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11/08/2026 09:31:00

Attentato a Ranucci, il quadro dopo l’arresto di Lavitola: l’amicizia, il progetto politico e i depistaggi

L’arresto di Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato esplosivo contro Sigfrido Ranucci, apre uno scenario ancora più inquietante e, per certi versi, paradossale.

Per la Procura di Roma, Lavitola avrebbe fatto organizzare la bomba del 16 ottobre 2025 davanti alla casa del conduttore di Report non per colpirlo davvero, ma per aumentarne la popolarità, favorirne un futuro ingresso in politica e ritagliarsi poi un ruolo accanto a lui. Un piano che, secondo la ricostruzione degli investigatori, avrebbe utilizzato modalità mafiose e una rete di intermediari ed esecutori.

Il punto più clamoroso è che Lavitola e Ranucci erano legati da un rapporto personale stretto, definito nelle carte come un legame profondo. E proprio questa amicizia è oggi uno degli aspetti centrali dell’inchiesta.

 

Lavitola arrestato, Tavares ricercato

 

Lavitola è stato portato in carcere su disposizione del gip di Roma. Nella stessa inchiesta è coinvolto Gomes Clesio Tavares, indicato dagli investigatori come l’intermediario tra Lavitola e il gruppo che avrebbe materialmente preparato l’attentato.

Tavares si trova attualmente in Camerun e ha fatto sapere di voler tornare in Italia, ma senza indicare quando. Nega ogni responsabilità.

Secondo l’accusa sarebbe stato proprio lui a reclutare i quattro presunti esecutori già arrestati: Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis.

 

Il movente: spingere Ranucci verso la politica

 

La tesi della Procura è singolare.

L’attentato sarebbe stato concepito per creare intorno a Ranucci una forte ondata di solidarietà e accrescerne il consenso nell’opinione pubblica.

Lavitola, secondo quanto emerge dalle carte, avrebbe coltivato da tempo l’idea di una discesa in politica del giornalista. In alcuni messaggi gli prospettava addirittura un futuro da presidente del Consiglio.

L’ex direttore dell’Avanti! aveva commissionato anche sondaggi per misurare il gradimento di un possibile candidato proveniente dalla società civile e avrebbe discusso la questione con giornalisti ed esperti.

Secondo il gip, Ranucci non avrebbe mai formalmente aderito al progetto, ma nel tempo avrebbe mostrato curiosità e attenzione verso quelle ipotesi. La giudice parla comunque di un giornalista vittima della manipolazione di Lavitola, favorita dal rapporto di fiducia costruito tra i due.

 

 

L’amicizia tra Ranucci e Lavitola

 

Ed è proprio il rapporto personale il tema più delicato.

Ranucci ha spiegato di considerare Lavitola anche una fonte giornalistica. Attraverso di lui avrebbe potuto accedere a informazioni, contatti e potenziali interviste.

Ma dalle carte emergerebbe una confidenza che andava oltre il rapporto professionale.

Il 4 luglio, dopo una perquisizione dei carabinieri nell’abitazione di Lavitola e il sequestro di alcuni telefoni, Ranucci lo avrebbe chiamato nel cuore della notte. I due avrebbero parlato per circa due ore delle possibili piste investigative.

Lavitola, anche dopo essere diventato indagato, ha continuato pubblicamente a definirsi amico di Ranucci e a negare qualsiasi coinvolgimento nell’attentato.

 

“Andrò in carcere”

 

Lavitola, in realtà, sembrava aspettarsi l’arresto.

In diverse interviste rilasciate nelle settimane precedenti aveva detto di essere convinto che sarebbe finito in carcere. Avrebbe perfino preparato una borsa.

Fino alla sera precedente l’arresto, però, continuava a mostrarsi tranquillo.

A cena nel suo ristorante romano, il Cefalù Bistrò, avrebbe parlato ancora di Ranucci con affetto, sostenendo di essere dispiaciuto per ciò che il giornalista stava vivendo.

Una vicinanza che, letta oggi alla luce delle accuse, appare agli investigatori come parte di una strategia molto più complessa.

 

Le piste alternative e i presunti depistaggi

 

Un altro capitolo dell’inchiesta riguarda i tentativi di depistaggio.

Lavitola, nelle settimane e nei mesi successivi all’attentato, avrebbe suggerito diverse piste alternative. Tra queste anche ipotesi molto fantasiose, compreso un presunto coinvolgimento dei servizi segreti italiani e israeliani.

Secondo la Procura, l’obiettivo sarebbe stato orientare altrove l’attenzione degli investigatori e degli stessi giornalisti di Report.

Un giornalista della trasmissione, Daniele Autieri, avrebbe definito uno degli avvicinamenti di Lavitola come un possibile tentativo di depistaggio.

Il gip sottolinea inoltre il rischio di inquinamento delle prove e il tentativo di condizionare le strategie difensive degli esecutori materiali.

 

Ranucci: “Dolore per i miei figli”

 

Ranucci, intanto, non ha commentato direttamente l’arresto di Lavitola.

Ha però manifestato amarezza per il modo in cui la vicenda sta coinvolgendo la sua famiglia.

Il giornalista ha spiegato che, dopo una bomba e trent’anni di lavoro, vedere messa in discussione la propria figura è particolarmente doloroso soprattutto per i figli.

Allo stesso tempo ha sottolineato la grande quantità di messaggi di solidarietà ricevuti in questi giorni.

 

L’indagine interna della Rai

 

L’arresto di Lavitola incrocia anche l’audit interno della Rai sul comportamento di Ranucci.

Il Comitato etico stava già lavorando a una relazione destinata all’amministratore delegato Giampaolo Rossi.

La nuova ordinanza cambia però il quadro.

Da una parte, infatti, conferma Ranucci nel ruolo di vittima dell’attentato e sembra escludere qualsiasi suo coinvolgimento nell’ideazione dell’azione.

Dall’altra, resta aperta la questione sull’opportunità dei rapporti personali e professionali mantenuti con Lavitola.

 

Il tema delle fonti

 

È proprio questo il punto sollevato anche da Walter Verini, componente del Pd in commissione Antimafia.

Verini ha ribadito di non avere dubbi sull’estraneità di Ranucci all’attentato, ma ha definito problematiche alcune frequentazioni del giornalista.

Il tema, in sostanza, riguarda il confine tra la ricerca delle fonti e il rapporto personale con soggetti dal passato giudiziario complesso.

Secondo Verini, questo aspetto merita una riflessione etica, ma non può diventare un pretesto per delegittimare il lavoro di Report e più in generale il giornalismo d’inchiesta.

 

Un’inchiesta ancora aperta

 

Il quadro emerso dopo l’arresto di Lavitola è dunque molto più articolato di quanto apparisse inizialmente.

C’è un attentato che, secondo l’accusa, sarebbe stato organizzato con modalità mafiose. Ci sono quattro presunti esecutori già arrestati. C’è un intermediario ricercato. C’è un presunto mandante che era anche amico della vittima.

E poi c’è un movente che, se confermato, avrebbe qualcosa di quasi surreale: una bomba organizzata per aumentare la popolarità del bersaglio e trasformarlo in un possibile protagonista politico.

Resta adesso da capire quanto di questa ricostruzione reggerà alle verifiche giudiziarie e se emergeranno altri livelli della rete che avrebbe preparato, finanziato e coperto l’attentato.