Vinitaly, la Sicilia, e Marsala, allo specchio (senza uscire dal proprio padiglione)
Non andavo al Vinitaly da anni. E forse, col senno di poi, è stato un bene. Perché tornandoci in questi giorni, con uno sguardo meno abituato e più “vergine”, il salto di qualità si vede tutto. Netto. Quasi sorprendente.
La più importante fiera del vino in Italia è cresciuta. Ma soprattutto è cresciuto il “sistema” vino. E uso questa parola con cognizione: sistema, non comparto. Perché continuare a raccontarlo come un settore a sé stante è ormai una semplificazione che non regge più. Il vino oggi è economia diffusa, è turismo, è racconto dei territori, è tecnologia, è cultura materiale e immateriale. È un pezzo di Paese che si muove, e che muove altro.
E questo Vinitaly lo ha raccontato bene.
Così come, a modo suo, ha raccontato bene anche la Sicilia.
La Regione si è presentata con un intero padiglione, il 2, trasformato in una sorta di grande palcoscenico identitario: cantine, degustazioni, schermi ad alta definizione, reperti archeologici, una scenografia curata e imponente. E poi, come da tradizione, la parata delle istituzioni. Assessori, dirigenti, dichiarazioni, panel.
È in momenti come questi che torna in mente il Gattopardo. Non per la frase più citata e abusata, del cambiare tutto perché nulla cambi, ma per un’altra, molto più tagliente: “I siciliani si credono degli dei”.
Ecco, al Vinitaly questa sensazione è fortissima.
Dentro quel recinto, la Sicilia si racconta come una terra perfetta, autosufficiente, quasi mitologica. Una narrazione potente, certo. Ma rivolta soprattutto a se stessa. Un racconto autoreferenziale, che rischia di compiacersi più che di interrogarsi.
L’errore, ormai strutturale, è proprio questo. I politici siciliani arrivano a Verona per fare passerelle, per ripetere concetti già sentiti, per annunciare cambiamenti che – a sentirli – dovrebbero essere già avvenuti. Confesso che è stato sconfortante ascoltare parole identiche a quelle di cinque anni fa. Stesse promesse, stesso lessico, stessa retorica.
E allora viene da pensare che la prima regola, per un politico siciliano al Vinitaly, dovrebbe essere una sola: non entrare nel padiglione della Sicilia. Non metterci piede.
Uscire, piuttosto. Andare altrove. Nel padiglione del Veneto, per esempio, dove imprese, consorzi e istituzioni riescono davvero a fare sistema. O in Trentino, dove il racconto del vino è integrato con quello del territorio in modo concreto, misurabile, efficace.
Perché il punto non è quanto siamo bravi a dirci quanto siamo bravi. Il punto è capire come tutto questo – vigneti, numeri, competenze, tradizioni – possa davvero produrre valore.
I siciliani, soprattutto nel vino, continuano a sentirsi degli dei. Ma ogni tanto, forse, dovrebbero scendere dall’Olimpo e guardare cosa succede nel resto del mondo.
La politica, in tutto questo, resta sullo sfondo. O meglio: compare solo quando c’è da farsi vedere.
Il Vinitaly è uno di quei luoghi dove questa assenza diventa evidente. Non perché manchino le dichiarazioni, i panel, le interviste. Ma perché manca la sostanza. Manca la presenza vera, quella che si misura nel tempo, nell’ascolto, nella capacità di stare accanto a un sistema produttivo senza usarlo come fondale.
Prendiamo Marsala.
Marsala è una delle pochissime città al mondo che ha il nome identico a quello del suo vino. Un caso unico, un patrimonio straordinario, un brand naturale che altri territori sognano. Eppure, al Vinitaly, il sindaco di Marsala non c’è. Non c’era. Così come non c’erano i candidati alle prossime elezioni amministrative. Assenti. E non è un dettaglio. È un segnale. Perché se non c’è una passerella da fare, se non ci sono riflettori accesi su un palco istituzionale, allora il Vinitaly non interessa. Non attira. Non mobilita. Non diventa priorità.
Eppure dovrebbe essere il contrario. Dovrebbe essere il luogo dove una città come Marsala si presenta, si misura, costruisce relazioni, difende e rilancia la propria identità produttiva. Dovrebbe essere il punto in cui la politica incontra davvero gli imprenditori, quelli che il vino lo fanno, lo esportano, lo raccontano ogni giorno.
Ma questo richiede una cosa che spesso manca: il pensiero lungo.
Molto più semplice, invece, inseguire il fascino delle fiere del turismo, come la Bit. Lì sì che la politica si muove compatta, presente, visibile. Perché il turismo, nella narrazione dominante, è sinonimo di ritorno immediato, di numeri facili da raccontare, di consenso rapido.
Il vino no. Il vino chiede tempo. Chiede strategia. Chiede competenze. Chiede politiche industriali, infrastrutture, visione. Chiede di stare accanto agli imprenditori quando le cose si fanno complesse, quando servono risposte articolate, quando non basta uno slogan.
E qui, spesso, la politica siciliana si ferma. Preferisce la vetrina alla sostanza. La presenza simbolica all’impegno reale. Il racconto facile alla costruzione difficile.
E così, mentre al Vinitaly il “sistema vino” italiano cresce, si struttura, si rafforza, la Sicilia rischia ancora una volta di restare chiusa dentro il suo padiglione. A raccontarsi quanto è bella. Senza accorgersi che, fuori, il mondo corre.
E a proposito di Marsala, il paradosso si fa ancora più evidente.
Per la prima volta nella sua storia ultradecennale, al Vinitaly c’era uno stand del Consorzio del vino Marsala. Un segnale importante, quasi simbolico, del tentativo – portato avanti da alcuni produttori coraggiosi – di rianimare una denominazione che ha attraversato anni difficili, per non dire mesti.
È, senza dubbio, una buona notizia. Ma lo è solo a metà.
Perché di quello stand, di fatto, non sapeva quasi nessuno. Se ne è occupato il Gambero Rosso, che lì curava una degustazione. E poi Tp24, perché eravamo lì. Per il resto, silenzio.
Ed è qui che riemerge uno dei mali cronici di questo territorio: il deficit di comunicazione. Non una questione estetica, ma strategica. Perché puoi anche esserci, ma se non lo racconti, se non costruisci attenzione, se non generi curiosità, è come non esserci affatto.
Adesso il Consorzio, scopriamo, ha un marchio. E persino questo sembra dire qualcosa di questo spaesamento. Ha un'immagine che che, involontariamente, richiama il ... ponte di Mazara. Un dettaglio? Forse. Ma i dettagli, quando si parla di identità e posizionamento, fanno la differenza.


Poi, a pochi metri, c’è lo stand di Intorcia. E lì campeggia una scritta enorme: MARSALA. Semplice, diretta, riconoscibile. Nel suo pantone. Nessuna sovrastruttura. Nessuna ambiguità. E funziona.

È facile giudicare, certo. Ma il punto non è il confronto tra stand. Il punto è un altro, più profondo.
Fuori dalla Sicilia, i consorzi sono motori del cambiamento. Sono soggetti attivi, capaci di fare sistema, di sostenere il territorio e, allo stesso tempo, di essere sostenuti da quel territorio. Sono luoghi di sintesi, di visione, di strategia condivisa.
Da noi, invece, il Consorzio del Marsala Doc appare ancora come un corpo estraneo. Non pienamente riconosciuto, non pienamente integrato, non pienamente sostenuto.
E così si torna sempre allo stesso punto.
Abbiamo una storia unica, un nome che è già un brand globale, un patrimonio produttivo che potrebbe essere una leva straordinaria di sviluppo. Ma continuiamo a muoverci in ordine sparso. Senza una regia forte. Senza una narrazione comune. Senza la capacità di fare davvero sistema.
Il Vinitaly, in fondo, serve anche a questo: a vedere dove siamo.
E la sensazione, tornando da Verona, è che la Sicilia del vino sia ancora sospesa tra ciò che potrebbe essere e ciò che continua a raccontarsi di essere.
Giacomo Di Girolamo
Vinitaly, la Sicilia, e Marsala, allo specchio (senza uscire dal proprio padiglione)
Non andavo al Vinitaly da anni. E forse, col senno di poi, è stato un bene. Perché tornandoci in questi giorni, con uno sguardo meno abituato e più “vergine”, il salto di qualità si vede tutto. Netto. Quasi...
Noleggio lungo termine: le 10 migliori società che stanno cambiando...
Il noleggio a lungo termine è oggi una delle formule più rilevanti nel mercato della mobilità. La sua crescita negli ultimi anni conferma un cambiamento concreto nelle abitudini di privati, aziende e partite...
Rapporto Mediobanca, Gruppo Radenza tra i leader della GDO per crescita e...
Modica, 10 aprile 2026. L’Osservatorio di Mediobanca sulla GDO italiana e internazionale a prevalenza alimentare che aggrega i dati economico-patrimoniali di 118 aziende nazionali e 30 maggiori player internazionali per il...
Sezioni
