Se si guarda al risultato elettorale di Noi Moderati-MPA-Noi Marsalesi, emerge un dato evidente: al di là dei due consiglieri uscenti, il resto della lista semplicemente non esiste. Ivan Gerardi 736 voti, Walter Alagna 682. Entrambi fuori dal consiglio comunale per mancato raggiungimento della soglia di sbarramento.
I voti sono arrivati esclusivamente da chi già disponeva di un patrimonio elettorale personale consolidato. Per il resto, il deserto. Nessun radicamento diffuso, nessuna nuova classe dirigente, nessun candidato in grado di incidere realmente sulla competizione. Una lista che ha vissuto di rendita e che non ha mostrato alcuna capacità di allargare il consenso. Nicola Fici è stato il presentatore della lista, e dovrebbe essere adesso indicato anche come segretario cittadino di Noi Moderati.
Ci sarà un grande lavoro da fare: non si può pretendere di costruire sui territori in piena campagna elettorale, nemmeno partendo dagli uscenti. Il radicamento va coltivato senza sosta, ogni giorno. Noi Moderati ha una prateria davanti: tutto dipenderà dalla capacità di “fare”, perché a parlare sono tutti bravi. Ma questa volta non sono riusciti a interpretare il reale vento marsalese.
Fici potrebbe avere le carte in regola per giocarsi questa nuova scommessa: saprà farlo? La performance all’interno della lista non è bastata a compensare le debolezze strutturali di una compagine che non è riuscita a trasformarsi in una forza competitiva.
Tra le delusioni più evidenti c’è anche la performance dell’oculista Enzo De Vita. Da una figura conosciuta in città ci si sarebbe aspettati un contributo ben diverso in termini di consenso: in totale 169 voti. I numeri raccontano invece una realtà diversa e certificano una capacità di attrazione elettorale ben al di sotto delle aspettative.
Il risultato finale è quello di una lista che sopravvive grazie a poche individualità ma che, come progetto politico complessivo, esce dalle elezioni senza aver lasciato alcun segno. E quando una forza politica vive soltanto dei voti dei propri uscenti, senza costruire nulla attorno, il problema non è il risultato di una singola elezione: è l’assenza di futuro.
La leadership finora mostrata è stata quella di Maria Pia Castiglione.
MPA: la testimonianza
Emblematica, in questo senso, la vicenda politica di Salvatore Montemario. Per mesi ha partecipato a riunioni, tavoli e confronti, intervenendo spesso come se fosse il punto di riferimento dell’intera coalizione. Ha parlato da leader, ha cercato di dettare la linea politica della città e di orientare le scelte altrui. Alla prova delle urne, però, il peso politico si è rivelato ben diverso: più una testimonianza che una forza reale capace di spostare voti e determinare gli equilibri.
Senza dimenticare che a Marsala l’alleato dell’MPA, Gianfranco Miccichè, ha sposato e appoggiato la candidatura di Massimo Grillo.
Adesso lo sguardo sembra rivolto verso Erice, dove il tentativo è quello di salire sul carro di Enzo Scontrino. Ma anche in quel caso occorre distinguere i contenitori dai contenuti: se Scontrino gode di consenso popolare, quel consenso appartiene a lui e al suo percorso personale, non certo a chi cerca oggi di accreditarsi come interlocutore indispensabile.
Romano: il re è nudo
Saverio Romano, leader regionale di Noi Moderati, ha ricomposto il quadro di quanto accaduto:
“Il centrodestra in Sicilia paga tensioni e litigi locali che un tempo venivano intercettati e ricomposti da guide forti, autorevoli e capaci di guardare lontano. Nessuno ha avuto il coraggio di dire che il re è nudo, e cioè che la classe dirigente siciliana si è rivelata inadeguata al momento storico che stiamo attraversando. Le avvisaglie c’erano già state, all’Assemblea regionale prima ancora che nelle urne, e a poco a poco si sono trasformate in débâcle. Anche diverse amministrazioni guidate da sindaci di centrodestra non hanno saputo raccogliere il patrimonio elettorale ricevuto e trasformarlo in un vero progetto di governo”.
Impietosa la sua analisi, ma veritiera:
“Paghiamo questo e molto altro, compreso lo spazio che abbiamo lasciato agli avversari, mai contrastati per paura, per soggezione o perché in fondo faceva comodo lasciarli infierire sull’alleato di turno trattato come un nemico. È il momento di voltare pagina, e dobbiamo prenderne atto tutti. Non saranno i sottogoverni della Regione o gli assessorati del Comune di Palermo a sostituire un progetto politico che oggi semplicemente non esiste. È un’analisi che mi assegna una responsabilità, seppur minore rispetto a chi ha governato o a chi, pur restando fuori, ha tirato le fila dei governi di Sicilia. La mia colpa, semmai, è quella di non avere parlato con maggiore forza quando avevo già avvistato il pericolo. Non per calcolo, ma perché ho coltivato a lungo la speranza che chi guidava avesse esperienza e capacità per affrontare e risolvere i grandi problemi della Sicilia e dei siciliani. Quella speranza è naufragata. Adesso sta ai giovani, donne e uomini meno compassati e di buona volontà, armare con nuova lena e corde nuove la nave del nuovo centrodestra di Sicilia”.