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01/07/2026 06:00:00

Selinunte. L’equivoco dei rifiuti, così una pulizia è diventata un “caso”

 Non un “deposito rifiuti all’ombra dei templi”, ma il tassello di un’operazione di decoro per il borgo di Marinella di Selinunte. Il sindaco di Castelvetrano, Giovanni Lentini, ha risposto alla polemica sull’uso di un immobile confiscato in via Marco Polo, svelando come dietro l’indignazione si celi spesso la radicata resistenza del "not in my backyard" (non nel mio giardino).

 

La decisione di adibire l'edificio a deposito per i mastelli nasce da una precedente ordinanza sindacale, che ha imposto la rimozione dei contenitori non autorizzati dalle vie principali. “L’obiettivo – scrive il sindaco - è liberare il lungomare dai bidoni che deturpano l’immagine di Selinunte”. Per permettere a quei commercianti privi di spazi interni (che si conterebbero sulle dita di una mano), di adeguarsi, il Comune ha individuato nell’immobile confiscato una soluzione logistica provvisoria, senza alcuna assegnazione definitiva. Il sindaco ha sottolineato come l’uso sia  “temporaneo e basato sull’articolo 50 del TUEL per motivi di urgenza e decoro”. Al momento, visto lo stato grezzo in cui l’edificio si trova, questa destinazione sarebbe stata l’unica possibile. Ma l’uso definitivo, già inserito nel progetto FUA (Fondo Urbano d’Ambito), prevede la demolizione della parte superiore dell’immobile per creare una terrazza panoramica sul mare. I locali sottostanti, invece di essere demoliti, verrebbero ristrutturati e destinati ad attività di utilità sociale.

La scelta è però finita nel mirino del Movimento 5 Stelle. La deputata regionale Cristina Ciminnisi ha definito il provvedimento “giuridicamente illegittimo”, richiamando l’Articolo 48 del Codice Antimafia che impone finalità sociali o istituzionali per i beni confiscati. Secondo Ciminnisi, usare un bene sottratto alla mafia come “magazzino per la spazzatura” sarebbe uno “schiaffo alla memoria delle vittime di Cosa Nostra”. Sulla stessa linea Salvatore Di Benedetto, coordinatore locale del M5S, che sottolinea la precarietà strutturale dell’edificio, definendolo un “cantiere incompiuto” a rischio crolli in una zona ad alta densità turistica. La vicenda è ora approdata all’ARS con una richiesta di audizione urgente.

 

Ma come nasce il caso?

La polemica è stata alimentata soprattutto dalla reazione di un residente dirimpettaio che, tramite legali, ha presentato un’istanza di revoca (respinta dal Comune) e scritto al Prefetto paventando rischi igienici. Il sindaco Lentini ha rigettato le accuse, parlando di “irragionevolezza indotta dalla logica del ‘non nel mio giardino’”.

Il primo cittadino ha anche ricordato che per cinque anni gli stessi commercianti hanno utilizzato un altro locale confiscato a soli 30 metri di distanza per lo stesso scopo, senza che nessuno protestasse.

Quella scelta, racconta Lentini, fu presa dall’amministrazione Alfano, che all'epoca (aggiungiamo noi) era dello stesso partito della Ciminnisi: “Allora Alfano fece benissimo, è stata una linea di buon senso che io continuo a sostenere. Lo spostamento attuale è dovuto solo all’avvio di lavori di ristrutturazione in quel primo sito”.

 

Certo, non è la prima volta che determinate vicende diventano “notizie” che, alimentate dai social, finiscono per creare delle narrazioni quasi consolidate, alle quali diventa difficile controbattere. Ed è forse per questo che il sindaco ha diffuso una lettera intitolata “Operazione Verità”, invitando i giornalisti a un sopralluogo per constatare la realtà dei fatti e contrastare una “percezione profondamente distorta del territorio”.

Se da un lato è legittimo, e anzi doveroso, che un amministratore replichi per smontare narrazioni che ritiene parziali o errate — come nel caso dei rifiuti “all’ombra dei templi” che sono in realtà mastelli con tanto di coperchio in un locale ripulito — la lettera del sindaco tocca un punto delicato per la democrazia. L’affermazione finale, “Denigrare il nostro territorio non sarà più consentito!”, pur mossa da un intento di difesa della città, assume un tono perentorio che appare incompatibile con i principi della libertà di stampa.

 

Il diritto di cronaca e di critica, anche quando aspra o sgradita, non può essere soggetto a una sorta di “autorizzazione” amministrativa. Il sindaco ha in realtà ogni mezzo per ristabilire la propria verità attraverso il confronto e i dati, ma termini come “non sarà consentito” rischiano di scivolare verso un pericoloso clima di censura, laddove la stampa deve restare libera di raccontare anche le criticità e le contraddizioni di una comunità.

 

Egidio Morici