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31/05/2026 06:00:00

Un anno senza Andrea Bulgarella. L'imprenditore che non smise mai di denunciare

Il 31 maggio di un anno fa si spegneva Andrea Bulgarella. Aveva 79 anni. Da allora Trapani, la Sicilia e il mondo dell'impresa hanno perso una figura che difficilmente può essere racchiusa in una definizione semplice.

 

Costruttore, imprenditore, visionario. Ma anche uomo scomodo. Uno di quelli che non hanno mai accettato di stare al proprio posto quando quel posto significava tacere.

A un anno dalla sua scomparsa, resta l'eredità di una vita vissuta intensamente. Una vita trascorsa tra cantieri, restauri, alberghi, battaglie giudiziarie, denunce e polemiche. Sempre con una caratteristica che amici e avversari gli hanno riconosciuto: la capacità di non arretrare.

 

Bulgarella nasce a Valderice e costruisce il suo successo partendo dall'edilizia. È ancora giovanissimo quando avvia la propria impresa. Negli anni realizza opere che segnano il territorio trapanese: alberghi, recuperi monumentali, restauri di edifici storici, interventi che contribuiscono a valorizzare il patrimonio architettonico della Sicilia occidentale. Poi l'espansione in Toscana e nel resto d'Italia, fino a diventare uno dei più importanti imprenditori italiani nel settore del recupero degli immobili di pregio.

Molti dei luoghi che oggi fanno parte dell'identità di Trapani e della sua provincia portano la sua firma: dalla Tonnara di Bonagia ai Mulini di San Cusumano, passando per decine di palazzi storici restituiti alla città. Per Bulgarella costruire non significava semplicemente edificare. Significava dare una nuova vita ai luoghi.

 

 

Ma sarebbe riduttivo ricordarlo soltanto come imprenditore.

 

Per oltre quarant'anni Andrea Bulgarella ha denunciato pubblicamente ciò che considerava le storture del sistema siciliano: la corruzione, i rapporti opachi tra politica, affari e burocrazia, l'inefficienza delle istituzioni, le connivenze che, a suo dire, frenavano lo sviluppo della Sicilia.

 

Lo fece con esposti, lettere aperte, conferenze stampa, interviste e libri. Sempre mettendoci la faccia.

 

Nel 2017,  pubblicò il libro La partita truccata. Mafia, giustizia, banche, poteri forti: una storia italiana. Un'opera che rappresenta probabilmente il suo testamento civile. In quelle pagine Bulgarella racconta la propria esperienza di imprenditore e la sua convinzione di avere combattuto per decenni contro un sistema che penalizzava chi rifiutava compromessi.

 

 

«La partita è truccata», ripeteva spesso. Era la sintesi della sua visione del mondo. Una convinzione maturata dopo decine di denunce presentate alle autorità e dopo avere vissuto in prima persona vicende giudiziarie che lo segnarono profondamente.

Nel 2015 fu coinvolto in una clamorosa inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze. Un'accusa che travolse la sua immagine pubblica e la sua attività imprenditoriale. Negli anni successivi quelle contestazioni si rivelarono infondate e la vicenda si concluse senza alcuna condanna. Ma le conseguenze personali e professionali furono pesanti.

Da quel momento Bulgarella trasformò la propria difesa in una battaglia pubblica. Scrisse, parlò, denunciò. Chiese conto alle istituzioni di quanto accaduto. E continuò a farlo fino agli ultimi giorni della sua vita.

 

Chi lo ha conosciuto ricorda il carattere impetuoso, la voce forte, le discussioni infinite, la capacità di entusiasmare e di indignarsi. Amava definirsi un sognatore. Nei suoi racconti tornava spesso il ricordo del nonno che lo portava nei cantieri da bambino e gli insegnava ad ascoltare "le pietre che cantano". Un'immagine che riassume bene il suo rapporto con il lavoro e con la vita.

A distanza di un anno, resta il patrimonio materiale delle sue opere. Ma resta soprattutto una domanda che Andrea Bulgarella ha posto per decenni e alla quale, secondo lui, non sono mai arrivate risposte sufficienti: che cosa accade a chi denuncia?

Forse è questa la parte più attuale della sua eredità.

 

Perché Andrea Bulgarella non voleva essere ricordato soltanto per ciò che aveva costruito.

Voleva essere ricordato per ciò che aveva avuto il coraggio di dire.

 

 

Ma c'è un'altra battaglia che ha accompagnato Andrea Bulgarella per gran parte della sua vita e che, forse più di ogni altra, ha contribuito a trasformarlo da imprenditore a denunciante pubblico: quella contro il sistema bancario.

 

Negli ultimi vent'anni della sua attività, Bulgarella maturò una convinzione sempre più radicale. A suo giudizio non erano soltanto la mafia, la cattiva politica o la burocrazia a soffocare l'economia italiana. C'era un altro potere, meno visibile ma altrettanto determinante: quello delle banche.

Le accusava di avere progressivamente abbandonato il loro ruolo originario di sostegno all'economia reale per trasformarsi in soggetti interessati soprattutto alla finanza, spesso pronti a mettere in difficoltà imprese sane e patrimoni costruiti in decenni di lavoro.

 

Le sue denunce furono pubbliche e documentate. Contestò il modo in cui venivano gestiti i rapporti con le imprese, denunciò operazioni finanziarie che a suo dire avevano prodotto danni enormi al tessuto produttivo italiano e sostenne che molte aziende fossero state travolte non dal mercato, ma dalle scelte degli istituti di credito.

 

Le sue accuse arrivarono fino al Parlamento. Due interrogazioni parlamentari ripresero i temi da lui sollevati, chiedendo chiarimenti sui rapporti tra sistema bancario, attività investigative e vicende che avevano coinvolto il gruppo Bulgarella. Per anni l'imprenditore sostenne di essere stato vittima di un intreccio tra poteri finanziari e altri centri di influenza che avrebbero contribuito a mettere in ginocchio le sue aziende e a comprometterne la reputazione.

Che si condividessero o meno le sue tesi, una cosa è certa: Bulgarella fu tra i pochissimi grandi imprenditori italiani a denunciare apertamente il potere delle banche, indicandolo come uno dei principali ostacoli alla crescita economica del Paese. Lo fece quando molti preferivano tacere e continuò a farlo anche quando quelle denunce gli costarono isolamento, incomprensioni e nuove polemiche.

 

Negli ultimi anni ripeteva spesso che la Sicilia aveva perso molte delle sue migliori energie non soltanto per colpa della mafia o della cattiva politica, ma anche perché troppe imprese erano state lasciate sole dal sistema creditizio. Era una delle sue ossessioni. Ma era anche una delle battaglie che considerava più importanti.

 

 

A un anno dalla sua scomparsa, resta dunque una figura difficile da catalogare. Andrea Bulgarella è stato un imprenditore di successo, certamente. Ma è stato anche un uomo che ha scelto di esporsi, di denunciare, di contestare pubblicamente meccanismi che riteneva ingiusti, pagando spesso un prezzo elevato per le sue posizioni.

 

Le sue idee hanno suscitato consenso e critiche, adesioni e polemiche. Ma nessuno può negare che abbia attraversato la vita pubblica siciliana lasciando una traccia profonda. Nelle pietre dei palazzi che ha restaurato, negli alberghi che ha realizzato, nei posti di lavoro che ha creato. E nelle migliaia di pagine di esposti, lettere, denunce e libri con cui ha cercato, fino all'ultimo, di raccontare la sua verità.

 

Forse il modo migliore per ricordarlo è proprio quello che lui stesso avrebbe voluto: non come un imprenditore da celebrare, ma come un uomo che non ha mai smesso di fare domande. Anche quando quelle domande erano scomode. Anche quando conveniva tacere.

Perché Andrea Bulgarella ha costruito alberghi, restaurato palazzi e trasformato interi pezzi di città. Ma la sua opera più ostinata, probabilmente, è stata un'altra: tentare di rompere il silenzio attorno a ciò che considerava una grande partita truccata. E continuare a denunciare, fino alla fine