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26/07/2026 08:00:00

L'Europa investe sulla cultura. E Marsala cosa aspetta?

Un paio di settimane addietro scrissi su questo giornale alcuni pensieri in ordine sparso alla sindaca Andreana Patti e, in questa estate torrida più che mai, ho riletto diversi documenti a seguito di un Consiglio europeo, che si è concluso il 18 giugno, sul tema della cultura e dello spazio che si è aperto all’interno del dibattito europeo.

I numeri raccontano un’Europa che ha risposto negli ultimi anni: Europa Creativa è passata da 1,46 a 2,44 miliardi di euro tra i due cicli di programmazione, un incremento del 67 per cento. Questo vuol dire che programmazione, progettazione e azioni connesse alla cultura sono strategiche nell’agenda europea e, a caduta, fino alle amministrazioni locali.

 

Quel cambio di passo che ho suggerito, per un diverso paradigma all’interno della narrazione della nostra città, trova riscontro in documenti formali che dal Consiglio europeo sono stati trasmessi al Parlamento europeo e alla Commissione europea. Le rispettive presidenti hanno firmato una dichiarazione comune dal titolo “L’Europa per la cultura - La cultura per l’Europa”: la dichiarazione enuncia il loro impegno politico condiviso a proteggere, promuovere e sostenere la cultura in Europa.

 

E noi, che siamo uno scoglio nel Mediterraneo, cosa possiamo fare? Come possiamo raccontare questo passaggio epocale di cambiamenti tra guerre, sbarchi e cambiamenti climatici? Marsala non è una città banale, per storia, per posizione geografica, per l’acume di alcuni imprenditori che hanno creato quell’allure oggi appannata: ma da lì arriviamo. E se le politiche comunitarie riconoscono il ruolo chiave svolto dalla cultura nell’affrontare le sfide contemporanee, tra cui le tensioni geopolitiche, i cambiamenti climatici, la transizione digitale, le disuguaglianze sociali e la crisi della salute mentale – la cultura serve in molti ambiti –, non credo manchi a noi tornare a scrivere, fare sintesi, fuori da logiche di contributi, e capire se insieme si possa avere uno sguardo attento e contemporaneo.

 

I settori culturali e creativi in città sono cresciuti e hanno contribuito alla crescita economica, all’innovazione, alla coesione territoriale e alla sostenibilità ambientale, spesso anche in assenza di una politica chiara in tal senso. E forse, proprio perché siamo in fondo a questo cul-de-sac, la sfida si fa interessante, se non addirittura fondante, per un domani che è oggi. La strategia di preparazione dell’Unione europea identifica oggi il patrimonio culturale tra le diciannove funzioni sociali vitali, accanto all’energia e alle telecomunicazioni. Proteggere un museo o una biblioteca non è più questione di sensibilità, è questione di difesa, ovvero una priorità.

 

Chiunque andrà a ricoprire il ruolo con la delega alle culture sappia che troverà un parterre che lavora da anni e che, in larga parte, non improvvisa e vorrebbe un’interlocuzione certa e non effimera, una competenza che vada oltre il manuale Cencelli. Chiarezza per chiarezza, in gioco c’è un tempo diverso da far vivere alle nuove generazioni, a chi verrà a scoprirci per la prima volta, a chi noi vorremmo far conoscere altro, e questo necessita di un quadro d’insieme che è un mosaico di competenze ed equilibri.

 

L’Europa, pur tra le sue molte contraddizioni, ha messo a segno un indirizzo ai più alti livelli. Noi, da finis terrae, possiamo trarne gli auspici e sfruttare la concretezza di queste politiche, facendole nostre, perché non siamo più decorativi, ma strategici.

Alla politica il compito di dare risposte concrete, perché noi ci siamo. Navighiamo in mari improvvisati da tempo e la bussola interiore la sappiamo leggere. Oggi vogliamo altro.

 

Giuseppe Prode