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10/07/2026 06:00:00

South Working, la scommessa di Schifani contro lo spopolamento: ma basta il lavoro da remoto per salvare la Sicilia?

La Sicilia perde giovani, laureati e competenze. Il governo Schifani risponde con un incentivo da 54 milioni di euro per favorire il cosiddetto South Working, il lavoro agile svolto dalla Sicilia per aziende che spesso hanno sede nel Centro-Nord.

L'obiettivo dichiarato è quello di richiamare i talenti e frenare lo spopolamento dell'isola. Ma questa misura apre anche una riflessione sul modello di sviluppo che la Regione immagina per il proprio futuro.

 

Il bando da 54 milioni

 

La misura prevede un contributo di 30 mila euro per ciascun lavoratore assunto a tempo indeterminato o stabilizzato da un'impresa che gli consenta di lavorare prevalentemente dalla Sicilia. Il contributo viene erogato direttamente all'azienda in cinque quote annuali da 6 mila euro.

Secondo il presidente della Regione Renato Schifani, il South Working rappresenta un'opportunità per riportare nell'isola molti giovani costretti negli ultimi anni a trasferirsi altrove per trovare lavoro.

L'idea è semplice: se oggi molte professioni possono essere svolte da remoto, perché non permettere ai siciliani di lavorare per aziende del Nord vivendo però nella propria terra?

 

Una risposta all'emergenza demografica

 

Il provvedimento arriva mentre la Sicilia continua a perdere popolazione, soprattutto tra i più giovani.

Secondo un'elaborazione della Cgil Sicilia su dati Istat, tra il 2019 e il 2026 hanno lasciato l'isola 96.328 giovani tra i 18 e i 35 anni, quasi il dieci per cento dell'intera popolazione di quella fascia d'età.

Le province dell'entroterra sono quelle che soffrono di più: Enna ha perso il 14,3% dei giovani residenti, Caltanissetta oltre il 12%, Agrigento quasi il 12%. Ma il fenomeno riguarda tutta la Sicilia: Palermo registra un calo superiore al 10%, Trapani del 10,2%, Catania sfiora il 10%.

L'emigrazione straniera compensa soltanto in minima parte queste perdite.

È evidente, quindi, che il South Working nasce anche come tentativo di rallentare una crisi demografica che rischia di cambiare il volto della Sicilia nei prossimi decenni.

 

Ma il problema è solo il lavoro?

 

La domanda, però, è se il lavoro da remoto sia sufficiente ad affrontare le ragioni che spingono tanti giovani ad andare via.

Chi lascia la Sicilia non cerca soltanto uno stipendio più alto. Cerca spesso opportunità di carriera, ambienti professionali più dinamici, servizi migliori, università competitive e contesti nei quali costruire il proprio futuro.

A questo si aggiunge un altro elemento.

La Sicilia continua infatti a registrare gli indicatori peggiori d'Italia sul fronte dell'istruzione. Nel 2025 la dispersione scolastica è stata del 13,7%, contro una media nazionale dell'8,2%. Ancora più preoccupante è la dispersione scolastica implicita: il 23,6% degli studenti conclude il percorso di studi senza aver acquisito le competenze essenziali, quasi il doppio della media italiana.

Anche le prove Invalsi confermano il divario: oltre la metà degli studenti siciliani non raggiunge livelli adeguati in italiano e quasi due terzi risultano insufficienti in matematica.

Numeri che raccontano come la fuga dei giovani abbia radici profonde e inizi molto prima dell'ingresso nel mercato del lavoro.

 

Una politica per trattenere residenti

 

Il South Working non è un'invenzione siciliana. Molti territori, in Europa e in Italia, stanno cercando di attrarre lavoratori da remoto facendo leva sulla qualità della vita.

Nel caso della Sicilia, però, la misura assume un significato particolare.

Più che creare nuove imprese sul territorio, punta a convincere chi lavora già per aziende esterne a vivere nell'isola. È una strategia che può produrre effetti positivi sui consumi, sull'economia locale e sullo spopolamento, ma che non modifica la localizzazione delle imprese, dei centri decisionali e della produzione di ricchezza.

Ed è proprio qui il nodo del dibattito.

Il South Working può rappresentare un'opportunità concreta per molti giovani siciliani e contribuire a rallentare l'emorragia demografica. Resta però aperta una domanda più ampia: questa misura può diventare una vera strategia di sviluppo o rappresenta soprattutto una risposta all'emergenza dello spopolamento?

È una differenza che riguarda non solo il presente, ma l'idea di Sicilia che la politica immagina per i prossimi anni.