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29/08/2026 15:30:00

Acqua contaminata tra Trapani ed Erice, il Comitato: «Ammettete le responsabilità»

Non più soltanto autobotti, ordinanze e riunioni d'emergenza. Il Comitato «Trapani-Erice: Una Città» chiede di andare oltre la gestione quotidiana della crisi idrica e mette sul tavolo tre richieste: accertare le responsabilità, creare un tavolo comune tra i due Comuni e avviare il percorso verso un'Unione dei Comuni, primo passo – secondo il Comitato – verso la «Grande Città».

 

Una presa di posizione che arriva mentre l'emergenza idrica continua a tenere sotto pressione Trapani e, in parte, il territorio di Erice. 

 

A Trapani la vicenda della contaminazione dell'acqua va avanti da mesi: il primo divieto di utilizzo per scopi idropotabili in alcune zone risale al marzo scorso, mentre nuovi episodi e ulteriori provvedimenti si sono succeduti durante l'estate.

 

 Negli ultimi giorni la Prefettura è tornata a riunire istituzioni, enti e strutture coinvolte per affrontare la situazione, mentre per circa 150 utenze interessate nell'area di piazza XXI Aprile è stato rafforzato il servizio sostitutivo con le autobotti. 

 

Per il Comitato, però, non basta fronteggiare l'emergenza. «Rubinetti a secco, acqua non potabile, torbida e maleodorante – scrive – non sono una disgrazia imprevedibile, ma l'esito annunciato di anni di incuria e frammentazione amministrativa».

 

«Entro settembre vogliamo sapere chi ha sbagliato».

La prima richiesta è quella della trasparenza. Il Comitato pretende che entro la fine di settembre vengano chiarite pubblicamente le responsabilità di quanto accaduto: «Siano esse legate a cattiva gestione, mancata manutenzione o ritardi nei controlli».

 

È uno dei nodi più delicati dell'intera vicenda. In questi mesi, infatti, attorno alle cause della contaminazione si sono rincorse diverse spiegazioni e sono proseguiti accertamenti e interventi sulla rete. 

Il Comune ha anche adottato misure specifiche dopo i ripetuti danneggiamenti alle condotte, mentre i tecnici hanno ricondotto diversi episodi a lavori eseguiti nel sottosuolo e alla vicinanza tra alcune reti idriche e fognarie. 

 

Adesso il Comitato chiede che quella catena di eventi venga ricostruita fino in fondo. «Chi ha sbagliato o ha omesso di vigilare deve risponderne», è la posizione.

 

La seconda richiesta è politica e operativa: i sindaci di Trapani ed Erice devono sedersi immediatamente allo stesso tavolo, per predisporre un piano comune di interventi strutturali e presentare progetti congiunti per ottenere finanziamenti destinati alla sicurezza e all'ammodernamento delle reti.

 

L'idea parte da una considerazione semplice: l'emergenza non si ferma ai confini amministrativi. Trapani, Casa Santa ed Erice costituiscono ormai un territorio urbano strettamente connesso, ma continuano ad affrontare molte questioni attraverso amministrazioni, competenze e programmazioni separate.

 

La richiesta di una risposta più forte anche da parte della Regione è stata avanzata nei giorni scorsi da altre forze politiche e istituzionali, proprio mentre la Prefettura ha coinvolto nel confronto Regione, Protezione civile, Asp, Ati, Genio civile, Vigili del fuoco e altre strutture dello Stato. 

 

Il terzo punto è il più ambizioso: l'avvio immediato di un'Unione dei Comuni tra gli enti interessati, indicata dal Comitato come passaggio verso la futura «Grande Città».

 

L'associazionismo comunale, però, non è soltanto uno slogan politico. La normativa consente ai Comuni di associarsi per l'esercizio di funzioni e servizi e la Regione Siciliana ha effettivamente previsto negli ultimi anni contributi per incentivare Unioni di Comuni e convenzioni. Esistono inoltre strumenti di programmazione territoriale e finanziamenti regionali ed europei rivolti a coalizioni di enti locali. 

 

Questo non significa automaticamente che la nascita di un'Unione garantisca, da sola, milioni di euro o corsie preferenziali per qualsiasi progetto, come sostiene il Comitato. 

I finanziamenti dipendono infatti dai singoli bandi, dai requisiti richiesti e dalla qualità dei progetti presentati. Ma una programmazione comune può certamente rafforzare la capacità tecnica e progettuale di un territorio.

 

Ed è proprio qui che il Comitato affonda il colpo: «Se gli attuali amministratori locali riconoscono di non avere la forza finanziaria o la capacità tecnica per far fronte al disastro, abbiano l'onestà istituzionale di ammetterlo».

 

La crisi dell'acqua, insomma, diventa il simbolo di una discussione più ampia. 

È possibile continuare a governare separatamente problemi che, nella vita quotidiana dei cittadini, sono ormai comuni?

Per il Comitato la risposta è no. E l'appello alle amministrazioni è netto: meno «tavoli inconcludenti», più responsabilità, investimenti e programmazione comune.

 

Mentre cittadini e attività economiche continuano intanto a fare i conti con acqua che manca o che non può essere utilizzata, resta aperta la domanda più urgente su chi ricostruirà davvero, e soprattutto quando, un sistema idrico capace di non trasformare ogni guasto in un'emergenza.