La Corte di Cassazione rimette tutto in discussione. I giudici della Suprema Corte hanno annullato con rinvio la condanna a 13 anni e sei mesi di reclusione inflitta a Felice Milazzo, ritenuto dalla Direzione distrettuale antimafia il capo della famiglia mafiosa di Salaparuta-Poggioreale. Il procedimento torna adesso davanti a un'altra sezione della Corte d'Appello di Palermo, che dovrà celebrare un nuovo giudizio.
La decisione non rappresenta un'assoluzione, ma cancella la sentenza di secondo grado e impone un nuovo esame delle contestazioni mosse all'imputato. Le motivazioni della Cassazione chiariranno quali aspetti della precedente decisione dovranno essere rivalutati.
Chi è Felice Milazzo e il legame con la caccia a Messina Denaro
Il nome di Felice Milazzo è emerso nell'ambito delle indagini che hanno accompagnato per anni la ricerca del superlatitante Matteo Messina Denaro. Nel giugno del 2023 i Carabinieri del Ros eseguirono il suo arresto insieme a quello di altri esponenti della famiglia mafiosa di Poggioreale-Salaparuta, appartenente al mandamento di Castelvetrano.
Quelle misure cautelari arrivarono al termine di un lungo iter giudiziario. In un primo momento il gip, pur ritenendo fondati gli indizi sul ruolo ricoperto da Milazzo all'interno dell'organizzazione, aveva escluso l'attualità della sua pericolosità sociale, respingendo la richiesta di custodia cautelare in carcere. Fu la Procura distrettuale antimafia a ricorrere in Cassazione, ottenendo l'annullamento di quella decisione. La Suprema Corte rese così definitive le misure cautelari disposte dal Tribunale del Riesame e Milazzo finì in carcere insieme a Mariano e Salvatore Lipari, mentre per gli anziani Erasmo Milazzo e Salvatore Lipari furono disposti gli arresti domiciliari.
L'inchiesta rappresentava uno sviluppo dell'operazione "Elima", avviata nel 2017 proprio nell'ambito delle attività investigative finalizzate alla cattura del boss di Castelvetrano, arrestato poi il 16 gennaio 2023.
Le accuse della Dda
Secondo gli investigatori, la famiglia mafiosa di Salaparuta-Poggioreale avrebbe continuato a esercitare un controllo sul territorio e sull'economia agricola della Valle del Belice, intervenendo nelle controversie relative ai pascoli, alla compravendita di terreni e alle attività degli allevatori, imponendo le proprie decisioni con il metodo mafioso.
Le indagini del Ros descrivevano un'organizzazione inserita stabilmente nel mandamento di Castelvetrano e in collegamento con altre articolazioni di Cosa nostra attive tra le province di Trapani e Palermo. Durante l'attività investigativa furono inoltre sequestrate alcune armi, elemento che per gli inquirenti confermava la persistente operatività del gruppo.
Dalla condanna al ricorso
Milazzo aveva scelto il rito abbreviato. In primo grado era stato condannato a 12 anni di reclusione. La Corte d'Appello aveva poi riconosciuto la continuazione con una precedente condanna definitiva per associazione mafiosa risalente al 2000, rideterminando la pena complessiva in 13 anni e sei mesi.
Contro quella decisione hanno presentato ricorso gli avvocati Vincenzo Pillitteri e Calogero Vella, sostenendo che diversi episodi richiamati dall'accusa non fossero supportati da riscontri oggettivi.
In particolare, la difesa ha contestato la lettura delle intercettazioni telefoniche e ambientali, sostenendo che le conversazioni riguardassero normali rapporti tra agricoltori e allevatori e non dimostrassero un'effettiva attività di direzione o di imposizione riconducibile a un'associazione mafiosa.
Nuovo giudizio a Palermo
Accogliendo il ricorso, la Cassazione ha annullato integralmente la sentenza d'appello con rinvio a un diverso collegio della Corte d'Appello di Palermo.
Sarà quindi il nuovo processo a stabilire se le accuse nei confronti di Felice Milazzo reggano anche alla luce delle indicazioni della Suprema Corte oppure se la ricostruzione accusatoria debba essere rivista. Fino a quel momento, la vicenda giudiziaria di uno dei nomi ritenuti centrali nella mafia della Valle del Belice resta ancora aperta.