare politica, la conta in aula, invece di un gesto di riconoscimento e umanità verso bambini e bambine che vivono, studiano e crescono nella città.
Una scelta che si inserisce anche in un clima più ampio, in cui il tema della cittadinanza agli stranieri continua a generare paure diffuse. Timori spesso legati alla percezione di insicurezza, alla competizione per risorse limitate o all’idea che riconoscere diritti significhi sottrarli ad altri.
È su queste paure che una parte della politica costruisce consenso, semplificando questioni complesse e trasformando il tema della cittadinanza in uno strumento di contrapposizione. Anche quando, come in questo caso, si tratta di un atto simbolico rivolto a minori già pienamente inseriti nella comunità.
Un segnale che va oltre l’esito della votazione e che racconta, ancora una volta, una politica locale più concentrata sugli equilibri interni e sul consenso immediato che sulla capacità di leggere e rappresentare la realtà sociale.