Chi ripara e chi distrugge. Le due facce di Castelvetrano
Cosa passa nella testa di chi, in accordo con la Pro Loco di Castelvetrano, sceglie di dedicare il proprio tempo a saldare la protezione delle tombe medievali nel Sistema delle Piazze? E cosa, invece, nella testa di chi, poche ore dopo, in accordo con nessuno se non con sé stesso, sceglie di danneggiare quel lavoro ancora fresco? Un gesto di cura, da un lato; un atto di vandalismo, dall'altro.
Il sito archeologico di Piazza Umberto I rappresenta la radice storica più profonda del centro storico di Castelvetrano. Dal 2008, anno in cui è stato restituito al pubblico, fino ai giorni nostri, lo spazio ritagliato nella pavimentazione è stato uno specchio dentro cui si sono riflesse le sorti di Castelvetrano degli ultimi anni.
Durante il lungo periodo del dissesto, l'incuria le aveva rese quasi invisibili: le lastre di vetro che avrebbero dovuto proteggerle, le nascondevano allo sguardo. Opaco, ormai, per via dell’umidità, il vetro pesante sigillava nel sottosuolo urbano erba infestante e rifiuti.
Per anni turisti e associazioni hanno sollecitato un intervento di ripristino di quell’area. Ma è soltanto nell'autunno del 2024 che ci si è mossi attivamente. L’Amministrazione Lentini, da poco insediata, decideva infatti di iniziare da lì. Con un’iniziativa dal forte valore simbolico che ha portato alla rimozione delle coperture ormai inutilizzabili e alla pulizia del sito.
Oggi le tombe sono ben visibili, e all’aria aperta. In qualche modo restituite al pubblico, di nuovo parte di un patrimonio condiviso e tangibile.
Eppure spesso i buoni propositi non sono sufficienti. Qualche giorno fa il Sindaco ha raccontato sui social – e con non poco orgoglio – l’intervento volontario di Mario Giancontieri, che insieme alla Pro Loco aveva finalmente riparato le barre metalliche di protezione dell'area. Un piccolo tassello per completare il percorso di recupero iniziato mesi prima; un tassello che è arrivato, gratuito e su base volontaria, da un comune cittadino.
Ma la cronaca di Castelvetrano propone sempre tutto, e il contrario di tutto. Poche ore dopo l’annuncio, lo stesso Sindaco ha dovuto comunicare che una di quelle barre era già stata divelta e scaraventata tra le tombe. «È uno schiaffo non solo al lavoro fatto, ma all’intera città», scrive su Facebook. «Castelvetrano merita rispetto. E il rispetto si costruisce ogni giorno».
Il gesto di Giancontieri che, con saldatrice e buona volontà, ha sistemato le barre di protezione viene così cancellato in un colpo di spugna. Certo, però, entrambi i protagonisti di questa vicenda si muovono sulla stessa linea, anche se si guardano da poli opposti. Uno crea, l’altro distrugge. Entrambi però stanno facendo qualcosa. Ma cosa? Per riconoscere il valore di un’azione bisogna interpretarla da una prospettiva precisa. E la prospettiva di chi danneggia, del “vandalo”, è quella che merita particolare attenzione. Perché è distruttiva, perché è imprevedibile.
Chi danneggia una cosa pubblica sente che quella cosa non gli appartiene. Percepisce di muoversi nello stesso spazio in cui si muovono tutti gli altri (ovvero la maggioranza dei cittadini castelvetranesi) ma su un piano dimensionale diverso. E la separazione è netta, lo si vede frequentando il centro storico: negli angoli ciechi del Sistema delle Piazze, lontano dallo sguardo collettivo, in mezzo ai gruppi di giovanissimi la tensione è palpabile, di scontro; persino la postura è di sfida.
Se, allora, è vero quello che sostengono gli psicologi, e cioè che l’“atto vandalico” è il messaggio di chi non si sente visto, possiamo quindi leggere certi gesti come un tentativo (violento) di entrare in contatto con un mondo esterno da cui ci si sente esclusi.
È un tentativo giustificabile? No. Ma ha bisogno di strumenti adeguati – di comprensione, risposta e accoglienza – che sappiano andare oltre la semplice condanna pubblica. Altrimenti il vuoto tra queste due dimensioni (la dimensione tra chi è maggioranza, e chi no) continuerà a generare macerie.
Daria Costanzo
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