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25/08/2026 06:00:00

Il suicidio assistito come atto di Grazia contro l'ergastolo del dolore 
 

di Katia Regina

C’è un limite oltre il quale il rispetto per le opinioni altrui cessa di essere un dovere democratico e diventa pura complicità. Questo limite coincide esattamente con l’istante in cui un cavillo da azzeccagarbugli di Stato o un dogma da sacrestia pretendono di dettare legge sul corpo martoriato di una persona.

 

Nonostante la Corte costituzionale abbia aperto la strada al suicidio assistito fin dal 2019 intimando al Parlamento di legiferare, la politica continua a temporeggiare, trincerandosi dietro un ostruzionismo cinico e ipocrita. L'ultimo intollerabile cortocircuito porta la firma dei vertici istituzionali: audito in Senato, il presidente del CNR Andrea Lenzi ha tentato di negare l'esistenza di tecnologie idonee per l'autosomministrazione nei malati completamente paralizzati. Una versione grottesca, smentita dai fatti e dai suoi stessi ricercatori: quel software a puntamento oculare collegato alla pompa d'infusione non solo esiste, ma è già stato utilizzato in Toscana per permettere a una donna, Libera, di esercitare la propria volontà ed essere finalmente se stessa fino all'ultimo istante. Un boicottaggio burocratico e politico indecente, utile solo a fornire al governo il pretesto per frenare la legge, consumando una battaglia ideologica sulla pelle inerme di chi ha finito il tempo della vita ed è costretto ad abitare solo quello della tortura. 

 

Provo un disgusto profondo per questo balletto osceno. Ma ancor di più, provo un’incapacità viscerale di comprendere chi si presta a questa farsa. Come è umanamente possibile avere il potere di porre fine a uno strazio disumano e scegliere, invece, di inventare l'ennesimo cavillo? Come fanno questi burocrati, dopo aver condannato una persona a restare murata viva nel proprio corpo, a chiudere la borsa, tornare a casa e riprendere la propria vita come se niente fosse? Cenano in famiglia, guardano la tv, dormono sonni tranquilli e si sentono perfino in pace con la coscienza. Mentre altrove, per colpa della loro pavidità, ogni singola fibra nervosa di un malato è tenuta accesa solo per registrare spasmi. Definire vita una condizione in cui le macchine fanno le veci di polmoni e cuore esausti, è una bestemmia contro il buonsenso prima ancora che contro la dignità. 

 

Ed è proprio dietro questa coscienza immacolata che si nasconde la peggiore ipocrisia nostrana, quella targata destra conservatrice e devota a parole. Chiunque si professi cristiano dovrebbe avere impresso nel DNA morale il principio della pietas, la capacità di chinarsi sulla carne che soffre, di ascoltare il grido disperato di un fratello. Invece no. Il fondamentalismo da salotto preferisce immaginare un Dio contabile e sadico, che pretende il conto fino all’ultima goccia di dolore, trasformando la sofferenza non cercata in un tributo obbligatorio da pagare a un'idea astratta di santità della vita. 

 

C’è una sensibilità che appartiene ai grandi narratori, capaci di annusare l'urgenza del nostro tempo e sviscerare un dilemma morale mentre le aule parlamentari scelgono la viltà del silenzio. Nel film La grazia di Paolo Sorrentino accade proprio questo: il Presidente della Repubblica misura la gravità della propria firma solo quando incrocia lo sguardo con la sofferenza disarmata di chi invoca clemenza. È in quel preciso istante che il potere perde la sua maschera burocratica e scopre di avere un’anima, trasformando la legge in dovere umano. 

 

Se i guardiani dell'ortodossia hanno tanta paura della parola suicidio, usiamo allora la loro stessa grammatica: chiamiamola grazia. Perché una persona condannata da una malattia degenerativa e irreversibile è a tutti gli effetti un’ergastolana senza colpa. Con un'aggravante che non è concessa nemmeno al peggiore dei criminali: il suo fine pena mai è un supplizio quotidiano, un'agonia scandita dal ticchettio implacabile dei macchinari. Chi si trova in carcere spera in un domani; chi è prigioniero di un corpo spento ha davanti a sé solo la moltiplicazione della tortura.

 

A Napoli c'è una donna di 72 anni, immobile dal collo in giù per colpa della SLA, che ha scelto per sé il nome di Irene, che in greco antico significa Pace. Irene ha già ottenuto dalla sua Asl la verifica di tutti i requisiti previsti dalla legge, ma da oltre un anno è ostaggio di un'inerzia colpevole: aspetta che la burocrazia e la politica le consentano di utilizzare quello stesso puntatore oculare già validato per Libera, mentre la sua mente lucidissima assiste impotente allo sgretolarsi di ogni confine umano. 

Vorrei che a Irene venisse concessa la grazia da questo accanimento mascherato da virtù; vorrei fosse graziata dall'insensibilità di quanti credono che prolungare un calvario sia un atto di fede.

Di fronte a chi continua a perdere tempo per calcolo politico, torna a risuonare, limpida e spietata, la domanda che nel film di Sorrentino la figlia rivolge al Presidente: «Di chi sono i nostri giorni?»

 

Non appartengono ai governi, non ai dogmi, non ai burocrati che firmano rinvii con le mani pulite. I giorni di Irene appartengono a Irene. E costringerla a consumarli nella tortura non è difendere la vita: è solo l’ennesimo, imperdonabile abuso di potere.

Consigli per la lettura: Credere, disobbedire, combattere. Come liberarsi dalle proibizioni e cambiare il mondo (Rizzoli) di Marco Cappato, la sua battaglia per l'eutanasia di Piergiorgio Welby  Dj Fabo.

Consigli per la visione: La Grazia di Paolo Sorrentino

 



Native | 11/08/2026
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