Sicilia, crepe nel centrodestra: tra inchieste e referendum si apre la fase di riassesto
Palermo come Roma: dopo il risultato negativo al referendum sulla giustizia, nel governo guidato da Giorgia Meloni si apre una fase di riassestamento. La richiesta di un cambio di passo si è tradotta in scelte nette e simboliche: l’uscita di figure apicali e, soprattutto, l’addio della ministra del Turismo Daniela Santanchè, segnale politico che pesa più di altri.
Fratelli d’Italia potrebbe chiedere agli indagati siciliani del partito di fare un passo indietro per non mettere ancora in imbarazzo il partito. Che, in soldoni, significa perdere voti: e il consenso, si sa, è cosa importante, specie alla vigilia di appuntamenti elettorali di peso. Il 2027 deve essere un anno senza ombre. Non se lo può permettere Giorgia Meloni.
C’è silenzio in questo momento in Sicilia, ma è un silenzio che agita.
Il nodo, sull’Isola, ha nomi e cognomi ben noti: l’assessora Elvira Amata è coinvolta in una vicenda giudiziaria per la quale è stata avanzata una richiesta di rinvio a giudizio per corruzione, con una decisione attesa nelle prossime settimane. Una scadenza che pesa anche sugli equilibri della giunta regionale guidata da Renato Schifani, già alle prese con un rimpasto più volte rinviato.
Gaetano Galvagno è coinvolto in un procedimento giudiziario che ne condiziona la tenuta politica. Un quadro complesso, reso ancora più delicato dai rapporti interni al partito e dai legami con i vertici nazionali, a partire da Ignazio La Russa, figura di riferimento negli equilibri romani.
Le opposizioni
Le opposizioni, infatti, non perdono occasione per incalzare il governo sul terreno della coerenza. Il deputato Ismaele La Vardera solleva apertamente il tema del doppio standard: “Mentre a Roma il governo affonda e in Sicilia gli scandali stanno travolgendo Schifani e company, noi andiamo avanti offrendo un’alternativa di speranza per la nostra terra. Vi presenteremo profili di altissimo livello, a riprova che non serve solo un candidato presidente, ma una squadra all’altezza della sfida titanica. Vi presenteremo una prima parte di nomi in grado di trascinare fuori dalla melma la nostra terra, profili che mettiamo a disposizione degli alleati. Bisogna darsi una sveglia, altrimenti il passo da campo largo a campo santo è breve. Noi vi lasceremo senza parole con nomi straordinari. Il momento è adesso”.
Il M5S, con Giuseppe Conte, richiama l’attenzione sui casi siciliani, chiedendo risposte politiche chiare.
Il Pd, con il segretario regionale Anthony Barbagallo, affonda il colpo: “Tardivamente duri e puri a Roma, ma in Sicilia tutto tace. La premier Giorgia Meloni, dopo la batosta del referendum, ha ottenuto le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Delmastro, per le sue ‘leggerezze’. E oggi, seppur a scoppio ritardato, anche la ministra Santanchè di FdI ha lasciato il dicastero al Turismo, dopo la richiesta ufficiale formulata dalla premier. La stessa fermezza, però, non si registra in Sicilia, governata da Renato Schifani con il centrodestra, in cui i Fratelli d’Italia non possono dirsi estranei a una questione morale enorme, che imbarazza tutti tranne loro”.
In Aula ma senza maggioranza
All’Ars, nel frattempo, la maggioranza si dissolve davanti a provvedimenti decisivi: il bilancio consolidato, passaggio fondamentale per sbloccare la stabilizzazione di centinaia di lavoratori precari – tra cui 259 Asu in attesa da quasi trent’anni e decine di vincitori di concorso – e un disegno di legge tecnico capace di liberare risorse per circa 1,8 miliardi. Eppure i numeri non ci sono.
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