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17/07/2026 11:00:00

A Selinunte Capossela celebra un capolavoro. Imperfetto, irripetibile, vivo

Ci sono concerti che si ascoltano. E poi ci sono concerti che accadono una sola volta, destinati a non poter essere replicati. Quello che Vinicio Capossela ha portato ieri sera al Parco archeologico di Selinunte appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non tanto perché celebrava i vent'anni di Ovunque proteggi, uno degli album più importanti della musica italiana degli ultimi decenni, quanto perché ha avuto il coraggio di trattarlo non come un monumento da restaurare, ma come un organismo ancora vivo, fragile, perfino imperfetto.

Ed è stata proprio questa imperfezione a renderlo memorabile.

In uno degli scenari più suggestivi del Mediterraneo, con i templi di Selinunte a fare da sfondo naturale, Capossela ha riportato in vita un disco che nel 2006 sembrava fuori dal tempo e che oggi, paradossalmente, parla ancora di più al nostro presente. Lo ha fatto alternando musica e racconto, condividendo aneddoti sulla nascita delle canzoni, spiegando come nacquero certi arrangiamenti, ricordando incontri, viaggi, intuizioni. Non la celebrazione nostalgica di un anniversario, ma una continua rilettura.

 

Un disco che non aveva mai smesso di vivere

 

Ovunque proteggi è uno di quei lavori che non si consumano con gli anni. Dentro ci convivono il Qoelet, la mitologia greca, il Mediterraneo, il sacro e il profano, le fanfare balcaniche e il blues. Un'opera totale, che ha segnato un punto di svolta nella carriera di Capossela e che ieri è tornata sul palco senza la pretesa della perfezione filologica.

Anzi.

Molti brani erano stati eseguiti pochissime volte dal vivo. Alcuni, come "Nel blu", sembravano quasi affrontati per la prima volta davanti a un pubblico. Si percepiva l'incertezza, il rischio, perfino qualche esitazione. Ma era proprio lì il valore della serata: assistere a qualcosa che stava accadendo davvero, senza automatismi, senza la sicurezza delle canzoni suonate centinaia di volte.

Non era un concerto costruito per impressionare. Era un concerto che cercava.

 

Da "Marinai, profeti e balene" a "Ovunque proteggi"

 

La scaletta ha intelligentemente allargato i confini dell'album, recuperando molti brani da Marinai, profeti e balene, che di Ovunque proteggi rappresenta quasi una prosecuzione naturale. Due dischi diversi, ma figli della stessa visione del mondo, dello stesso immaginario popolato da naufraghi, santi, mostri marini, uomini in cammino.

Così la narrazione musicale è diventata un unico grande racconto, attraversando anni diversi della produzione di Capossela senza mai perdere coerenza.

E naturalmente tutto trovava il suo senso nel finale.

Quando sono arrivate le note di "Ovunque proteggi", la canzone che dà il titolo al disco, il concerto ha finalmente trovato il proprio centro emotivo. Un'invocazione che vent'anni fa sembrava personale e che oggi, in un tempo attraversato da guerre, paure e nuove fragilità, assume inevitabilmente un significato collettivo.

 

Gavino Murgia, presenza decisiva

 

Se c'è un nome che merita una menzione speciale è quello di Gavino Murgia.

Il musicista sardo non è stato un semplice ospite, ma uno dei motori emotivi dell'intero spettacolo. Il suo sax, la sua voce, il suo modo di abitare la scena hanno dato profondità e radici antiche a molti brani.

Indimenticabile soprattutto l'attacco di "Non trattare", dove Murgia ha letteralmente aperto il concerto trasformandolo in un rito. Uno di quei momenti in cui la musica smette di essere intrattenimento e diventa esperienza fisica.

 

L'unica vera stonatura: il pubblico

 

Se una nota negativa va registrata, non riguarda il palco.

Riguarda una parte della platea.

Molti spettatori  sembravano interessati più a documentare la propria presenza che ad ascoltare davvero il concerto. Cellulari costantemente alzati, video, selfie, conversazioni durante i brani più delicati. Come se l'importante fosse poter dire "io c'ero", più che esserci davvero.

È il paradosso di molti concerti contemporanei: artisti che chiedono attenzione e ascolto, spettatori che sembrano vivere l'evento attraverso lo schermo del telefono.

Eppure Capossela, proprio con un disco come Ovunque proteggi, continua a pretendere l'unica cosa che oggi sembra diventata più rara del talento: il tempo dell'ascolto.

 

Un concerto destinato a rimanere

 

Alla fine resta soprattutto una sensazione.

Quella di aver assistito non alla riproposizione di un album storico, ma a un incontro irripetibile tra un'opera e il suo autore, vent'anni dopo. Un dialogo ancora aperto, ancora pieno di domande, ancora disposto a mettersi in discussione.

Forse è questo che distingue un grande disco da un semplice successo.

I grandi dischi non invecchiano. Cambiano insieme a chi li ascolta.

E ieri sera, tra le pietre millenarie di Selinunte, Ovunque proteggi ha dimostrato di essere ancora capace di raccontare il nostro tempo. Imperfetto. Fragile. E proprio per questo straordinariamente vivo.