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23/07/2026 06:00:00

Sicilia, il giorno dell’inferno: 46,2 gradi, incendi ovunque e paesi evacuati

La seconda giornata più calda degli ultimi 25 anni ha trasformato l’Isola in una distesa di fuoco. Oltre cento interventi, case abbandonate, aziende distrutte, autostrade chiuse e acquedotti fuori servizio. Nel Trapanese il termometro ha raggiunto i 44,5 gradi a Mazara e i 43,9 a Trapani.

La Sicilia, ieri, non ha attraversato una normale giornata estiva. Ha attraversato un’emergenza.

Il 21 luglio 2026 resterà nella cronaca dell’Isola come il giorno in cui il termometro ha superato i 46 gradi e decine di incendi sono divampati quasi contemporaneamente, assediando paesi, aziende agricole, strade e infrastrutture.

Mentre migliaia di siciliani cercavano riparo dal caldo, vigili del fuoco, forestali, volontari e uomini della Protezione civile combattevano contro fronti alimentati da vegetazione secca e temperature estreme. In alcuni centri gli abitanti hanno tentato di difendere le case con secchi e tubi da giardino. La modernità, insomma, con gli elicotteri in cielo e le pompe dell’acqua del cortile a terra.

 

Una giornata entrata nella storia del clima siciliano

 

La temperatura più alta rilevata dalla rete del Servizio informativo agrometeorologico siciliano è stata registrata a Santa Croce Camerina, nel Ragusano: 46,2 gradi.

A Gela il termometro ha raggiunto i 45,9 gradi, a Enna i 45,3. Mazara del Vallo e Aragona hanno toccato entrambe i 44,5 gradi.

Tra i capoluoghi, Trapani ha registrato 43,9 gradi, Palermo 42,4, Siracusa 41,4. Catania e Messina si sono fermate, si fa per dire, a 38,9 gradi.

Secondo l’elaborazione del Centro meteorologico siciliano sui dati SIAS, quella del 21 luglio è stata la seconda giornata più calda degli ultimi 25 anni per temperatura media regionale, superata soltanto dal 24 luglio 2023.

Ben 72 stazioni su 96 hanno raggiunto o superato i 40 gradi. Sono stati inoltre battuti 15 record assoluti nelle rispettive serie storiche 2002-2026, con un numero particolarmente elevato di primati nel Trapanese.

Non è stato, quindi, soltanto un picco isolato in una contrada dell’interno. Il caldo eccezionale ha interessato quasi tutta la Sicilia, comprese le coste, normalmente mitigate dalle brezze marine.

La forte stabilità atmosferica e la discesa di aria calda dagli strati superiori hanno ritardato proprio l’arrivo delle brezze, lasciando che il terreno continuasse a riscaldarsi per ore. Una sorta di coperchio sopra l’Isola.

 

Oltre cento interventi in poche ore

 

Mentre il termometro stabiliva nuovi record, la Sicilia bruciava.

Protezione civile, Corpo forestale e vigili del fuoco sono stati impegnati in oltre cento interventi, con numerosi Canadair ed elicotteri chiamati a operare sui fronti più difficili. La provincia di Catania ha contato almeno undici interventi, mentre decine di roghi sono stati affrontati nel Palermitano.

Le fiamme hanno interessato aree rurali e boschive, ma anche periferie urbane, abitazioni, aziende agricole, cabine elettriche, impianti idrici e importanti arterie stradali.

Quando tanti incendi si sviluppano contemporaneamente, il problema non è soltanto avere uomini e mezzi. È decidere dove mandarli prima. E ogni scelta lascia inevitabilmente un altro territorio in attesa.

 

 

Castronovo e Cammarata, il fronte più pericoloso

 

La situazione più drammatica si è registrata tra Castronovo di Sicilia e Cammarata, al confine tra le province di Palermo e Agrigento.

La Protezione civile regionale ha indicato questo come il fronte più critico: l’incendio era molto esteso e si trovava vicino alle abitazioni, a una cabina primaria dell’Enel e al potabilizzatore di Siciliacque. Sono stati inviati rinforzi dalle province di Palermo e Agrigento.

A Castronovo il fuoco ha raggiunto il centro abitato dopo essersi propagato dal costone roccioso. Circa cento persone sono state allontanate dalle proprie abitazioni. Aziende, coltivazioni e case di campagna sono state danneggiate, mentre diverse zone sono rimaste senza energia elettrica.

Il sindaco Vitale Gattuso ha raccontato una notte “terribile”. Durante la giornata, con la ripresa delle fiamme, alcuni abitanti sono scesi in strada per tentare di arrestare l’avanzata del fuoco utilizzando secchi, pompe e tubi di gomma.

Il bilancio provvisorio parlava già di almeno 90 ettari di vegetazione bruciati nel solo territorio di Castronovo. Ma la conta definitiva dei danni potrà essere effettuata soltanto dopo la bonifica dei focolai.

 

Il fuoco mette in crisi anche l’acqua

 

L’incendio tra Castronovo e Cammarata ha raggiunto l’area del potabilizzatore Fanaco, costringendo Siciliacque a sospendere temporaneamente il funzionamento dell’impianto.

Le conseguenze si sono fatte sentire nei Comuni serviti delle province di Palermo, Agrigento e Caltanissetta. La distribuzione è stata successivamente riavviata in maniera progressiva, dopo le verifiche sugli impianti danneggiati.

È uno degli aspetti più preoccupanti della giornata: il fuoco non ha distrutto soltanto boschi e colture, ma ha colpito una rete idrica già fragile.

In Sicilia accade anche questo: mentre l’acqua serve per spegnere gli incendi, gli incendi interrompono l’acqua.

 

Paura nell’Agrigentino

 

Nell’Agrigentino le fiamme hanno attraversato i territori di Bivona, Cammarata, Camastra, Raffadali, Menfi, Sciacca, Sambuca di Sicilia e Agrigento.

A Bivona il fuoco si è avvicinato alle abitazioni, rendendo necessaria l’evacuazione di una ventina di case. Incendi hanno devastato aree boschive e campagne tra la Valle del Belice e i Monti Sicani.

Tra Sciacca e Sambuca, nella zona di Monte Arancio, è stata distrutta un’ampia porzione di macchia mediterranea. Altri focolai si sono sviluppati lungo la statale Palermo-Sciacca e nelle contrade di Aragona e Canicattì.

A Campofelice di Fitalia un’abitazione è andata in fiamme. Roghi sono stati segnalati anche ad Alia, Caccamo, Belmonte Mezzagno, Partinico, Bompietro e Petralia Sottana.

 

Il vigile del fuoco colpito da infarto a Menfi

 

La giornata ha mostrato anche il prezzo umano pagato dagli operatori.

Durante lo spegnimento di un incendio in contrada Lido Fiori, a Menfi, un vigile del fuoco del distaccamento di Santa Margherita Belice ha accusato un grave malore.

L’uomo si è accasciato mentre lavorava insieme ai colleghi, in condizioni rese proibitive dal caldo e dal fumo. Trasportato all’ospedale di Sciacca, gli è stato diagnosticato un infarto.

È l’immagine più concreta di cosa significhi affrontare un incendio con temperature superiori ai 40 gradi, indossando tute protettive, caschi e dispositivi che rendono ancora più difficile disperdere il calore corporeo.

 

 

L’autostrada Palermo-Catania chiusa per tre ore

 

Le fiamme hanno bloccato anche una delle principali vie di comunicazione siciliane.

L’autostrada A19 Palermo-Catania è stata chiusa in entrambe le direzioni tra gli svincoli di Tremonzelli e Irosa, dal chilometro 73 al chilometro 83,400.

Il traffico è stato deviato sulle strade statali 120 e 290 e sulla provinciale 138. La circolazione è tornata regolare poco dopo le 18, al termine di circa tre ore di chiusura.

È bastato un incendio per spezzare in due l’Isola. Anche questa non è esattamente una novità, ma ieri è sembrata particolarmente evidente.

 

Undici incendi nel Catanese

 

Nel Catanese sono stati affrontati almeno undici fronti.

Le fiamme hanno interessato il quartiere Librino, Belpasso, Zafferana Etnea, Licodia Eubea, Adrano, Caltagirone, Mascali, Misterbianco, Acireale, Palagonia e Aci Sant’Antonio.

La Protezione civile ha segnalato fronti attivi anche lungo la provinciale Adrano-Bronte e nelle vicinanze del cimitero di Palagonia.

Nell’Ennese gli incendi hanno interessato Enna, Piazza Armerina e Nissoria. Il comando provinciale dei vigili del fuoco ha disposto il raddoppio dei turni per fronteggiare l’elevato numero di richieste di soccorso.

A Nissoria le fiamme si sono avvicinate ad aziende agricole, mentre nella zona di Enna alcuni fronti erano attivi già da quattro giorni.

 

Gli incendi nel Trapanese

 

Anche la provincia di Trapani, già soffocata da temperature eccezionali, ha dovuto fare i conti con diversi incendi.

Focolai sono stati segnalati a Salemi e Mazara del Vallo. La Protezione civile regionale ha inoltre indicato interventi a Marsala, in contrada Ragalia, a Marinella di Selinunte, in contrada Cavallaro, e a Poggioreale.

Un altro incendio ha interessato sterpaglie nel territorio di Santa Ninfa.

Il Trapanese è stato uno dei territori nei quali il caldo ha assunto caratteristiche più eccezionali: 44,5 gradi a Mazara del Vallo e 43,9 a Trapani, con diversi record locali battuti nelle stazioni SIAS.

 

 

Il caldo non accende il fuoco, ma prepara tutto il resto

 

È importante distinguere le cause dagli elementi che favoriscono la propagazione.

Il caldo estremo non appicca automaticamente un incendio. Ma prosciuga il terreno e la vegetazione, riduce l’umidità e trasforma sterpaglie, arbusti e boschi non curati in combustibile.

Secondo ISPRA, la combinazione di temperature elevate, assenza prolungata di precipitazioni, vento e particolari condizioni del territorio rende la vegetazione molto più vulnerabile. Nelle regioni mediterranee, ondate di calore e venti caldi possono determinare lo sviluppo contemporaneo di centinaia di incendi difficilmente controllabili.

Resta poi la questione degli inneschi. Le cause dei singoli incendi di questi giorni dovranno essere accertate dalle indagini. Ma i dati generali ricordano che in Europa la grandissima maggioranza dei roghi è riconducibile, direttamente o indirettamente, alle attività umane: comportamenti negligenti, bruciature sfuggite al controllo oppure azioni deliberatamente criminali.

Il caldo, dunque, è l’accelerante. Il fiammifero, molto spesso, lo mette qualcuno.

 

Una macchina enorme che rischia comunque la saturazione

 

La Regione aveva annunciato per la campagna antincendio 2026 il coinvolgimento di oltre 1.400 operatori volontari e 320 mezzi, insieme a programmi di formazione ed esercitazioni.

Durante l’emergenza è stato chiesto e ottenuto dalla Protezione civile nazionale l’invio di un ulteriore Canadair. Uno dei velivoli impegnati in Sicilia è arrivato da Cagliari.

Il presidente della Regione Renato Schifani ha sentito il capo della Protezione civile nazionale Fabio Ciciliano, mentre l’assessore regionale al Territorio Giusi Savarino ha effettuato sopralluoghi a Castronovo, Bivona, Santo Stefano Quisquina, Prizzi e Cammarata.

La giornata di ieri, però, dimostra che anche un dispositivo consistente può arrivare rapidamente al limite quando gli incendi divampano nello stesso momento in tutte le province.

Non basta intervenire bene. Bisogna fare in modo che ci sia meno materiale da bruciare, che le strade rurali siano percorribili, che le fasce tagliafuoco siano curate e che i territori abbandonati non diventino enormi depositi di vegetazione secca.

 

La Sicilia continua a pagare il prezzo più alto

 

Il problema non nasce nell’estate 2026.

Secondo ISPRA, nel 2024 in Sicilia si trovava il 25 per cento di tutta la superficie forestale italiana colpita dagli incendi. L’Isola è stata la regione con la maggiore superficie boschiva bruciata: 2.588 ettari.

Nel 2023 erano andati distrutti oltre 10 mila ettari di superficie forestale siciliana.

Ogni estate arrivano le stesse immagini: colline annerite, animali morti, uliveti e vigneti cancellati, famiglie costrette ad abbandonare le case, sindaci che chiedono Canadair e agricoltori che osservano il lavoro di una vita diventare cenere.

Poi arriva settembre. Si contano i danni, si annunciano ristori e nuovi piani. E si aspetta l’estate successiva.

 

L’allerta non è ancora terminata

 

Per il 22 luglio la Protezione civile regionale ha mantenuto un livello elevato di pericolosità per gli incendi in tutte le province siciliane. Restano necessarie le operazioni di bonifica perché, con temperature ancora alte e vento, un focolaio apparentemente spento può riprendere forza.

Il 21 luglio 2026 non è stato soltanto il giorno dei 46,2 gradi.

È stato il giorno in cui caldo, incendi, abbandono del territorio e fragilità delle infrastrutture hanno formato un’unica emergenza.

Il fuoco prima ha attraversato boschi e campagne. Poi ha raggiunto le case, l’autostrada, la rete elettrica e persino l’acquedotto.

Quando succede tutto questo insieme, non è più soltanto una giornata di caldo. È il conto, sempre più salato, di un territorio che continua a entrare nell’estate sperando che stavolta vada bene.