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Mentre le spiagge siciliane celebrano Ferragosto, poche centinaia di chilometri più a sud il Mediterraneo continua a restituire morti. Undici corpi sono stati avvistati in mare da un aereo impegnato nelle attività di ricognizione e soccorso. Potrebbero essere ciò che resta di uno dei tanti naufragi dei quali non conosciamo né il giorno, né il numero delle persone partite, né quello delle vittime.
Un “naufragio fantasma”, insomma. Nessuna richiesta di soccorso arrivata a terra, nessun elenco dei passeggeri, forse nessun superstite capace di raccontare cosa sia accaduto.
E intanto, nelle stesse ore, le organizzazioni umanitarie denunciano nuove intercettazioni in mare da parte di unità libiche.
La segnalazione arriva dalle organizzazioni impegnate nelle attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Un velivolo di ricognizione di SOS MEDITERRANEE Italia e Humanitarian Pilots Initiative ha individuato undici corpi che galleggiavano in mare.
La circostanza apre inevitabilmente una domanda alla quale, almeno per il momento, non esiste risposta: quante persone si trovavano sull'imbarcazione dalla quale provenivano quelle vittime?
Undici cadaveri avvistati non significano necessariamente undici morti. Potrebbero essere molti di più. Il mare, soprattutto quando un'imbarcazione scompare senza che nessuno riesca a lanciare un allarme, non consente neppure una contabilità precisa della tragedia.
È uno dei problemi strutturali delle statistiche sulle migrazioni: i numeri disponibili fotografano soltanto le vittime delle quali si riesce ad avere notizia.
L'Organizzazione internazionale per le migrazioni considera infatti il Mediterraneo centrale la rotta migratoria conosciuta più letale al mondo. I dati IOM disponibili per il 2026 indicavano già 868 morti o dispersi sulla rotta centrale e circa 1.600 sulle diverse rotte verso l'Europa. Sono numeri inevitabilmente sottostimati proprio perché molti naufragi possono avvenire senza testimoni.
Il 2026, peraltro, era cominciato malissimo. Già nei primi mesi dell'anno l'IOM aveva segnalato un aumento superiore al 150 per cento delle vittime nel Mediterraneo centrale rispetto allo stesso periodo del 2025.
Ma c'è un'altra parte della storia.
Dopo l'avvistamento dei corpi, Sea-Watch si è attivata nelle ricerche e ha denunciato e documentato nuove intercettazioni di migranti da parte di unità armate libiche. Episodi analoghi sono stati denunciati nei giorni precedenti anche da SOS Humanity.
Secondo le testimonianze diffuse dalle organizzazioni umanitarie, in uno degli episodi un gommone in difficoltà sarebbe stato speronato ripetutamente prima dell'intercettazione delle persone che si trovavano a bordo.
Su questo punto è necessaria una distinzione: si tratta di episodi denunciati e documentati dalle Ong, mentre non risultano al momento ricostruzioni indipendenti complete di quanto accaduto nelle ultime ore.
Il problema delle modalità con cui avvengono alcune intercettazioni libiche, però, non nasce oggi.
Un recente rapporto congiunto della missione delle Nazioni Unite in Libia e dell'Ufficio dell'Alto commissario ONU per i diritti umani ha documentato, relativamente agli anni precedenti, diversi episodi nei quali le azioni delle unità libiche avrebbero messo direttamente in pericolo migranti e soccorritori.
Il rapporto riferisce di casi nei quali sarebbero stati esplosi colpi di arma da fuoco vicino o contro imbarcazioni in difficoltà e persone già finite in acqua, oltre a episodi di violenza durante le operazioni di intercettazione.
La stessa Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali ha ricordato nel luglio scorso che le intercettazioni e i ritorni verso la Libia continuano e che le persone riportate nel Paese vengono esposte al rischio di gravi violazioni dei diritti fondamentali.
Non è quindi soltanto una battaglia di comunicati tra governi e Ong.
È qui che la tragedia del Mediterraneo diventa inevitabilmente una questione politica.
Da anni Italia e Unione europea collaborano con le autorità libiche nel controllo delle partenze, attraverso formazione, mezzi, finanziamenti e sostegno al sistema di coordinamento marittimo.
L'obiettivo dichiarato è contrastare il traffico di esseri umani e ridurre le partenze irregolari. Le organizzazioni umanitarie contestano però radicalmente questo modello: intercettare una persona in mare per riportarla in Libia significa ricondurla in un Paese nel quale sono state ripetutamente documentate detenzioni arbitrarie, violenze e abusi.
Secondo i dati riportati da UNSMIL e dall'Alto commissariato ONU per i diritti umani, nel solo 2025 furono 27.116 i migranti intercettati in mare e riportati in Libia, dopo i 21.762 del 2024.
Ed è questo il punto sul quale si concentra la critica delle Ong: l'Europa ha progressivamente spostato verso sud una parte del controllo della propria frontiera marittima, affidando alle autorità libiche un ruolo centrale nelle intercettazioni.
Ci sono poi gli undici corpi.
Non sappiamo ancora chi fossero. Non sappiamo da dove venissero, quando fossero partiti, quale fosse la loro destinazione. E soprattutto non sappiamo quanti fossero gli altri.
È forse questo l'aspetto più impressionante dei cosiddetti naufragi fantasma.
Le statistiche internazionali registrano decine di migliaia di morti e dispersi lungo le rotte migratorie del Mediterraneo nell'ultimo decennio, ma anche l'IOM avverte implicitamente del limite fondamentale di questi conteggi: possono essere registrate soltanto le tragedie delle quali rimane una traccia.
Per quelle che avvengono lontano dagli occhi delle navi, degli aerei e dei sistemi di sorveglianza, spesso non resta niente.
A volte resta un'imbarcazione vuota.
A volte qualche oggetto.
Questa volta sono rimasti undici corpi che galleggiavano nel Mediterraneo alla vigilia di Ferragosto.
Mentre sulle coste italiane milioni di persone erano già al mare.
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