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29/05/2026 07:43:00

Beni sequestrati alla mafia, Ciminnisi: “Meloni li trasforma in propaganda da bar”

Cristina Ciminnisi, deputata regionale del Movimento 5 Stelle, interviene dopo il post pubblicato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni sulla maxi operazione antimafia che ha portato al sequestro di beni per oltre 200 milioni di euro, ritenuti parte del patrimonio riconducibile al sistema economico legato a Matteo Messina Denaro.

Nel post, Meloni ringrazia la Guardia di Finanza e parla di “un colpo pesante alla criminalità organizzata”, annunciando che quelle risorse saranno investite nella sicurezza dei cittadini, “in particolare nel rafforzamento della sicurezza nelle stazioni ferroviarie”.

 

Una lettura che Ciminnisi contesta duramente.

“Incredibile. La maxi-operazione coordinata dalla DDA di Palermo (non meritano neppure di essere citati i magistrati brutti e cattivi) e dalla Guardia di Finanza rappresenta un importante risultato nel contrasto ai patrimoni mafiosi e al sistema economico costruito attorno a Matteo Messina Denaro”, afferma la deputata regionale del M5S.

Ciminnisi critica soprattutto l’assenza, nel messaggio della premier, di riferimenti diretti al boss di Castelvetrano e ai territori segnati dalla sua latitanza e dal potere mafioso.

“Eppure, non una parola su Matteo Messina Denaro. Non una parola sul prezzo che intere comunità della provincia di Trapani, come Campobello di Mazara, continuano ancora oggi a pagare dopo decenni di potere mafioso, connivenze e silenzi”.

Poi l’affondo sulla destinazione richiamata da Meloni: “No. Le STAZIONI FERROVIARIE”.

Per Ciminnisi, il punto non è solo comunicativo, ma politico. “Persino un patrimonio sequestrato diventa immediatamente materiale da propaganda di Governo. Un ‘tesoretto’ da spendere in annunci e slogan, dimenticando il senso più profondo della legislazione antimafia: restituire ai territori ciò che la mafia ha sottratto con la violenza, l’intimidazione e il potere criminale”.

 

 

La deputata pentastellata richiama il ruolo dello Stato nei territori colpiti dalla mafia: “‘Lo Stato c’è’ quando riconosce le difficoltà dei territori che hanno convissuto per decenni con il potere mafioso. Quando restituisce i beni confiscati alle comunità rendendoli patrimonio collettivo e vissuto”.

E aggiunge: “‘Lo Stato c’è’ quando combatte la mafia con serietà e rispetto istituzionale, non quando spunta le armi degli investigatori, abolisce l’abuso d’ufficio, o tenta di indebolire l’indipendenza della magistratura. Non quando utilizza operazioni così delicate per alimentare una narrazione propagandistica di Governo”.

La conclusione è netta: “Quei beni non sono un tesoretto da utilizzare nella narrazione di un Governo che sul ‘cavallo di battaglia’ della sicurezza arranca, Presidente Meloni. Sono il simbolo di una ferita collettiva e di un riscatto possibile. E forse, davanti alla storia mafiosa di questo Paese, persino il silenzio sarebbe stato più dignitoso di questa propaganda securitaria da bar”.