Il Vangelo al contrario: se la Messa in latino diventa il fortino del suprematismo
di Katia Regina
C’era una volta il Cristianesimo, una rivoluzione nata sulle strade polverose della Galilea, annunciata da un Uomo che parlava il dialetto dei pescatori e scandalizzava i benpensanti banchettando con i peccatori. Oggi, invece, una fetta di quella storia ha preferito traslocare in un museo delle cere a porte chiuse, convinta che l’Onnipotente soffra di una bizzarra forma di ipoacusia se non ci si rivolge a Lui rigorosamente in latino, dando le spalle ai fedeli e indossando tonache ricamate a tombolo.
Vi risparmio tutta la cronaca passata e i dettagli tecnici su questo scisma, di cui i media in questi giorni stanno già parlando fin troppo. Preferisco invece concentrarmi su una serie di paradossi che dovrebbero far saltare dalle panche i credenti dotati di un minimo di buonsenso. L’ultimo atto di questa rottura ci consegna un paradosso formidabile: l'ossessione per una purezza originaria che, alla prova della storia, si rivela pura scenografia. C’è qualcosa di profondamente esilarante, se non fosse tragico, nel vedere questa congregazione arroccarsi contro la modernità in nome della "Tradizione", dimenticando che il Messale di Pio V del 1570 non è esattamente il testo autografo dell’Ultima Cena. Gesù non ha distribuito il pane parlando la lingua di Giustiniano, né ha preteso che gli apostoli superassero un esame di sintassi latina prima di seguirlo. In altre parole, i lefevriani non stanno difendendo le parole di Gesù, ma la messinscena cinquecentesca di una burocrazia imperiale. Hanno scambiato la fede con un costume d'epoca.
Il vero capolavoro di questo anacronismo è la pretesa di congelare la dottrina, come se il Vangelo fosse un codice penale immutabile e non una rivoluzione viva. Chi rifiuta l’evoluzione della Chiesa in nome di un passato idealizzato dovrebbe, per coerenza intellettuale, spingersi fino in fondo all'ossessione letterale. Dovrebbe reclamare l'applicazione dei versetti più crudi del Levitico, invocando punizioni corporali e lapidazioni per ogni minima infrazione morale. Ma è proprio qui che il cortocircuito si fa evidente: l’essenza stessa del Cristianesimo sta nell'aver voltato pagina rispetto alla rigidità dei vecchi codici. Quando Gesù si è trovato davanti all'adultera e a una folla armata di pietre, non ha recitato un comma della legge: ha pronunciato la frase precisa, "Chi è senza peccato scagli la prima pietra", spostando definitivamente il baricentro sull'Uomo. Pretendere oggi che la fede sia un fossile intoccabile significa compiere una scelta radicale: si può essere lefevriani, o si può essere cristiani. Una cosa esclude l’altra.
Ma la commedia si fa decisamente più scura quando dalle sacrestie polverose si passa alle piazze della politica identitaria. Non c’è da stupirsi se intorno a questo scisma si sia radunata una calorosa tifoseria di estrema destra. È il perfetto matrimonio d'interesse tra chi confonde la teologia con la paleontologia e chi cerca un bollino sacro per le proprie fobie. Assistiamo così allo spettacolo grottesco di militanti e teorici della supremazia bianca che, pur non calpestando il pavimento di una chiesa dai tempi della prima comunione, improvvisamente si scoprono paladini della Messa tridentina. Dopotutto, per chi sogna una società autoritaria e intollerante, quel rito è una folgorazione: un mondo ideale dove l'autorità ti dà rigorosamente le spalle e a te, cittadino-fedele, non resta che stare in ginocchio, tenere la bocca aperta e ingoiare quello che ti viene dato.
La croce viene brandita come una clava, il rosario srotolato come un reticolato di frontiera. Diventa un esercizio di equilibrismo mentale straordinario: professarsi custodi delle radici cristiane e, contemporaneamente, teorizzare il rifiuto dell’altro, la chiusura dei porti e la selezione naturale su base etnica. Come si riesca a conciliare il Cristo che proclama "Ero straniero e mi avete accolto" con l'ossessione per la purezza della razza resta un mistero che neanche il latino più arcaico riuscirà mai a spiegare.
Ma a pensarci bene, questo scisma serve a fare finalmente chiarezza. Ha il merito indiscutibile di tracciare una linea di demarcazione netta e invalicabile. Da una parte c'è chi ha capito che comportarsi da cristiani significa sporcarsi le mani con la realtà, praticando l'azzardo scomodo dell'accoglienza, della compassione e del riconoscimento dell'altro come fratello. Dall'altra, invece, c'è chi riduce la fede a un paravento ideologico, a un feticcio identitario buono solo per diffondere odio e legittimare la discriminazione tra gli esseri umani. Questa rottura, dopotutto, non fa che separare i vivi dai fossili: chi cerca nel Vangelo una chiamata rivoluzionaria all'umanità, e chi lo usa semplicemente come una pietra da lanciare contro il presente per difendere i propri privilegi storici.
Alla fine, la scomunica è solo una formalità. Non è una condanna che cambia lo stato delle cose, ma una semplice notifica a domicilio. È esattamente come quando passi col rosso per mesi e, alla fine, ti vedi recapitare a casa la busta verde della polizia municipale: stavolta ad alzare la paletta è stato il vigile supremo, Papa Leone XIV, che con questo fischio formale ha finalmente riscattato la vera comunità cristiana, quella che resta ostinatamente fedele alla parola viva del Cristo. L'atto formale non crea la colpa, si limita a certificare che sei fuori strada, con una piccola, esilarante postilla condominiale stampata in calce: l'ingiunzione ufficiale che intima ai destinatari di rimuovere, con effetto immediato, ogni indebito riferimento al cristianesimo dal citofono di casa. Perché va bene il folklore, vanno bene i costumi d'epoca, ma spacciare per sequela di Gesù ciò che è solo il nostalgico club di un suprematismo da salotto, adesso, è diventato anche un abuso di professione.
Consigli per la lettura: “La scommessa cattolica” di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti (Ed. Il Mulino). Clicca qui per leggere un'anticipazione in PDF del volume. Pagine preziose per ricordare che l'universalismo cristiano non è un recinto da difendere, ma un dialogo aperto.
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