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18/07/2026 06:00:00

Medici stranieri via dopo 3 anni: il vuoto normativo che mette in crisi la sanità

È di questi giorni la notizia che molti dei medici argentini arrivati in Italia, in Sicilia e quindi anche in provincia di Trapani, devono lasciare gli ospedali dove hanno prestato servizio per 36 mesi consecutivi. Il motivo per cui molti medici argentini, e più in generale medici laureati fuori dall'Unione Europea, rischiano di lasciare gli ospedali italiani non dipende da una scelta delle aziende sanitarie, ma da un vuoto normativo.

 

Ecco come funziona.
Durante la pandemia da Covid-19, l'Italia aveva una gravissima carenza di medici. Per questo il Governo introdusse una norma eccezionale che consentiva ai medici con titolo conseguito fuori dall'Unione Europea di lavorare anche senza il preventivo riconoscimento definitivo della laurea, purché autorizzati dalla Regione e impiegati nelle strutture del Servizio sanitario nazionale. Questa deroga è stata poi prorogata più volte ed è oggi ancora vigente.

Grazie a questa norma, centinaia di medici argentini sono stati assunti negli ospedali italiani, diventando in molti casi indispensabili per garantire l'apertura di reparti, Pronto soccorso e servizi territoriali. La domanda è: perché proprio 36 mesi? Il problema nasce da un'altra norma.

Molti di questi professionisti sono stati assunti come medici in formazione specialistica o con contratti collegati alla frequenza delle scuole di specializzazione. La legge italiana consente agli specializzandi di essere assunti negli ospedali con un contratto a tempo determinato, ma solo per la durata residua della loro specializzazione, che nella maggior parte dei casi è di 36 mesi (tre anni). Terminato quel periodo, il contratto cessa automaticamente.

 

Il cortocircuito normativo

È un paradosso, perché si tratta di medici che hanno lavorato per tre anni negli ospedali italiani, hanno curato migliaia di pazienti, acquisito esperienza sul campo, imparato la lingua e spesso sono diventati figure essenziali nei reparti. Allo scadere dei 36 mesi, però, non possono essere stabilizzati.

Il motivo è che, pur avendo lavorato nel Servizio sanitario nazionale grazie alla deroga, non possiedono ancora tutti i requisiti richiesti per partecipare ai concorsi pubblici come dirigenti medici, in particolare il riconoscimento pieno del titolo specialistico secondo la normativa ordinaria.

E questo significa una sola cosa: il contratto di formazione termina, non può essere rinnovato con lo stesso istituto e, in molti casi, questi professionisti non possono nemmeno partecipare a concorsi per un posto a tempo indeterminato.

 

Un danno per il Servizio sanitario

Il risultato è che gli ospedali rischiano di perdere professionisti che hanno già dimostrato sul campo il proprio valore. Ma il controsenso è tutto italiano: il Paese ha investito sulla loro formazione pratica, le aziende sanitarie hanno colmato carenze croniche di organico grazie al loro lavoro e i cittadini sono stati curati da questi medici per anni.

Eppure, allo scadere dei 36 mesi, la normativa li costringe a uscire dal sistema proprio quando sono pienamente integrati nelle équipe ospedaliere.

 

Perché si parla soprattutto dei medici argentini?

Perché l'Argentina ha un sistema universitario di alto livello, una lingua facilmente integrabile con l'italiano e una numerosa comunità di professionisti che, negli ultimi anni, ha scelto di trasferirsi in Italia approfittando della normativa emergenziale.

In molte aziende sanitarie, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree con maggiore carenza di personale, questi medici rappresentano una componente fondamentale dell'organico. La loro uscita rischia quindi di aggravare ulteriormente la già nota carenza di personale sanitario.

La permanenza di questi medici negli ospedali italiani non rappresenta soltanto una questione occupazionale, ma riguarda direttamente la qualità e la continuità dell'assistenza sanitaria. Dopo anni di servizio, questi professionisti hanno acquisito una profonda conoscenza dei reparti, dei percorsi clinici e delle esigenze dei pazienti, diventando parte integrante delle équipe ospedaliere.

La loro uscita dal sistema significherebbe disperdere competenze già formate, interrompere rapporti di fiducia costruiti con i cittadini e aggravare ulteriormente la carenza di personale che mette sotto pressione molti servizi sanitari.

Garantire loro la possibilità di proseguire il percorso lavorativo significa tutelare il diritto alla salute sancito dall'articolo 32 della Costituzione, perché un sistema sanitario efficace non può basarsi sull'impiego temporaneo di professionisti che poi vengono costretti ad abbandonare i luoghi in cui hanno già dimostrato capacità, professionalità e dedizione.

Dare continuità al loro lavoro significa, quindi, proteggere il servizio pubblico, assicurare stabilità ai reparti e mettere al centro il diritto dei cittadini a ricevere cure sicure e tempestive.

 

Sicilia: i dati

Nel 2024 la Regione Siciliana ha comunicato di avere reclutato 100 medici stranieri provenienti da Paesi extraeuropei, immessi in servizio o in fase di immissione nelle aziende sanitarie siciliane per fronteggiare la carenza di personale.

La chiamata era rivolta proprio a professionisti con titoli conseguiti fuori dall’Unione Europea, destinati soprattutto ai Pronto soccorso e ai reparti maggiormente in sofferenza, dopo il previsto percorso di inserimento e formazione linguistica.

Già nel 2024 la Regione aveva comunicato un primo gruppo di 16 medici stranieri selezionati, provenienti da Paesi quali Argentina, Cuba, Venezuela, Ecuador, Libia e Guinea, proprio per coprire le carenze negli ospedali siciliani.