Mafia, Custonaci. Il racconto del vice sindaco Noto e quella campagna elettorale ...
«In sei campagne elettorali non avevo mai visto nulla del genere». È una delle frasi che meglio sintetizzano la deposizione di Giovanni Noto, attuale vicesindaco di Custonaci, ascoltato dal Tribunale di Trapani nel processo nato dall'operazione antimafia "Scialandro". Una testimonianza durata oltre due ore, nella quale l'amministratore ha ripercorso la campagna elettorale del 2018, gli equilibri politici del paese, il ruolo di alcuni protagonisti dell'inchiesta e una serie di vicende amministrative che, secondo l'accusa, rappresentano il contesto in cui si sarebbero mossi gli imputati.
Il processo vede tra i principali imputati Mario Mazzara, mentre altri soggetti citati da Noto sono già stati giudicati con riti diversi. Il pubblico ministero Giacomo Brandini ha utilizzato la testimonianza per ricostruire i rapporti tra politica, amministrazione e persone ritenute vicine agli ambienti mafiosi di Custonaci.
Chi è Giovanni Noto
Prima di entrare nel merito, Brandini ha chiesto al testimone di spiegare il proprio ruolo nella vita pubblica del paese. Noto ha ricordato di essere stato eletto ininterrottamente dal 1998, di avere ricoperto praticamente tutti gli incarichi istituzionali, fatta eccezione per quello di sindaco, e di essere oggi vicesindaco di Custonaci. In passato è stato più volte assessore ai Lavori pubblici e all'Urbanistica.
Una premessa che serve a qualificare la sua conoscenza diretta della realtà politica e amministrativa del Comune.
"Costa era conosciuto da tutti per il caso Di Matteo"
Le prime domande riguardano la presenza di soggetti ritenuti appartenenti o vicini alla criminalità organizzata.
Noto racconta che durante la campagna elettorale del 2018 un gruppo composto, tra gli altri, da Giuseppe Costa, Roberto Melita, Paolo Magro, Giovanni Marceca e Mario Mazzara sostenne attivamente la candidatura del futuro sindaco Morfino.
Spiega poi come, a suo dire, Giuseppe Costa fosse universalmente conosciuto a Custonaci per la condanna relativa al sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, mentre il cognome Mazzara evocava una famiglia da sempre associata, nell'immaginario collettivo del paese e nelle cronache giudiziarie, a contesti mafiosi. Precisa però che Melita, Magro e Marceca li considerava soprattutto come un gruppo di amici che aveva deciso di sostenere una precisa lista elettorale.
Le elezioni ribaltate dal Tar
Il racconto passa quindi alle amministrative del 2018.
In un primo momento vinse Giuseppe Bica per appena due voti. Successivamente, però, il Tar accolse il ricorso presentato sul conteggio di alcune schede, ritenendo valido il voto espresso con un trattino tra nome e cognome del candidato. La sentenza ribaltò l'esito della consultazione e nel marzo 2019 proclamò sindaco Giuseppe Morfino, che nel suo spot elettorale, ancora disponibile in rete, parlava di "sviluppo basato su legalità e trasparenza" ...
Noto ricorda di avere amministrato con Bica durante quei nove mesi, proseguendo una collaborazione politica iniziata già alla fine degli anni Novanta.
"Guarano fu la punta di diamante"
Uno dei capitoli centrali della deposizione riguarda Carlo Guarano.
Per Noto, Guarano, per il quale è arrivata la condanna in appello, rappresentò "la punta di diamante" della lista di Morfino. Era la sua prima candidatura pubblica e, secondo quanto riferito dal testimone, sarebbe stato lo stesso Morfino a convincerlo a scendere in campo, prospettandogli anche il ruolo di vicesindaco.
Secondo Noto, Guarano e Mario Mazzara lavorarono insieme durante la campagna elettorale, pur senza che Mazara fosse candidato. Quest'ultimo, sostiene il testimone, avrebbe sempre partecipato attivamente alle campagne elettorali locali, anche attraverso il figlio, che in passato fu consigliere e assessore comunale.
"Mai vista una campagna elettorale così"
È forse il passaggio più significativo dell'intero esame.
Noto afferma che, in oltre vent'anni di attività politica, non aveva mai assistito a una campagna elettorale intensa come quella del 2018.
A colpirlo fu soprattutto il risultato ottenuto da Carlo Guarano e dalla candidata che era in "accoppiata" con lui, per via della doppia preferenza di genere, Vita Reina. Secondo le stime elaborate dai gruppi politici, Reina avrebbe dovuto raccogliere circa 80 preferenze. Alla fine superò invece i 300 voti. Una crescita che il testimone definisce "straordinaria".
Spiega che nei piccoli comuni i candidati vengono valutati sulla base del bacino familiare e delle reti personali, motivo per cui un incremento di quelle dimensioni apparve, ai suoi occhi, del tutto inatteso. Tra l'altro, agli atti del processo c'è una foto del matrimonio di Vita Reina, con due ospiti particolari: Giuseppe Costa - ricordiamo, uno dei carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo, e Paolo Magro (per lui, con l'abbreviato è arrivata una condanna in appello a otto anni).
Il comitato elettorale e la presenza costante del gruppo
Il pm Brandini insiste poi sulla frequentazione del comitato elettorale.
Noto racconta che il quartier generale della lista Morfino era situato nel centro del paese, a circa cento metri da quello della lista Bica. Nei piccoli comuni, osserva, tutti vedono chi entra e chi esce dai comitati.
Secondo il testimone, Giuseppe Costa, Roberto Melita, Paolo Magro, Giovanni Marceca e Mario Mazzara erano presenze abituali del comitato di Morfino durante i circa cinquanta giorni della campagna elettorale. Li vedeva sia all'interno sia nel bar antistante, punto di ritrovo del gruppo.
Riferisce inoltre che Guarano e Melita erano amici da molti anni.
Il caso della dipendente comunale
Un altro capitolo riguarda la dipendente comunale Occhipinti, moglie di Mariano Asaro, da lui indicato come boss mafioso sulla base delle notizie apprese dalla stampa.
Noto ricorda che una delle prime decisioni della giunta Bica fu quella di trasferire la dipendente dalla Polizia municipale ad altro ufficio, ritenendo quel settore particolarmente delicato.
Quando, dopo la sentenza del Tar, si insediò la giunta Morfino, uno dei primi provvedimenti fu invece il ritorno della stessa dipendente presso la Polizia municipale.
I cantieri di lavoro e Giuseppe Costa
L'esame si sposta poi sui cantieri di lavoro finanziati durante l'amministrazione Bica.
Noto spiega di avere predisposto personalmente i progetti, ma che la scelta dei lavoratori avvenne successivamente, durante l'amministrazione Morfino.
Tra gli assunti, ricorda, figurava anche Giuseppe Costa. Un particolare gli rimase impresso perché, sostiene, Costa risultava tra coloro che venivano pagati in contanti. Precisa inoltre che Carlo Guarano lavorava presso il Centro per l'impiego, senza però affermare di conoscere eventuali collegamenti con la selezione dei lavoratori.
Il laboratorio di marmo e i debiti con il Comune
Ampio spazio viene dedicato anche alla posizione di Giovanni Marceca.
Secondo Noto, l'artigiano disponeva di un capannone comunale concesso per l'attività di lavorazione del marmo e aveva accumulato un debito iniziale di circa 42 mila euro.
Durante la giunta Bica fu raggiunto un accordo di rateizzazione che, però, non avrebbe avuto seguito. Quando Noto tornò al governo del Comune nel 2023, sostiene, il debito aveva ormai superato i 100 mila euro. Solo pochi mesi fa Marceca avrebbe infine lasciato spontaneamente l'immobile comunale.
I buoni spesa Covid
Tra i passaggi più delicati della deposizione vi è quello relativo ai contributi economici distribuiti durante la pandemia.
Noto racconta che la responsabile dei Servizi sociali, Vitalba Simone, gli confidò il proprio disagio perché, a suo dire, i circa 120 mila euro destinati ai buoni alimentari venivano distribuiti senza il coinvolgimento dell'assistente sociale, figura normalmente chiamata a valutare le situazioni di bisogno.
Secondo il testimone, quando l'opposizione iniziò a presentare interrogazioni sulla vicenda, l'amministrazione avrebbe tentato di regolarizzare successivamente la procedura, ma la dirigente si sarebbe rifiutata di firmare pareri retrodatati. Noto aggiunge che alcuni beneficiari percepivano pensioni di circa mille euro mensili, circostanza che giudica politicamente inopportuna.
Il Piano regolatore e i terreni della suocera di Costa
La parte probabilmente più rilevante sotto il profilo amministrativo riguarda il Piano regolatore generale.
Noto ricostruisce l'iter avviato durante la sua esperienza da assessore all'Urbanistica. Il piano, elaborato dal professor Trombino, prevedeva che tre aree della frazione Sperone fossero destinate a parcheggio pubblico.
Successivamente, secondo il racconto del testimone, l'amministrazione Morfino costituì un ufficio di piano guidato dall'architetto Giammarinaro che modificò proprio quelle tre aree, riportandole a destinazione edificabile prima dell'approvazione definitiva delle osservazioni al Prg.
Noto riferisce inoltre che un'altra osservazione riguardava terreni riconducibili al geometra Carmelo Fodale e, almeno in parte, anche alla famiglia Mazara. Richiamando una precedente dichiarazione resa agli investigatori, conferma che una delle principali beneficiarie della modifica urbanistica sarebbe stata la suocera di Giuseppe Costa.
Secondo il vicesindaco, la successiva legge urbanistica regionale avrebbe reso ormai definitive quelle modifiche, determinando una rilevante rivalutazione economica dei terreni.
I parcheggi di Cornino
L'ultima parte dell'esame riguarda la gestione dei parcheggi di Cornino.
Noto mette a confronto gli incassi registrati durante la giunta Bica con quelli dell'amministrazione successiva.
Secondo il suo racconto, il Comune incassò circa 57 mila euro in tre mesi durante la prima sperimentazione, mentre sotto la gestione affidata all'associazione Ares gli introiti si sarebbero drasticamente ridotti, tornando ad aumentare solo dopo l'avvio di verifiche della Guardia di finanza.
Il controesame
Nel controesame l'avvocato Vito Galluffo tenta soprattutto di mettere in discussione l'attendibilità del testimone.
Ricorda che Mario Mazzara non risulta condannato per mafia e chiede conto di una vicenda giudiziaria che aveva coinvolto lo stesso Noto nella gestione della società calcistica Riviera dei Marmi.
Il vicesindaco conferma di essere stato indagato ma precisa di essere stato assolto con formula piena "perché il fatto non sussiste". Nega inoltre di avere mai chiesto a Mario Mazzara di candidarsi con la lista Bica, di avere accompagnato in auto Giuseppe Costa o di avere subito perquisizioni durante la campagna elettorale.
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