Restaurati, imballati e dimenticati. Gli otto arazzi fiamminghi di Marsala, uno dei patrimoni artistici più importanti della città, sono ancora chiusi nelle casse. Da anni attendono di essere esposti nella nuova sede museale dell’ex Chiesa del Collegio dei Gesuiti. I lavori sull’edificio sono stati eseguiti, la struttura destinata a sostenere gli arazzi sarebbe stata finalmente montata, ma il museo non apre e i capolavori restano invisibili.
La domanda, dunque, è semplice: che fine hanno fatto gli arazzi? E soprattutto: perché, dopo un finanziamento da circa tre milioni di euro e un delicato intervento di restauro, non sono stati ancora restituiti alla città?
Il tesoro chiuso nelle casse
Gli arazzi si troverebbero ancora arrotolati e custoditi nelle casse utilizzate per il trasporto e la conservazione temporanea. Una sistemazione che temporanea, però, non è più: dura ormai da anni.
Non si tratta soltanto di un danno per la fruizione culturale e turistica di Marsala. Il timore è che una permanenza così lunga nelle casse possa compromettere il lavoro eseguito sulle fibre di lana e seta, particolarmente delicate. Il restauro avrebbe dovuto restituire vita agli arazzi. Invece li ha consegnati a un nuovo, interminabile letargo.
La speranza è che, quando saranno finalmente aperte le casse, i manufatti siano ancora nelle condizioni in cui sono stati riconsegnati dopo il restauro.
Il museo annunciato come una “splendida realtà”
La vicenda viene da lontano. Nel 2016 la Regione confermò un finanziamento di tre milioni di euro, attraverso il Patto per la Sicilia, per adeguare l’ex Chiesa del Collegio dei Gesuiti e trasformarla nel nuovo Museo degli Arazzi e del patrimonio tessile della Chiesa Madre.
L’annuncio venne presentato come la fine di una lunga attesa. Il museo, si disse allora, era ormai una “splendida realtà”. Il finanziamento, promesso fin dal 2010 e poi rimasto bloccato per la carenza di risorse regionali, avrebbe permesso di completare un progetto avviato addirittura negli anni Settanta.
La nuova sede avrebbe dovuto garantire condizioni migliori rispetto ai locali adiacenti alla Chiesa Madre, dove gli arazzi erano stati esposti per molti anni. Doveva essere uno spazio moderno, dotato di sistemi adeguati per il controllo della luce, della temperatura e dell’umidità, nel quale mostrare insieme gli otto grandi teli e gli antichi paramenti sacri.
Dieci anni dopo quell’annuncio, però, la “splendida realtà” non è ancora visitabile.
Il restauro aperto al pubblico a Palermo
Nel 2020 gli arazzi furono trasferiti all’Oratorio dei Bianchi di Palermo per un importante intervento conservativo promosso dall’Assessorato regionale ai Beni culturali.
Il cantiere venne aperto al pubblico: ogni venerdì i visitatori potevano assistere al lavoro dei restauratori, guidati da Giuseppe Inguì insieme a Giacomo Mirto, Sonia Caccamo e Lucilla De Angelis. Un’occasione rara per osservare da vicino la pulitura, il consolidamento e il recupero delle fibre.
L’intervento era necessario. Il peso stesso dei grandi manufatti, insieme alla polvere, alla luce e al trascorrere del tempo, aveva messo sotto pressione la trama. Il restauro ha consentito di consolidare le parti più fragili e recuperare la profondità dei colori e delle scene.
Conclusi i lavori, gli arazzi sono tornati a Marsala. Ma non sono tornati davanti al pubblico.
Il paradosso: restaurati per essere nascosti
Il progetto prevedeva che, al termine del restauro, gli otto teli venissero sistemati nell’ex Chiesa del Collegio, a poche centinaia di metri dalla Chiesa Madre. Una collocazione scelta anche per rispettare la volontà testamentaria di monsignor Antonino Lombardo, che nel 1589 lasciò gli arazzi alla Matrice marsalese.
L’edificio, tuttavia, è rimasto a lungo in attesa del collaudo e del completamento dell’allestimento. Nel frattempo, gli arazzi sono rimasti nelle casse.
Oggi la struttura sulla quale dovrebbero essere collocati risulta montata. Eppure la Soprintendenza non ha ancora proceduto alla musealizzazione e non è stata comunicata una data per l’apertura. Non è chiaro quali interventi manchino, quali siano gli ostacoli tecnici o amministrativi e chi debba compiere l’ultimo passo. Attorno agli arazzi è calato un silenzio fitto quasi quanto la loro trama.
Vorrebbe sapere qualcosa in più anche Don Marco Renda, arciprete della Chiesa Madre che ha ammesso di non avere avuto dalla Soprintendenza alcuna certezza sui tempi.
Otto capolavori del Cinquecento
Dentro quelle casse ci sono otto opere monumentali, larghe fino a tre metri e mezzo e alte fino a cinque metri. Realizzati a Bruxelles nel XVI secolo, gli arazzi raccontano la guerra tra Romani e Giudei, combattuta tra il 66 e il 70 d.C., attraverso episodi tratti dalle opere dello storico Giuseppe Flavio.
Le scene raffigurano, tra gli altri episodi, la conquista di Iotapata, la cattura di Giuseppe Flavio da parte di Vespasiano e il trionfo di Tito. I pannelli sono incorniciati da elaborate bordure con fiori, frutti e figure mitologiche.
Il ciclo fu donato alla Chiesa Madre nel 1589 da monsignor Antonino Lombardo, marsalese, già canonico della Cattedrale di Mazara e legato alla corte spagnola. È considerato uno degli esempi più preziosi e completi di arte tessile fiamminga conservati in Italia.
Non sono, dunque, semplicemente otto oggetti da collocare sulle pareti. Sono una delle principali attrazioni culturali che Marsala potrebbe offrire, insieme al Museo archeologico di Baglio Anselmi, alla nave punica e al futuro Museo del vino.
Ora servono risposte
Dopo anni di lavori, annunci e rinvii, non basta più dire che il museo è quasi pronto. Occorre spiegare che cosa manca, chi deve intervenire e quando gli arazzi saranno nuovamente esposti.
La Regione e la Soprintendenza devono chiarire anche in quali condizioni siano oggi conservati i manufatti e se, durante questa lunga permanenza nelle casse, siano stati sottoposti a controlli periodici.
Marsala ha finanziato e atteso un museo che, nel 2016, veniva già presentato come una realtà. Nel 2020 ha visto partire un restauro celebrato come un’occasione storica. Nel 2021 avrebbe dovuto riavere i suoi arazzi restaurati e finalmente valorizzati.
Siamo nel 2026 e gli otto capolavori sono ancora invisibili. La burocrazia, ancora una volta, è riuscita nell’impresa di trasformare un restauro in un mistero.