Il (grave) caso Fabio Butera, il giornalista condannato per commenti non suoi
Un giornalista condannato per ciò che non ha scritto. È questo il nodo del caso di Fabio Butera, che il prossimo 10 aprile approderà davanti alla Corte di Cassazione e che sta già sollevando un acceso dibattito su libertà di espressione e responsabilità sui social.
Butera è stato condannato a pagare circa 33mila euro non per un suo contenuto, ma per alcuni commenti pubblicati da altri utenti sotto un suo post su Facebook. Una vicenda che, al di là del caso specifico, rischia di aprire un precedente pesante per chiunque utilizzi i social, a partire proprio dai giornalisti.
Il caso
Tutto nasce nel 2018, quando Butera pubblica un post per contestare un articolo del Giornale di Vicenza su presunte proteste di richiedenti asilo. Il giornalista verifica la notizia con Questura e Prefettura, non trovando conferme, e critica il pezzo senza mai attaccare personalmente l’autore.
In primo grado, infatti, il tribunale riconosce che il post non è diffamatorio. Ma la vicenda prende un’altra direzione: sotto quel contenuto compaiono commenti offensivi scritti da altri utenti.
È su quei commenti che si fonda la condanna.
Secondo i giudici, Butera avrebbe dovuto rimuoverli. Anche senza una richiesta formale. Anche senza la prova che li avesse letti. La sua “colpa” sarebbe quella di non averli cancellati.
Una questione che riguarda tutti
Il punto è semplice ma enorme: un utente può essere ritenuto responsabile per ciò che scrivono gli altri?
Se la risposta fosse sì, cambierebbe radicalmente il modo di usare i social. Ogni post diventerebbe un rischio legale. Ogni commento andrebbe monitorato in tempo reale.
E il rischio concreto, segnalato anche da organizzazioni internazionali come Article 19, è quello dell’autocensura: meno discussione, meno confronto, meno libertà di parola.
Anche la giurisprudenza europea distingue tra grandi piattaforme e utenti comuni, proprio per evitare di imporre obblighi sproporzionati a chi non ha strumenti professionali di moderazione.
Il sit-in e l’attesa della Cassazione
Il 10 aprile, giorno dell’udienza in Cassazione, è previsto un sit-in davanti alla sede della Suprema Corte, in piazza Cavour a Roma. L’iniziativa è promossa dall’associazione dei giornalisti-videomaker GVpress, che chiede attenzione su un caso considerato emblematico.
Perché qui non si parla solo di una sentenza, ma di un principio: fino a che punto arriva la responsabilità di chi pubblica un contenuto online?
La decisione della Cassazione potrebbe dare una risposta definitiva. E non riguarderà solo Fabio Butera, ma chiunque, ogni giorno, scriva qualcosa sui social.
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