Dal Parco archeologico di Selinunte al borgo di Marinella, la fotografia sociale diventa un percorso diffuso tra templi, mare e spazi urbani. Dall’8 al 10 maggio torna NONSONOCOSA, festival promosso dall’Associazione Senzanome, con un’edizione più ampia rispetto agli anni precedenti.
Il weekend inaugurale apre un programma che proseguirà fino al 7 giugno, con mostre visitabili per un mese e un finissage collettivo all’Acropoli. Il titolo scelto per il 2026 è “Soglie”: una parola che indica il confine, il passaggio, il punto in cui qualcosa finisce e qualcosa può cominciare.
Non è un tema astratto. Selinunte è un luogo di soglie per definizione: tra archeologia e contemporaneo, tra entroterra e mare, tra memoria antica e trasformazioni del presente. Marinella, con il suo rapporto diretto con il Parco e con la costa, diventa parte dello stesso racconto.
Il festival mette insieme artisti internazionali, comunità locali, workshop, talk, proiezioni e momenti di convivialità. L’obiettivo non è soltanto esporre fotografie, ma usare le immagini per leggere le fratture del presente: migrazioni, crisi climatica, memoria, paesaggio, identità e inclusione.
Un festival diffuso tra Parco e borgo
Per l’edizione 2026 NONSONOCOSA cambia scala. Il cuore resta il Parco archeologico di Selinunte, ma il progetto si allarga a Marinella, trasformando il borgo in un percorso espositivo aperto.
Le installazioni sono pensate per dialogare con i luoghi. Non occupano il paesaggio in modo invasivo, ma provano a misurarsi con la forza del contesto archeologico e urbano. È una scelta importante, soprattutto in un sito come Selinunte, dove ogni intervento contemporaneo deve confrontarsi con una presenza storica imponente.
Il Parco non viene usato come semplice scenografia. Diventa parte della narrazione. Le fotografie attraversano templi, sentieri e spazi aperti, mettendo in relazione il passato con temi attuali.
È qui che il festival trova la sua cifra più interessante. La fotografia sociale non resta chiusa in una galleria, ma incontra il pubblico dentro luoghi attraversati da visitatori, abitanti, turisti e comunità locali.
Il tema delle soglie
Il sito ufficiale del festival definisce “Soglie” come un’esplorazione del confine tra conosciuto e ignoto, tra passato, presente e futuro incerto. La fotografia viene chiamata a costruire un linguaggio visivo del cambiamento.
È un’impostazione coerente con il tempo che attraversiamo. Le soglie sono i punti instabili: i confini geografici, le frontiere sociali, le crisi ambientali, le identità che si trasformano, le comunità costrette a ripensarsi.
In Sicilia occidentale queste domande non sono lontane. Il Mediterraneo è spazio di approdi e partenze. Il paesaggio agricolo e costiero sente gli effetti della crisi climatica. I borghi e le città cercano nuove forme di partecipazione culturale.
NONSONOCOSA prova a collocarsi proprio in questo punto: non una rassegna estetica separata dalla realtà, ma un festival che guarda alla fotografia come strumento di indagine.
Gli autori e i progetti in mostra
Il programma espositivo mette insieme linguaggi e generazioni diverse. Tra gli autori in mostra ci sono Cristina Vatielli, Francesco Pistilli, Ronin Platform, Giulia Piermartiri ed Edoardo Delille.
Francesco Pistilli, vincitore del World Press Photo Award 2018, porta un lavoro legato alle rotte migratorie e ai confini. Giulia Piermartiri ed Edoardo Delille presentano “Atlas of the New World”, progetto che lavora sulle trasformazioni del paesaggio e sugli scenari futuri connessi al cambiamento climatico.
Accanto agli autori contemporanei c’è anche uno spazio dedicato alla memoria. “Sospese”, progetto archiviale dell’Associazione HIC, porta nel festival una riflessione sul rapporto tra immagini, archivi e comunità.
C’è poi il progetto vincitore della open call under 35, pensato per dare spazio a nuove generazioni di fotografi. È una scelta che allarga il festival oltre i nomi già riconosciuti e permette di tenere insieme ricerca, formazione e accesso.
Una direzione artistica condivisa
Tra le novità dell’edizione 2026 c’è la co-direzione artistica affidata a Camilla Miliani e Mattia Crocetti.
Il festival presenta questa scelta come la prima co-direzione inedita, maschile e femminile, di un festival fotografico in Italia. Miliani lavora su corpo e identità; Crocetti esplora il rapporto tra uomo, paesaggio e memoria collettiva.
Al di là del primato, il dato giornalisticamente rilevante è il metodo. La direzione condivisa riflette un’idea di festival plurale, in cui lo sguardo non è unico e il programma si costruisce attraverso sensibilità differenti.
La fotografia sociale, del resto, ha bisogno di questo: prospettive diverse, attenzione ai margini, capacità di non ridurre le storie a immagini facili.
Workshop, portfolio e incontri
NONSONOCOSA non è solo un percorso espositivo. Durante il weekend inaugurale sono previsti workshop, letture portfolio e incontri con professionisti del settore.
Tra gli ospiti annunciati ci sono Benedetta Donato, Lara Conama Mumenthaler, Andrea Comollo ed Edoardo Bucci. Il programma conferma la volontà di offrire strumenti concreti a chi fotografa, studia o vuole avvicinarsi al linguaggio delle immagini.
I workshop e le letture portfolio sono proposti a prezzi accessibili. È una scelta coerente con la natura sociale del festival: non basta parlare di inclusione, bisogna costruire condizioni perché la partecipazione sia possibile.
Già nel 2025 il progetto aveva lavorato in questa direzione, coinvolgendo aspiranti fotografi in un corso base legato all’inclusione sociale. L’edizione 2026 allarga quel percorso e lo porta dentro un contesto più strutturato.
Fotografia e impegno civile
Nel programma 2026 trova spazio anche la collaborazione con ActionAid. Sabato 9 maggio è previsto un appuntamento dedicato alla prevenzione e al contrasto delle mutilazioni genitali femminili, con la presentazione del lavoro dell’organizzazione in Italia e la proiezione di un estratto del documentario “Jaha’s Promise”.
È uno degli esempi più chiari del taglio del festival. La fotografia non viene trattata solo come linguaggio artistico, ma come strumento per aprire discussioni pubbliche su diritti, violenza, corpi e disuguaglianze.
La proiezione inaugurale va nella stessa direzione. Venerdì 8 maggio, dopo l’apertura sulla gradinata del Tempio E, è prevista la proiezione di “EveryDay in Gaza”, cortometraggio di Omar Rammal sulla quotidianità della famiglia Farra nella Striscia di Gaza durante la primavera del 2025.
Sono scelte che collocano Selinunte dentro un orizzonte più largo. Il festival parte da un territorio specifico, ma guarda a questioni globali.
Il rapporto con Selinunte
Il Parco archeologico di Selinunte è uno dei luoghi più importanti della Sicilia antica. Usarlo come sede di un festival di fotografia sociale significa porre una domanda sul presente del patrimonio.
Un sito archeologico non è soltanto un luogo da conservare e visitare. Può diventare uno spazio in cui si discutono i conflitti del nostro tempo, a condizione che il dialogo con il paesaggio sia rispettoso e non decorativo.
NONSONOCOSA sembra muoversi su questa linea. Le installazioni diffuse e a impatto contenuto cercano un equilibrio tra arte contemporanea e contesto archeologico. Il pubblico è invitato a camminare, osservare, mettere in relazione ciò che vede con il luogo in cui si trova.
È una forma di fruizione diversa dalla mostra tradizionale. Il visitatore non entra in una sala neutra. Attraversa uno spazio già carico di memoria, e le immagini diventano un secondo livello di lettura.
Le informazioni utili
NONSONOCOSA apre venerdì 8 maggio con un weekend inaugurale che proseguirà fino a domenica 10 maggio.
Le mostre saranno visitabili fino al 7 giugno 2026, giorno del finissage collettivo all’Acropoli.
Il festival si svolge tra il Parco archeologico di Selinunte e il borgo di Marinella. Il pass da 25 euro include l’accesso a talk, proiezioni, aperitivi e cena per i tre giorni del weekend inaugurale, oltre all’abbonamento annuale al Parco archeologico di Selinunte.
Workshop, concerti e letture portfolio prevedono modalità e costi dedicati.
NONSONOCOSA cresce e cambia scala, ma conserva il suo punto di partenza: la fotografia come pratica sociale. A Selinunte le immagini non servono solo a guardare il mondo. Servono a chiedersi da quale soglia lo stiamo osservando, e cosa siamo disposti a vedere davvero.
Ines D’Orazio