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18/08/2026 10:37:00

Al bar di Marsala dove la Dc non è mai finita: il “mica”, l’“uno” e l’eterna Sicilia

Al bar Exclusive si entra alle nove del mattino e si esce alle 12.30 con una visione del mondo.

Io ci vado ogni mattina per bere solo una cosa: il latte di mandorla. Faccio esattamente questo da trentacinque anni.

Non il caffè. Il latte di mandorla è lungo. Dura. Ti autorizza a stare seduto senza dire niente per venti minuti, e nessuno se ne ha a male, perché stai facendo una cosa. Stai bevendo.

Con la cannuccia, poi, sei praticamente inattaccabile.

Il nome Exclusive sta scritto in corsivo inglese su una tenda parasole verde che una volta era verde. La E maiuscola si è staccata nel 2011 e nessuno l'ha rimessa, così adesso si chiama Xclusive, il che gli dà involontariamente un'aria da discoteca di Mazara nei primi Duemila.

Sotto la tenda, tre tavolini di alluminio con le sedie di plastica ingiallite. Sono lì da almeno quindici anni nella stessa identica posizione, come i tre signori che ci si siedono.

Sopra la macchina del caffè c'è la fila delle bottiglie di amaro (l'Averna, il Fernet, un Vecchio Amaro del Capo) e, ancor più su, il Marsala, in ordine ascendente di sacralità.

Vicino, il calendario di TV Sorrisi e Canzoni, la foto della squadra dei Giovanissimi del 1987 e Padre Pio.

E poi, incorniciato, sopra la cassa, nel punto in cui negli altri bar c'è la licenza: lo scudo crociato della DC.

Non un adesivo, ma un vero manifesto. La croce rossa sullo scudo bianco, la scritta LIBERTAS in caratteri Trajan.

Sta lì dal 1992, cioè da prima che il partito smettesse di esistere, il che significa che quel manifesto è sopravvissuto trentaquattro anni, due repubbliche, sei sistemi elettorali e almeno quattro partiti che hanno provato a rifare la stessa cosa con lo stesso simbolo e sono falliti tutti.

Se glielo chiedi, il proprietario Ninuzzo (che non è democristiano, non lo è mai stato), che nel 1992 aveva ventidue anni, ti dice che è rimasto lì perché non è che "si può togghiri accussì".

E questa è, in nove parole, la storia politica della Sicilia occidentale.

Lo scudo DC non è un'opinione. È una condizione atmosferica.

Non sta lì perché qualcuno ci crede: sta lì perché toglierlo comporterebbe un gesto, e il gesto comporterebbe una spiegazione, e la spiegazione comporterebbe una posizione.

Meglio la polvere.

Sotto quello scudo crociato si sono discussi trent'anni di cose diverse: Tangentopoli, i Mondiali, le Twin Towers, l'euro, il Covid. E il metodo non è mai cambiato di un millimetro: tutti d'accordo sul lamento, nessuno d'accordo sulla causa, e comunque a mezzogiorno si mangia.

Perché la Democrazia Cristiana, al bar Exclusive, non è finita. È come lo zucchero nel latte di mandorla: non la vedi più, ma è dappertutto, e il gusto è sempre quello.

Dopo trentacinque anni di latte di mandorla ho imparato a riconoscere l'odore di DC a distanza. Prima ancora del contenuto, come chi ascolta una lingua straniera.

Per esempio, qui al bar XCLUSIVE non si discute: si eseguono formule che hanno una grammatica fissa, una sintassi ereditaria. E così da De Gasperi si arriva dritti dritti a Vannacci.

Le particelle portanti di ogni discorso politico sono due.

La prima è il MICA.

Il "mica" è la porta girevole della coscienza: ci entri e ne esci dall'altra parte senza esserti mosso. Serve a negare una cosa che nessuno ti ha ancora contestato, e quindi a confessarla.

È l'unico strumento retorico che funziona esclusivamente al contrario:

«Mica li putemu jittari a mari.»
Mica li possiamo gettare al mare, riferendosi ai migranti.
Lo dice quello che ci ha pensato e che voterà il generale.

«Mica razzista 'un sugnu.»
Mica sono razzista.
Dice quello che ha quattro contadini in campagna a raccogliere l'uva.

«Mica ti vogghiu mali.»
Mica ti voglio male.
Dice quello che sta per dirti quanto sei ingrassato.

«Mica ha' a pagari.»
Mica devi pagare.
Dice quello che ha già calcolato quanto ci metti ad arrivare alla cassa.

«Mica semu tutti uguali, nuàutri e iddi.»
Mica siamo tutti uguali, noi e loro.
Dice quello che ha bisogno di nemici per sapere chi è lui.

La seconda è la particella UNO.

«Mu rissi UNU.»

Analizziamo la frase:

C'è il «MU», che è fatto dal "MI" e dalla "U". Il MI è clitico (la forma minima del pronome) e U cataforico (cioè un pronome che punta in avanti invece che indietro).

C'è sempre un oggetto che anticipa la subordinata, cioè un contenitore vuoto che verrà riempito dopo.

«RISSI»: il predicato è sempre al passato remoto.

«UNU»: il soggetto è sempre indeterminato.

«Me lo ha detto UNO che (più di così non ti posso dire).»
«Uno chi?»
«Uno che lo sa.»
«Sì, ma chi?»
«Uno che non te lo posso dire chi è.»

UNO qui non ha cognome, non ha faccia, non ha un bar di riferimento.

Uno c'era. Uno lo sa perché lavorava là dentro, o perché ha il cugino ai servizi sociali, o perché gliel'ha detto un altro uno, in una catena che non finisce mai.

Al Bar XCLUSIVE il soggetto non serve più. Il mica nega quello che stai per dire. Uno fonda quello che hai già detto.

Il MICA e l'UNO sono le due colonne portanti di ogni discorso.

Una scarica il peso della responsabilità, l'altra regge il peso della prova. E siccome nessuna delle due poggia su niente, l'edificio sta benissimo in piedi.

Come quei palazzi sul lungomare col primo piano finito, il secondo abitato e i pilastri che spuntano dal tetto da vent'anni, in attesa di un condono che è già arrivato tre volte.

 

Giuseppe Passalacqua

 

 



Native | 11/08/2026
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