Caro direttore di TP24,
come sempre, anche questa volta, Katia Regina, con il suo articolo, è riuscita a stimolare interesse e riflessioni su questioni - le minoranze etniche - che solitamente passano in secondo ordine per l’inarrestabile prorompere di fatti contingenti (Ranucci-Lavitola, le beghe della Lega, il “dibattito” nel cosiddetto, sedicente “campo largo, le bizzarrie di Trump e così via di seguito).
Nell’elenco delle temperature, avrei aggiunto quella lavica per sintonizzarmi con le eruzioni dell’Etna. E per rimanere in tema, a Etna avrei tolto la “ N”. Perché sono venuto a sapere che l’acronimo ETA viene usato nei trasporti, nei viaggi e nelle consegne che indicano l’orario d’arrivo preciso nelle rispettive destinazioni. E a tal proposito avrei chiamato in causa la funzione del Ponte sullo Stretto e l’aereo porto di Catania. A parte le battute, la prima ragione per la quale invio questa lettera è soltanto per sottolineare che nello scritto della giornalista ho trovato veramente pregevoli le analisi, la costruzioni degli eventi storici, sociali, etici e, naturalmente, le conclusioni a cui perviene, compresi gli azzeccati suggerimenti di lettura della Vocazione, minoritaria. Interviste sulle minoranze e la visione Alla scoperta di … Medici senza frontiere, che mi hanno sollecitato alcune riflessioni, che costituiscono la seconda ragione per cui ho scritto questa lettera. Una delle quali è la seguente. Accanto all’aspetto etnico mi sentirei di collocare il lavoro e la sua dignità, che sono strettamente e inscindibilmente legati. Nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas il Papa, Leone XIV, al capitolo quarto, dedica un paragrafo intitolato la dignità del lavoro nella transizione digitale. E lo fa con efficacia e incisività, chiarezza e coerenza insistentemente accompagnate da una forza di convincimento e di coinvolgimento senza uguali.
Purtroppo devo dire che faccio molta fatica a trovare analogo impulso e determinazione nelle stesse organizzazioni sindacali, nel Pd, nei partiti di sinistra e del centro sinistra, quando si fa specifico riferimento al valore del lavoro, al problema della disoccupazione, a una economia che valorizza la dignità, le condizioni sociali e della speranza delle famiglie e dei giovani. Certo sarebbe ingeneroso affermare che le suddette forze, rispetto ai problemi del lavoro e alle questioni che riguardano lo stato di sfruttamento e le forme di schiavismo cui sono sottoposti gli immigrati, siano indifferenti. Ma noto che in alcune fasi a prevalere nello scenario politico di cui sono protagonisti, a farla da padrone sono il transitorio e l’eclatante, a cui spesso in maniera poco accorta viene prestato il fianco.
Desidero aggiungere un’altra considerazione ancora sul Papa Leone XIV che ha deciso di andare, come Francesco, a Lampedusa, un avamposto di umanità. Una zattera nel Mediterraneo da cui lancia al mondo intero un sonoro schiaffo a quella zona franca dell’indifferenziata indifferenza. Antonio Gramsci scrisse un libro intitolato Odio gli indifferenti. Abbiamo voluto tirare in ballo il fondatore del Pci e del glorioso giornale l’Unità per ricordare il modo e l’interesse con cui egli dedicava la sua attenzione all’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, in relazione anzitutto alla spinosa questione operaia, in un momento storico e politico decisivo con l’avvento dell’industrializzazione nel quale ci fu una perfetta coincidenza fra lo svolgimento del congresso di Genova del Partito Socialista Italiano, che cerca di organizzarsi e passare a un’azione politica pratica e realistica.
Mentre Leone XIII dava vita alla moderna Azione Cattolica spingendo i suoi aderenti ad assumere un ruolo sociale attivo e concreto. Gramsci studia a fondo l’operazione messa in campo dalla Chiesa indicandola come esempio di costruzione del consenso e di guida delle masse lavoratrici. Nasce da qui il concetto di egemonia delle masse contadine e operaie come pensiero e come azione politica nel campo economico, culturale e sociale, che sarebbe opportuno, anche in un momento epocale come quello dell’Intelligenza Artificiale, studiare, approfondire e aggiornare seriamente.
Filippo Piccione