Le elezioni dei delusi: quando vincere non basta e perdere fa rumore
Guai a chiamarli “trombati”, se no si offendono. Ma la lista di coloro che non ce l’hanno fatta ad essere eletti in Consiglio comunale è lunghissima. D’altronde, i candidati erano centinaia, i posti appena 23 (più uno riservato al candidato sindaco arrivato secondo), e quindi era prevedibile che, tra premi di maggioranza, soglie di sbarramento e guerre intestine per le preferenze, qualcuno sarebbe rimasto fuori dalla porta di Palazzo VII Aprile.
E infatti, fuori, c’è rimasta parecchia gente. Alcuni in silenzio. Altri con eleganza. Altri ancora con lunghi post Facebook in cui spiegano che in realtà hanno vinto moralmente, politicamente, spiritualmente e quasi pure matematicamente.
A proposito di liste, il flop più clamoroso è quello del Movimento Popolare Arcobaleno di Sebastiano Grasso. Una lista che, a giudicare dalla presenza social, sembrava destinata quantomeno a conquistare Palazzo Chigi. Video quotidiani, dirette, attacchi, appelli, slogan, post motivazionali, indignazione permanente, presidio totale di Facebook e dintorni. Grasso, durante questa campagna elettorale, ha fatto praticamente la curva sud per Giulia Adamo, difendendola su ogni tema, annunciando rivoluzioni imminenti e presentandosi come il grande interprete del malcontento cittadino.
Poi però sono arrivate le urne. E soprattutto sono arrivati i numeri.
Il Movimento Popolare Arcobaleno si è fermato a 513 voti complessivi, pari all’1,3%. Tradotto: niente Consiglio comunale, niente seggi, niente rivoluzione. Neppure un consigliere.
Naturalmente, come spesso accade quando si perde, la colpa è degli altri. Del sistema. Dei cittadini che non hanno capito. Del “volto nuovo” che nuovo non sarebbe. Del fatto che “cambia tutto affinché nulla cambi”. Un classico intramontabile della politica locale, insieme alle inaugurazioni dei cantieri che non partono mai.
Nel suo messaggio post elettorale, Grasso ringrazia “gli oltre 623 preferenze” ricevute dal movimento (i dati ufficiali, però, dicono 513 voti di lista), rivendica “lealtà, onestà e chiarezza” e spiega che il nuovo Consiglio comunale sarebbe composto “per metà da eletti della giunta Di Girolamo e per metà della giunta Grillo”. Insomma, secondo questa lettura, il famoso vento del cambiamento avrebbe avuto qualche problema di pressione atmosferica.
Resta però un mistero uno dei passaggi centrali del comunicato: “Ci auguriamo che la nuova sindaca riesca davvero a mantenere le promesse fatte ai cittadini”. Quali promesse? Non è chiarissimo. Ma il tono è quello di chi lascia il palazzo sbattendo la porta, anche se dentro, in realtà, non c’era mai entrato.
Grasso promette comunque opposizione “con serietà, coerenza e libertà”. E probabilmente continuerà a farla soprattutto sui social, dove in effetti il Movimento Popolare Arcobaleno ha già dimostrato di avere una presenza ben superiore ai risultati elettorali.
Del resto, a Marsala succede anche questo: ci sono liste che prendono pochi voti ma occupano moltissimo spazio. E altre che prendono molti voti senza che nessuno se ne accorga fino allo spoglio.
Ma i flop più interessanti, politicamente parlando, non stanno soltanto tra gli sconfitti. Perché anche dentro la coalizione vincente di Andreana Pattic’è chi festeggia poco o nulla. E il caso più rumoroso, almeno per la pochezza dei voti raccolti rispetto alle aspettative e ai simboli messi insieme, è quello della lista “Fratelli” tra Movimento Cinque Stelle e Psi.
Già sulla carta sembrava una di quelle operazioni politiche che, più che entusiasmare gli elettori, rischiano di confonderli. Da una parte i grillini, quelli del “vaffa”, dell’anti sistema, dell’uno vale uno, dei “partiti morti”. Dall’altra gli eredi del Psi di Bettino Craxi, cioè esattamente uno dei simboli della Prima Repubblica che i Cinque Stelle, per anni, hanno indicato come il male assoluto della politica italiana.
E infatti il tandem non ha funzionato.
La lista si è fermata a 767 voti totali. Pochissimi. Praticamente niente, se si considera che dentro c’erano due simboli politici nazionali e una coalizione che ha pure vinto le elezioni. Un risultato che certifica, senza troppi giri di parole, l’inesistenza territoriale del Movimento Cinque Stelle a Marsala, città dove fino a qualche anno fa i grillini arrivavano a sfiorare percentuali bulgare e sembravano poter conquistare un voto su due. Ma il dato racconta anche la debolezza dei socialisti marsalesi guidati da Nino Oddo, storico protagonista della politica locale che questa volta non riesce a incidere.
Insomma, più che una fusione politica, è sembrata una riunione di condominio venuta male.
Eppure, anche davanti a numeri così magri, la politica non perde mai la capacità di trovare motivazioni, speranze e soprattutto lunghi messaggi Facebook. Aldo Rodriquez, volto dei Cinque Stelle marsalesi, prova infatti a guardare oltre il risultato: “So che molti di voi vivono questo momento con delusione, rabbia, stanchezza. Lo capisco. Anch’io avrei voluto leggere altri numeri. Ma la politica, per me, non è solo il giorno del voto. È il giorno dopo, e quello dopo ancora”.
Che è una frase nobile, persino romantica. Ma resta il fatto che, nel frattempo, il Consiglio comunale si farà senza di loro.
E infine, che dire di Alleanza Verdi e Sinistra?
Qui entriamo in un territorio che la sinistra conosce benissimo: quello della sconfitta dentro la vittoria. Una disciplina nella quale, va riconosciuto, esiste una lunga tradizione e una certa competenza accumulata negli anni.
Perché AVS era dentro la coalizione vincente, avrà un assessore in giunta — Daniele Nuccio — eppure non porta a casa nemmeno un consigliere comunale. Un risultato che ha qualcosa di scientifico, quasi da laboratorio politico: partecipare alla vittoria, contribuire all'elezione del sindaco e riuscire comunque a restare fuori dal Consiglio per una manciata di voti.
A posteriori, naturalmente, si possono fare molte analisi. E l'analisi del voto è da sempre una delle attività preferite della sinistra, subito dopo i congressi e immediatamente prima delle divisioni interne.
Il dato politico, però, resta. Per provare a essere parte integrante di una coalizione larghissima, AVS ha probabilmente accettato di smussare alcuni degli spigoli che ne caratterizzano l'identità. In altre parole, si è venduta un pezzetto di anima senza riuscire a trasformare quel sacrificio in consenso elettorale.
Eppure i temi non mancavano. Anzi. In una città che continua a fare i conti con consumo del territorio, abusivismo, gestione dei rifiuti, mobilità inesistente, verde pubblico ridotto ai minimi termini e una pianificazione urbanistica ancora tutta da costruire, le questioni ambientali avrebbero potuto occupare il centro del dibattito.
Invece la campagna elettorale dei Verdi è apparsa fin troppo prudente. Pochi affondi, poche bandiere identitarie, poche battaglie capaci di distinguersi dal resto della coalizione. Come se, nel timore di disturbare l'alleanza, si fosse preferito abbassare il volume proprio sui temi che avrebbero dovuto rappresentare il marchio di fabbrica della lista.
Il risultato è che Andreana Patti governerà anche grazie ai voti di AVS, Daniele Nuccio siederà in giunta, ma in Consiglio comunale non ci sarà nessuno a rappresentare direttamente quella componente politica.
Che, per una forza che fa della rappresentanza delle minoranze la propria ragione d'essere, è una piccola ironia della storia. O forse soltanto l'ennesima lezione che la politica marsalese continua a impartire a chi pensa che vincere una coalizione significhi automaticamente vincere anche per sé.
E poi c'è il caso probabilmente più emblematico di tutti: quello di Noi Moderati.
Perché qui non parliamo di una lista senza nomi o senza candidati forti. Anzi. Dentro c'erano due autentici campioni delle preferenze come Walter Alagna e Ivan Gerardi, che infatti hanno fatto la loro parte. Eccome. Alagna chiude con 682 preferenze, Gerardi addirittura con 736. Numeri importanti, che in molte liste sarebbero bastati per entrare in Consiglio comunale quasi passeggiando.
E invece no.
Perché la politica, soprattutto nelle elezioni comunali, è una disciplina crudele: non basta avere due fuoriclasse se il resto della squadra non entra mai in partita.
La lista Noi Moderati si è infatti fermata a 1.958 voti complessivi, troppo pochi per conquistare un seggio. Dietro i due candidati di punta c'era sostanzialmente il vuoto. E così centinaia di preferenze personali si sono trasformate in un clamoroso nulla di fatto.
È una delle lezioni più antiche delle amministrative marsalesi: le liste non si improvvisano. Si costruiscono con pazienza, equilibrio, dosaggi accurati, distribuzione dei candidati sul territorio, rapporti personali e una certa arte della combinazione che assomiglia più alla chimica che alla politica.
Lo sa bene uno che di questa materia è probabilmente il massimo esperto locale: Michele Gandolfo.
Da anni cambia simboli, alleanze, coalizioni e compagni di viaggio con una regolarità che farebbe impallidire molti professionisti del trasformismo politico. Ma alla fine il risultato è quasi sempre lo stesso: Michele Gandolfo torna in Consiglio comunale.
Questa volta lo fa con Sud Chiama Nord, nella coalizione vincente di Andreana Patti. E ancora una volta dimostra di conoscere la formula giusta. Non soltanto individua il cavallo vincente, ma costruisce anche una lista capace di stare esattamente sopra la soglia necessaria. Né troppo forte né troppo debole. Quanto basta per conquistare due seggi: uno per sé e uno per il consigliere uscente Rino Passalacqua.
La morale, se proprio bisogna trovarne una, è che le elezioni comunali non premiano necessariamente chi fa più rumore, chi pubblica più post o chi raccoglie più preferenze personali. Premiano soprattutto chi sa fare le liste.
E a giudicare dai risultati, a Marsala c'è chi ancora continua a insegnare la materia.
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