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29/05/2026 06:00:00

La cassaforte internazionale di Messina Denaro: i milioni della droga in resort e conti offshore

Una rete internazionale di società offshore, immobili di pregio, conti esteri e investimenti finanziari costruita, secondo la Procura di Palermo, con i soldi del narcotraffico legato a Matteo Messina Denaro. È il cuore della maxi operazione della Guardia di Finanza coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo che ha portato a tre arresti e al sequestro di beni per oltre 200 milioni di euro tra Italia, Spagna, Andorra, Gibilterra, Isole Cayman, Svizzera, Lussemburgo, Libano e Principato di Monaco.

In carcere sono finiti Giacomo Tamburello, 65 anni, di Campobello di Mazara, il figlio Luca Tamburello e l’ex moglie Maria Antonina Bruno, rintracciati in Spagna, a Malaga. Per la Procura sarebbero stati i custodi e i gestori di un enorme patrimonio accumulato in quarant’anni di traffici internazionali di hashish e marijuana.

L'operazione arriva qualche giorno dopo le perquisizione nello studio legale dell'avvocata Antonella Moceri, deceduta nel 2015. 

 

La pista partita da Andorra

L’indagine nasce da una segnalazione arrivata nell’agosto 2023 dalle autorità di Andorra. Gli investigatori scoprono che Maria Antonina Bruno disponeva di conti correnti in Lussemburgo con circa 12 milioni di euro e di altri rapporti bancari ad Andorra con giacenze per circa 1,5 milioni. Parte di quei soldi, secondo gli atti, sarebbe poi stata trasferita in Spagna per acquistare immobili a Marbella.

Da lì prende forma una ricostruzione gigantesca: società in vari Paesi, fondi patrimoniali, immobili di lusso sulla Costa del Sol, quote societarie, oro e investimenti finanziari. Tra i beni sequestrati ci sono 8 società estere, conti correnti e portafogli titoli per circa 12,5 milioni di euro, quote di un istituto di credito libanese, oltre 12 chili d’oro e 22 immobili tra Marbella, Benahavis e Puerto Banús.

 

 

Il “lavoro” di Tamburello: quarant’anni di droga

L’ordinanza ripercorre tutta la storia criminale di Giacomo Tamburello, descritto dagli investigatori come narcotrafficante internazionale attivo dagli anni Ottanta. Le sentenze richiamate dalla Procura raccontano di tonnellate di hashish movimentate tra Spagna, Svizzera e Italia. Solo in alcune operazioni contestate si parla di:

  • 1.050 chili di hashish tra il 1992 e il 1993;
  • 700 chili nel febbraio 1994;
  • 1.000 chili nel giugno 1994;
  • 1.950 chili nell’ottobre 1994;
  • 5.460 chili nel dicembre 1994.

Secondo gli investigatori, Tamburello avrebbe trasformato il narcotraffico nella sua unica attività stabile. E proprio quei soldi sarebbero poi stati ripuliti attraverso società e investimenti all’estero.

“Il patrimonio lo ha lasciato mio padre”

Tra gli elementi più pesanti raccolti dagli investigatori c’è un’intercettazione del maggio 2025. Luca Tamburello, parlando con una funzionaria di banca spagnola, spiega l’origine del patrimonio della madre:

“Ha un patrimonio che le ha lasciato mio padre”.

Una frase che, per la Procura, conferma come il patrimonio della famiglia derivasse direttamente dai capitali accumulati dal padre. E gli investigatori sottolineano un punto preciso: Tamburello non avrebbe mai avuto redditi leciti compatibili con quella ricchezza.

 

Il ruolo di Luca Tamburello, il volto finanziario del sistema

Un capitolo centrale dell’inchiesta riguarda Luca Tamburello, il figlio di Giacomo. Non una figura laterale, secondo la Procura, ma il profilo più moderno del sistema: studi in discipline bancarie e finanziarie internazionali, esperienze in istituti di credito come Morgan Stanley a Londra, rapporti nel mondo della finanza che conta. Competenze che, per i pm, sarebbero state decisive nella gestione del patrimonio familiare.

Gli enormi flussi di denaro incassati con la droga dalla fine degli anni Ottanta sarebbero stati investiti attraverso società paravento, prestanome, conti esteri e immobili di lusso. In questo schema, scrivono i magistrati, Tamburello junior, “acquisite le necessarie competenze tecniche ha nel tempo affiancato il padre nella gestione dei patrimoni illeciti”. È qui che l’inchiesta racconta anche la nuova mafia internazionale: meno coppola e più finanza, meno lupara e più holding. La sostanza, però, resta quella: nascondere e far fruttare i soldi sporchi.

 

Il legame con Messina Denaro e la “quota” alla mafia

Secondo i magistrati, parte dei profitti del narcotraffico finiva direttamente nelle casse del mandamento mafioso di Castelvetrano guidato da Matteo Messina Denaro. Decisive, in questo senso, sarebbero state anche le dichiarazioni di due nuovi collaboratori di giustizia, Vincenzo Spezia e Francesco Bruno.

I pentiti raccontano che sin dagli anni Ottanta la famiglia Messina Denaro avrebbe incassato una quota fissa del 10% sui traffici internazionali di droga. È in questo contesto che Tamburello sarebbe diventato uno degli uomini d’affari vicini al boss latitante.

Nell’ordinanza compare anche una conversazione intercettata nel 2016 tra Tamburello e Antonio Messina, storico esponente mafioso campobellese, in cui si parla di soldi da “mandare alla famiglia”. Per la Procura sarebbe un riferimento diretto alla cassa mafiosa del mandamento.

Il ruolo di Antonio Messina, il “Solimano” dei pizzini

Nelle carte torna anche il nome dell’avvocato Antonio Messina, figura storica dell’entourage economico di Messina Denaro. Ottantenne, massone “in sonno” del Grande Oriente d’Italia, già coinvolto in vecchie inchieste per droga e sequestri, sarebbe il “Solimano” citato nei pizzini che il boss si scambiava con Laura Bonafede durante la latitanza.

Secondo la Procura, avrebbe avuto un ruolo nella gestione della cassa mafiosa utilizzata anche per sostenere la lunga latitanza del padrino arrestato nel gennaio 2023.

 

Oro, franchi svizzeri e contanti nascosti

L’inchiesta racconta anche episodi quasi cinematografici. Nel settembre 2025 Tamburello, ai domiciliari a Campobello, consegna a un conoscente migliaia di franchi svizzeri “vecchio conio” da cambiare all’estero. Le intercettazioni documentano il conteggio del denaro: 5.570 franchi svizzeri nascosti in casa.

Per gli investigatori anche quei soldi sarebbero parte dei proventi accumulati nel corso dei traffici internazionali di droga.

Una rete mondiale di riciclaggio

L’operazione ha coinvolto oltre 150 finanzieri, con perquisizioni tra Sicilia e Spagna, droni, termoscanner e specialisti informatici incaricati di cercare anche eventuali criptovalute e wallet digitali.

Secondo la Dda di Palermo, quello scoperto è uno dei più grandi sistemi di riciclaggio internazionale collegati alla mafia trapanese emersi negli ultimi anni: un flusso di denaro partito dal traffico di droga e trasformato, nel tempo, in resort di lusso, società immobiliari e investimenti sparsi tra Europa e Caraibi.