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31/05/2026 16:56:00

Vandalizzato l'albero di Alessandro: la lezione di chi non si è voltato

Hanno spezzato l'albero di Alessandro. 

C'è qualcosa di profondamente triste nella storia dell'acero che era stato messo a dimora lo scorso novembre, tra via del Legno e via della Quercia nell'ambito dell'iniziativa "Alberi per il Futuro", promossa dal Movimento 5 Stelle.

Non soltanto perché qualcuno avrebbe vandalizzato una giovane pianta. Non soltanto perché avrebbe spezzato un tronco, lacerato la corteccia e compromesso mesi di crescita. Ma perché quell'albero era un simbolo: un acero giovane, destinato a crescere insieme al ricordo di Alessandro, il bambino di dieci anni tragicamente scomparso il 25 ottobre scorso.

 

Sette mesi fa, attorno a quella pianta, si erano raccolti familiari, amici e cittadini. Non per inaugurare un'opera pubblica o per tagliare un nastro, ma per affidare alla natura una memoria. Per dire che un bambino non si dimentica. Che il suo nome continua a vivere nei luoghi della città, nelle persone che lo hanno amato e persino nelle radici di un albero.

Per questo, il gesto assume un significato che va molto oltre il semplice vandalismo: perché è stato colpito un ricordo.

Le immagini e i racconti parlano di un tronco spezzato e di una corteccia sfilacciata. Segni che, secondo chi conosce le piante, farebbero pensare a una trazione esercitata sul fusto nel tentativo di completarne la rottura. 

Ma c'è un dettaglio che emerge da questa vicenda.

Quando alcuni volontari sono intervenuti per tentare di salvare l'albero, hanno trovato una situazione che andava oltre il danno provocato da una mano ignota.

La terra era durissima.

Sono serviti venti litri d'acqua per irrigare le radici. Il terreno è stato smosso con una zappa per permettere all'acqua di penetrare. Le foglie apparivano già in sofferenza.

Insomma, l'albero era stato ferito dal gesto di qualcuno, ma stava anche combattendo contro la sete e la calura degli ultimi giorni.

Ora la domanda più scomoda non è soltanto chi abbia spezzato quel tronco.

La domanda è: perché ci siamo accorti di quell'albero soltanto quando qualcuno lo ha danneggiato?

 

Negli ultimi giorni a Trapani si è discusso molto degli alberi di "Trapani Green". Delle nuove piantumazioni, delle aiuole da sistemare, delle piante che soffrono il caldo e delle responsabilità dell'amministrazione comunale nella gestione del verde pubblico.

È un dibattito legittimo, anzi, necessario.

Perché una città che investe nella riforestazione urbana deve essere in grado di garantire manutenzione, programmazione e una vera visione del verde come infrastruttura pubblica e non come semplice elemento ornamentale.

Ma gli alberi non vivono di inaugurazioni.

Vivono di acqua, di manutenzione, di cura quotidiana.

E la vicenda dell'albero di Alessandro introduce una riflessione ancora più ampia.

 

Noi cittadini, invece, che rapporto abbiamo con il verde?

Perché è giusto pretendere che le amministrazioni facciano la propria parte. È corretto chiedere manutenzione, programmazione e attenzione.

Ma quando qualcuno spezza deliberatamente un albero, il problema non è più soltanto amministrativo.

Diventa culturale, civile.

Diventa nostro.

Forse il vero punto è che continuiamo a considerare i beni comuni come qualcosa che appartiene sempre a qualcun altro. Al Comune. Alla Forestale. Alle associazioni. Ai volontari.

 

Eppure il livello di civiltà di una comunità non si misura soltanto dalla qualità delle sue amministrazioni. Si misura anche dalla qualità dei comportamenti quotidiani dei cittadini.

Dalla capacità di rispettare una panchina, un marciapiede. Un'aiuola. Un albero.

Soprattutto un albero che custodisce una storia.

 

La scena più significativa di questa vicenda, forse, non è quella del tronco spezzato.

È quella di due uomini arrivati con una scala, una zappa, un tutore e alcune taniche d'acqua.

Giacomo Coppola e Gioacchino Barbera hanno provato a fare ciò che una comunità dovrebbe sempre fare quando qualcosa si rompe: riparare.

Hanno raddrizzato il tronco, sistemato un sostegno, irrigato il terreno e tentato di restituire una possibilità a quella pianta.

Un gesto semplice, ma anche una lezione civica.

Perché l'inciviltà distrugge e la comunità ripara.

E forse è proprio qui che si trova la risposta più bella a questo episodio.

Non nella rabbia, ma nella cura.

Di un albero, di uno spazio pubblico, di una memoria.

Gli alberi, in fondo, assomigliano ai bambini. Entrambi rappresentano il futuro, la vita che si dirama.

Quando si pianta un albero dedicato a un bambino scomparso non si compie soltanto un gesto simbolico. 

Si affida alla vita il compito di custodire una memoria. Si immagina che quel tronco diventi forte, che le radici radichino e che i rami producano ombra, le foglie ossigeno, negli anni a venire.

Per questo vedere quell' acero ferito provoca una sensazione difficile da spiegare.

Ma forse la speranza sta proprio nel fatto che qualcuno abbia scelto di non voltarsi dall'altra parte.

Adesso si spera che la pianta riesca a sopravvivere. I prossimi giorni saranno decisivi.

Se ce la farà, sarà anche merito di chi ha scelto di rispondere alla distruzione con la cura.

 

Per capire quanto vale una comunità non basta guardare quanti alberi riesce a piantare. Bisogna vedere quanti ne riesce a salvare quando vengono dimenticati, danneggiati o lasciati soli.