Trapani, il Vescovo richiama l’emergenza acqua durante i Misteri
Nel momento più atteso e simbolico della processione dei Misteri, sul sagrato della chiesa del Collegio, arriva anche un richiamo netto alla realtà: l’acqua, a Trapani, resta un’emergenza aperta.
Nel suo intervento finale, il Vescovo sceglie un’immagine semplice, il catino della lavanda dei piedi, per parlare non solo di fede ma di vita quotidiana. E proprio da lì parte il passaggio più concreto: “dobbiamo risparmiare l’acqua in casa e in albergo, in città e in campagna”. Un invito che, a Trapani, suona tutt’altro che simbolico.
Le autobotti, dice il Vescovo, sono “il segno di una schiavitù dura da scardinare”. Parole che fotografano una realtà conosciuta da anni: quartieri riforniti a giorni alterni, famiglie costrette a organizzarsi con serbatoi, attività commerciali che fanno i conti con una distribuzione incerta.
A Trapani l’acqua non è mai soltanto una questione tecnica. È un problema strutturale, cronico, che attraversa decenni di promesse mancate, reti idriche colabrodo, dispersioni elevate e interventi che spesso si fermano all’emergenza senza risolvere davvero le cause.
Negli ultimi mesi, però, la situazione ha assunto contorni ancora più preoccupanti. Nei primi giorni di dicembre, nella stessa notte, quattro autobotti sono state distrutte da un incendio doloso: due appartenenti alla ditta Vittorioso, realtà storica del trasporto idrico nel Trapanese, e due alla Palma Autospurghi. Ignoti si sono introdotti nei depositi e hanno dato fuoco ai mezzi, colpendo un settore fondamentale proprio nei momenti di maggiore crisi. Un episodio che ha alimentato interrogativi su interessi, tensioni e fragilità attorno alla gestione dell’acqua.
Ma il punto più alto dell’emergenza resta quello vissuto nel novembre 2025, quando Trapani è stata costretta a passare alla distribuzione dell’acqua ogni due o tre giorni. Una decisione legata al drastico abbassamento dei livelli nella diga Garcia, uno degli invasi principali per il sistema idrico del territorio, e alla necessità di garantire forniture minime anche ad altri comuni della provincia attraverso l’acquedotto Montescuro Ovest.
In quella fase si è fatto ricorso a tutte le risorse disponibili: pozzi di contrada Bresciana, autobotti, interventi straordinari coordinati dalla Regione e dalla Protezione civile, fino all’attivazione di moduli di dissalazione. Misure tampone, necessarie per affrontare l’emergenza immediata, ma che non hanno risolto la vulnerabilità complessiva del sistema.
Una fragilità che si ripresenta ciclicamente. Basta un guasto ai pozzi, una riduzione nei bacini o un problema lungo la rete perché scattino turnazioni, sospensioni o riduzioni del servizio. E ogni volta il peso ricade sui cittadini: famiglie, scuole, attività produttive che devono adattarsi a una normalità fatta di disagi e incertezze.
Non è solo un invito al risparmio, dunque. Nel discorso del Vescovo emerge anche una domanda pesante: “Ci sono interessi intoccabili?”. Un interrogativo che va oltre il piano spirituale e chiama in causa responsabilità più ampie: gestione del servizio idrico, scelte infrastrutturali, equilibri economici e politici che nel tempo hanno contribuito a rendere fragile un bene essenziale.
Il Vescovo lega così il rito alla realtà quotidiana. La processione non deve restare solo tradizione o spettacolo, ma diventare occasione per interrogarsi su ciò che accade fuori dal percorso delle vare. E tra i problemi più urgenti, l’acqua è certamente uno dei primi.
Il messaggio finale è diretto: non basta celebrare, bisogna cambiare. Anche partendo da un gesto semplice come un catino, che nella tradizione richiama il servizio e l’umiltà, ma che oggi diventa simbolo di cura concreta verso una comunità che continua a fare i conti con una risorsa fondamentale non sempre garantita.
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