Truffa all’Università di Palermo, indagati imprenditori di Mazara e Campobello
Un sistema costruito – almeno secondo l’accusa – su carte, relazioni e progetti che esistevano più nei faldoni che nei laboratori. E dentro questo sistema, finanziato con fondi europei per milioni di euro, compaiono anche nomi legati al territorio della provincia di Trapani. Due imprenditori di Campobello di Mazara risultano infatti tra gli indagati nell’inchiesta della Procura europea su una presunta maxi truffa all’Università di Palermo.
Al centro dell’indagine c’è il Dipartimento Stebicef (Scienze e Tecnologie Biologiche, Chimiche e Farmaceutiche), considerato fino a poco tempo fa un’eccellenza dell’ateneo palermitano. Secondo gli inquirenti, però, sarebbe stato trasformato in una macchina per produrre progetti e rendicontazioni fittizie, con l’obiettivo di ottenere finanziamenti comunitari.
Le accuse: progetti fantasma e fondi europei
Le indagini parlano di una truffa da quasi cinque milioni di euro. Soldi destinati alla ricerca scientifica ma che, secondo l’accusa, sarebbero stati giustificati attraverso attività inesistenti o gonfiate.
Un passaggio chiave arriva dalla testimonianza di un ricercatore:
“Questa è la mia relazione copiata e riarticolata”, avrebbe ammesso senza esitazioni, confermando un sistema in cui relazioni duplicate servivano a dimostrare lavori mai svolti.
Gli investigatori descrivono laboratori vuoti, forniture solo sulla carta e progetti che non avrebbero avuto alcuna reale applicazione.
Il ruolo del professore Arizza
Figura centrale dell’inchiesta è il professore ordinario Vincenzo Arizza, direttore del dipartimento Stebicef. Per lui la Procura europea aveva chiesto l’arresto, richiesta respinta dal Gip. I pm hanno però fatto ricorso al Tribunale del Riesame, che dovrà decidere.
Respinta anche la richiesta di carcere per Antonio Fabrizio, amministratore e gestore di fatto di alcune associazioni coinvolte.
Gli imprenditori di Campobello coinvolti
Tra gli indagati compaiono due imprenditori legati a Campobello di Mazara.
Il primo è Salvatore Ditta, rappresentante legale della Bono Ditta spa, per il quale è stata respinta la richiesta di arresti domiciliari.
Il secondo nome è quello della società Gesan Production, con sede a Campobello, coinvolta insieme ad altre imprese nell’inchiesta sui finanziamenti.
Accanto a queste, figura anche la Gesan Com, rappresentata dal mazarese Mauro Cudia (per lui respinta la richiesta di domiciliari), e la stessa società vede tra i soci Sonia Cudia.
Il sistema delle società e delle associazioni
Nel fascicolo dell’indagine compaiono diverse realtà:
Bioimmun srl di Palermo, Associazione Progetto Giovani, Associazione Più Servizi Sicilia, oltre alle già citate Gesan Production e Bono Ditta spa.
Secondo gli inquirenti, queste strutture avrebbero avuto un ruolo nella gestione dei fondi e nella rendicontazione dei progetti.
Coinvolti docenti e ricercatori
L’inchiesta tocca anche il mondo accademico. Tra gli indagati figurano docenti universitari, ricercatori e collaboratori del dipartimento Stebicef.
Per alcuni di loro erano state richieste misure cautelari o interdittive, tutte respinte dal giudice per le indagini preliminari.
Altri risultano indagati senza alcuna richiesta di misura.
L’inchiesta e i prossimi sviluppi
Al momento, nessuna misura cautelare è stata accolta. Ma l’inchiesta è tutt’altro che chiusa. Il passaggio al Tribunale del Riesame potrebbe cambiare il quadro, almeno per alcune posizioni.
Resta sullo sfondo una domanda pesante: come è stato possibile che un dipartimento universitario considerato un’eccellenza sia finito al centro di una indagine per fondi europei utilizzati – secondo l’accusa – per attività mai realizzate.
E, ancora una volta, nelle pieghe di una vicenda che riguarda Palermo e l’Università, spuntano anche nomi e interessi che portano fino alla provincia di Trapani. Sapere, per capire.
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