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20/06/2026 06:00:00

Il ragazzo con il casco / 3. Gli stragisti, i simboli e l'odio globale

Terza parte della nostra inchiesta. Dalle chat Telegram ai riferimenti a Columbine, Christchurch e Buffalo. L'inchiesta di Tp24 entra in questa terza parte nell'universo di simboli, slogan e modelli di violenza che ha influenzato il dodicenne che a San Vito Lo Capo ha tentato di accoltellare il suo professore.

 

Non ci sono soltanto i coltelli, il casco e l'aggressione al professore. C'è un mondo molto più grande dietro la vicenda di San Vito Lo Capo. Un mondo fatto di chat, riferimenti a stragisti, simboli dell'estremismo online e comunità digitali che trasformano assassini e terroristi in modelli da imitare. In questa terza puntata della nostra inchiesta entriamo nelle conversazioni, nei messaggi e nei simboli trovati dagli investigatori: elementi che raccontano come l'odio globale possa arrivare fino alla cameretta di un dodicenne della provincia di Trapani.

 

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I nomi degli stragisti, l'odio razziale e la convinzione di essere impunibile

 

C'è un altro elemento che rende la vicenda di San Vito Lo Capo diversa da quasi tutti gli episodi di violenza scolastica registrati finora in Italia.

Non riguarda i coltelli. Non riguarda il professore. Riguarda i nomi.

Nelle conversazioni finite all'attenzione degli investigatori compaiono infatti riferimenti che portano lontano dalla Sicilia e persino dall'Italia. Portano dentro l'universo globale delle stragi trasmesse online, dei manifesti suprematisti e dei terroristi che negli ultimi anni sono diventati simboli e modelli all'interno di alcune comunità estremiste presenti sul web.

Secondo quanto emerso dalle indagini, il dodicenne  ha scritto ad alcuni interlocutori di agire per «ragioni politiche».

Nelle stesse conversazioni ha  citato due nomi in particolare: Brenton Tarrant e Payton Gendron.

 

 

Il primo è l'autore della strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, dove nel marzo del 2019 furono uccise 51 persone all'interno di due moschee. Il secondo è il giovane che nel 2022 aprì il fuoco in un supermercato di Buffalo, negli Stati Uniti, scegliendo deliberatamente un quartiere a prevalenza afroamericana e uccidendo dieci persone.

Due stragi avvenute a migliaia di chilometri di distanza. Due episodi apparentemente lontanissimi dalla vita di uno studente di una scuola media del Trapanese.

Eppure quei nomi compaiono nelle sue conversazioni.

 

 

Come compare il riferimento a Columbine, il massacro scolastico del 1999 che da oltre venticinque anni continua a rappresentare una sorta di mito oscuro per molte comunità online ossessionate dalle stragi nelle scuole.

Gli investigatori hanno inoltre trovato sul casco utilizzato durante l'aggressione scritte e riferimenti riconducibili non soltanto a Columbine, ma anche a Timofey Kulyanov, il quindicenne che nel dicembre 2025 uccise a coltellate un bambino di origine tagika in una scuola nella regione di Mosca.

 

Nessuno di questi riferimenti appare casuale. Tutti rimandano a episodi di violenza estrema che hanno avuto un elemento in comune: la volontà di trasformare l'attacco in un evento mediatico.

Christchurch fu trasmessa in diretta. Buffalo fu trasmessa in diretta.

Anche il giovane aggressore di San Vito Lo Capo avrebbe tentato di registrare e diffondere la propria azione attraverso il telefono fissato sul casco. Un dettaglio che oggi appare centrale nell'inchiesta.

 

Ancora più inquietanti sono alcuni passaggi delle conversazioni attribuite al ragazzo.

Secondo quanto riportato dagli atti investigativi, il dodicenne ha indicato tra i propri obiettivi alcuni compagni di scuola individuati in base all'origine etnica e religiosa.

«I miei principali bersagli sono tre musulmani della mia classe», ha scritto.

In un altro passaggio ha citato anche una ragazza nera che frequentava un'altra classe.

Frasi che gli investigatori stanno analizzando con estrema attenzione perché sembrano richiamare contenuti tipici dell'universo suprematista e xenofobo diffuso in alcune comunità online internazionali.

È un aspetto che distingue questa vicenda da molte altre forme di bullismo o di violenza scolastica.

Qui non emerge soltanto rabbia personale. Emergono riferimenti ideologici, simboli, slogan e bersagli selezionati sulla base dell'identità religiosa o etnica.

Ma c'è un'altra frase che ha colpito particolarmente chi indaga. Alla vigilia dell'aggressione il ragazzo ha spiegato a un interlocutore di essere consapevole delle conseguenze giudiziarie del proprio gesto. O meglio, della mancanza di conseguenze penali:  «Teoricamente vorrei essere ritenuto penalmente responsabile», ha scritto. «Ma in Italia i minori di 14 anni non possono essere processati penalmente».

Una riflessione sorprendente per un dodicenne. Non tanto per la correttezza giuridica del ragionamento, quanto per la lucidità con cui dimostra di avere considerato anche questo aspetto prima di passare all'azione.

È uno dei passaggi che hanno maggiormente impressionato gli investigatori. Perché restituisce l'immagine di un ragazzo che non sembra muoversi dentro una fantasia improvvisa o una rabbia momentanea, ma dentro una narrazione costruita nel tempo, alimentata da riferimenti internazionali, slogan, simboli e conversazioni sviluppate prevalentemente online.

Ed è proprio questo il punto che oggi interessa maggiormente gli inquirenti. Non capire soltanto cosa abbia fatto il dodicenne. Ma comprendere chi fossero le persone con cui parlava, quali contenuti consumasse ogni giorno e attraverso quali canali sia arrivato, a dodici anni, a conoscere e citare con familiarità alcuni dei più noti autori di stragi e attentati degli ultimi decenni.

 

 

Il casco come manifesto

 

A un primo sguardo poteva sembrare soltanto un casco pieno di scritte. Uno dei tanti oggetti che gli adolescenti personalizzano con adesivi, simboli e parole.

Ma quando gli investigatori hanno iniziato a esaminarlo con attenzione, hanno scoperto qualcosa di molto diverso. Quel casco non era un accessorio. Era un manifesto.

O forse qualcosa di ancora più inquietante: una mappa mentale. Era il luogo in cui il dodicenne aveva raccolto i propri riferimenti, i propri simboli, i propri modelli.

Il professore che si è trovato davanti il ragazzo quella mattina aveva notato immediatamente il cellulare fissato con il nastro adesivo e le numerose scritte presenti sulla superficie.

Solo successivamente il significato di quei riferimenti ha iniziato a emergere.

Sulla parte anteriore compariva in verticale una parola: "INCEL".

 

INCEL. Per la maggior parte delle persone potrebbe sembrare una sigla incomprensibile. In realtà indica una delle sottoculture più discusse e controverse nate sul web negli ultimi anni.

Il termine deriva da "involuntary celibate", celibe involontario, e identifica comunità online composte prevalentemente da giovani uomini che attribuiscono alle donne e alla società la responsabilità delle proprie frustrazioni affettive e sessuali.

Non tutti gli ambienti incel sono violenti. Ma alcune delle loro frange più radicali hanno sviluppato nel tempo linguaggi caratterizzati da misoginia, vittimismo estremo e culto di figure che hanno compiuto attacchi contro donne o contro la società nel suo complesso.

Per gli investigatori è difficile stabilire quanto un dodicenne possa realmente comprendere l'universo ideologico evocato da quella parola. Ma la sua presenza sul casco dimostra che quel termine gli era familiare.

E soprattutto che aveva deciso di esibirlo.

 

Attorno alla scritta principale comparivano poi decine di altri riferimenti. Non erano slogan casuali. Erano i nomi di luoghi diventati simboli delle stragi scolastiche contemporanee.

Columbine.

Virginia Tech.

Sandy Hook.

Parkland.

Nashville.

Perm.

Nomi che per milioni di persone significano tragedie, lutti, vite spezzate. Per qualcuno, invece, sembrano essere diventati punti di riferimento culturali.

Una sorta di geografia della violenza. Un catalogo di eventi da studiare, ricordare e citare.

Il casco del ragazzo assomigliava proprio a questo: una cartografia dell'orrore. Ogni nome rinviava a una strage.

Ogni strage rinviava a un autore. Ogni autore a sua volta rinviava a una comunità online che continua a discuterne, analizzarne le azioni e, in alcuni casi, mitizzarne la figura.

 

Accanto alle stragi scolastiche comparivano poi i riferimenti agli attentatori suprematisti che negli ultimi anni hanno trasformato internet in una parte integrante della propria strategia criminale.

Tra questi Anders Behring Breivik, autore degli attentati di Oslo e Utøya nel 2011.

 

 

Sul casco compariva anche un numero apparentemente enigmatico: 2083. Per chi non frequenta certi ambienti digitali non significa nulla.

Per gli studiosi dell'estremismo online rappresenta invece un riferimento immediatamente riconoscibile.

È il titolo del manifesto pubblicato da Breivik prima della strage. Ed è diventato negli anni una sorta di simbolo identitario in alcuni circuiti dell'estrema destra radicale internazionale.

Secondo la visione delirante elaborata dal terrorista norvegese, il 2083 dovrebbe rappresentare il momento conclusivo di una presunta "rivoluzione conservatrice" dell'Occidente.

Ancora una volta emerge un interrogativo inevitabile. Come arriva un ragazzino di dodici anni di una scuola media del Trapanese a conoscere simboli, date e riferimenti appartenenti a un universo ideologico così lontano?

La domanda diventa ancora più inquietante osservando gli altri dettagli.

Secondo quanto emerso dalle indagini, sui coltelli utilizzati nell'aggressione comparivano riferimenti a Brenton Tarrant, autore della strage di Christchurch.

Accanto al nome sarebbero stati scritti anche due numeri.

"-51" e "-10".

Numeri che, secondo gli investigatori, richiamerebbero il bilancio delle vittime delle stragi di Christchurch e Buffalo.

Non semplici annotazioni. Ma una forma di linguaggio simbolico. Un codice condiviso all'interno di un immaginario globale che collega episodi avvenuti in Nuova Zelanda, negli Stati Uniti, in Norvegia, in Russia e, adesso, anche in una piccola scuola della provincia di Trapani.

È qui che il caso di San Vito Lo Capo smette di essere soltanto una vicenda locale.

Perché il casco del dodicenne racconta qualcosa che va oltre il singolo ragazzo.

Racconta l'esistenza di una cultura transnazionale della violenza che viaggia attraverso internet, attraversa lingue e confini, raggiunge adolescenti sempre più giovani e offre loro simboli, miti, slogan e modelli da imitare.

Un universo che gli adulti spesso ignorano.

Ma che per alcuni ragazzi può diventare più reale della realtà stessa.

 

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