Ho letto con attenzione l’intervento dell’ex sindaco di Marsala Massimo Grillo e lo ringrazio per aver trasformato la mia riflessione in un’occasione di confronto.
Prendo atto della sua precisazione terminologica: quello della Salinella va più propriamente definito un teatro all’aperto. Osservo, tuttavia, che a pagina 4 della presentazione istituzionale del progetto a “Città in Scena”, nel maggio 2024, la struttura è definita “anfiteatro in legno”. È una precisazione che non cambia la sostanza della questione.
Grillo sostiene che il teatro non sia fuori scala e che sia Marsala, semmai, a dover alzare le proprie ambizioni.
Che il teatro sia o meno fuori scala resta opinabile. Sulla necessità che Marsala alzi le proprie ambizioni, invece, sono pienamente d’accordo.
Marsala non può progettare il proprio futuro limitandosi alla fotografia di ciò che è oggi. Una città può generare nuova domanda, attrarre persone, eventi e investimenti.
Ma proprio perché condivido questa ambizione, vorrei portarla fino in fondo.
I porti da dimensionare e le grandi città mediterranee da emulare sono immagini suggestive. Ma una metafora può alimentare una visione; non sostituisce il progetto.
Tralasciamo, allora, gli 800 posti. Non è questo il punto.
Il punto è la qualità del progetto e la capacità della committenza pubblica di governarne il processo.
In un’area così delicata, aperta verso il mare e le Egadi e non priva di complessità urbanistiche, anche in relazione alle destinazioni d’uso, il progetto avrebbe dovuto dare forma a un’architettura capace non soltanto di occupare lo spazio, ma di interpretarlo e stabilire una relazione con il paesaggio.
Accolgo volentieri l’invito ad alzare le ambizioni. Ma allora alziamole davvero.
Significa domandarsi, davanti a un luogo così straordinario: che cosa avrebbe immaginato qui Renzo Piano?
Non è il richiamo a una grande firma, ma a una grande visione: la capacità di leggere il luogo, comprenderne le potenzialità e trasformarle in architettura.
Una committenza pubblica ambiziosa deve saper definire gli obiettivi, scegliere le competenze attraverso procedure capaci di valorizzare la qualità, confrontare le soluzioni e riconoscere il valore delle proposte.
Tra le alternative che avrebbero meritato di essere valutate vi era anche la possibilità di collocare il teatro all’interno dei Capannoni Nervi, restituendo una nuova funzione a uno dei monumenti dell’architettura moderna che Marsala possiede già.
Non sostengo che fosse necessariamente la soluzione migliore. Sarebbe stato indispensabile verificarne fattibilità, costi e vincoli. Ma proprio questo dovrebbe fare una committenza pubblica: confrontare possibilità diverse prima di compiere una scelta destinata a incidere stabilmente sulla città.
Il solo poter annunciare uno spettacolo “ai Capannoni Nervi” avrebbe inoltre rappresentato un richiamo culturale: il luogo stesso sarebbe diventato parte dell’esperienza.
Pensare in grande non significa necessariamente costruire di più. Significa progettare meglio.
E progettare meglio significa occuparsi anche della vita futura dell’opera. Nessun teatro produce pubblico da solo: servono programmazione, eventi di qualità, risorse, capacità gestionale, collegamenti e servizi. Il contenitore può dare forza a una strategia. Non può sostituirla.
Grillo inserisce il teatro in una visione più ampia, che comprende la rigenerazione di Sappusi, il Waterfront, l’Idroscalo, i Capannoni Nervi, il parco della Colmata, l’aeroporto e la ferrovia.
È una prospettiva interessante. Marsala ha bisogno di un sistema, non di una collezione di opere isolate.
Proprio perché il funzionamento del teatro dipende anche da condizioni ancora da realizzare, sarebbe stato necessario verificarne in anticipo i presupposti culturali, gestionali ed economici. Nel settore privato questa verifica precede ogni investimento significativo. Quando si impiegano risorse collettive, il rigore dovrebbe essere almeno pari.
Marsala dovrebbe fare tesoro delle fragilità già emerse nella gestione delle opere pubbliche: il Monumento ai Mille testimonia la difficoltà di tradurre compiutamente in architettura un progetto ambizioso; la piscina comunale, quella di trasformare una struttura realizzata in un servizio stabile per i cittadini.
Sono esperienze diverse, ma ricordano entrambe che la visione non termina con la costruzione del manufatto: si compie nella sua capacità di vivere, funzionare e produrre valore per la città.
Una serata con le gradinate occupate e le Egadi davanti agli occhi sarà certamente una bellissima immagine. Ma saranno la continuità del suo utilizzo, la qualità della programmazione, i costi di gestione e la relazione che la sua architettura saprà stabilire con quel luogo a determinare il valore dell’opera.
Se Marsala vuole pensare in grande, deve essere grande anche la qualità del pensiero con cui progetta il proprio futuro.
Antonello Passalacqua