Gibellina, l’acqua diventa materia del futuro: nel Belìce arriva “Idrofuturi”
E se la crisi idrica fosse anche una crisi dell’immaginazione? Nel Belìce, dove l’acqua è da sempre questione concreta, politica e sociale, si prova a cambiare prospettiva: non parlare soltanto di dighe vuote, siccità e razionamenti, ma provare a immaginare l’acqua che verrà.
Nasce da qui “Idrofuturi”, progetto sperimentale di ricerca artistica che vede protagonisti Noemi Pittalà, archivista e fondatrice della Scuola di Restanza e Futuro di Palermo, e Filippo Gonnella, artista e performer.
Il progetto è in corso a Gibellina, nell’ambito di Plenaria 2026, inserita nel calendario di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea. Una prima fase della residenza artistica è già iniziata, mentre dall’11 al 13 settembre è prevista la restituzione pubblica del lavoro svolto.
La sede è “Belice Epicentro della memoria viva”.
L’acqua che manca, ma anche quella che non sappiamo più immaginare
L’idea alla base di “Idrofuturi” è che l’acqua, prima ancora che nei fiumi, nelle falde e negli invasi, possa mancare nelle parole e nelle immagini con cui una comunità prova a costruire il proprio futuro.
Le narrazioni sulla crisi climatica e idrica sono infatti quasi sempre legate all’emergenza, alla scarsità e a scenari distopici. Il progetto prova invece a porre una domanda diversa: come si può desiderare un futuro che non si riesce neppure a immaginare?
E il Belìce, da questo punto di vista, non è un territorio scelto a caso.
Qui Danilo Dolci e Lorenzo Barbera contribuirono a costruire collettivamente una nuova idea dell’acqua attraverso assemblee, inchieste, mobilitazioni e scioperi alla rovescia. Prima ancora delle infrastrutture, insomma, venne costruita una visione.
“Idrofuturi” prova oggi a ripartire da quello stesso metodo.

Un archivio delle acque future
Il progetto si presenta come una sorta di “archivio del futuro”, costruito insieme alle comunità del territorio.
Tre le azioni attorno alle quali si sviluppa il percorso: archiviare, radunare e reincantare.
Una ricerca che mette insieme memoria, paesaggio, partecipazione e immaginazione, utilizzando strumenti apparentemente lontani tra loro: dalla fantascienza di Ursula K. Le Guin alla pratica maieutica di Danilo Dolci.
L’obiettivo è provare a uscire dal solo racconto della crisi e costruire nuove possibilità.
«Nel Belìce l’acqua ha sempre parlato due lingue: quella della mancanza e quella della lotta per immaginarne un uso diverso», spiega Giuseppe Maiorana, curatore del progetto.
«Con “Idrofuturi” non partiamo dai dati sulla siccità, che resta un problema anche nello sviluppo del territorio, ma da un vuoto più sottile: quello delle narrazioni che ci mancano per pensare l’acqua altrimenti».
Dalla diga all’“Idromanzia del futuro”
La prima fase prevede una ricognizione dei paesaggi dell’acqua nel Belìce, dalle dighe ai laghi artificiali, luoghi nei quali l’acqua è contemporaneamente memoria, infrastruttura e questione politica.
Poi il progetto si sposterà a Partanna con “Idromanzia del futuro”, un’assemblea immaginativa dedicata alle acque.
Un cerchio aperto nel quale le testimonianze e le idee degli abitanti saranno raccolte per costruire una sorta di archivio collettivo delle “acque future”.
A chiudere questa fase sarà la festa, utilizzata non soltanto come momento di spettacolo ma come strumento di partecipazione: corpo, musica e parola per provare a superare quella che gli organizzatori definiscono una vera e propria “crisi dell’immaginazione”.
La restituzione dall’11 al 13 settembre
Tra la prima e la seconda parte della residenza ci sarà una fase di elaborazione dei materiali raccolti.
Poi, dall’11 al 13 settembre, “Idrofuturi” tornerà a Gibellina per la fase conclusiva.
Il dispositivo artistico sarà riattivato nella Valle di piazza in piazza, dal tramonto all’alba, partendo dal lago urbano della città.
In una Sicilia che continua a fare i conti con invasi in difficoltà, infrastrutture idriche fragili e periodiche emergenze, il progetto sceglie quindi una strada meno immediata ma non per questo meno politica: provare a immaginare l’acqua prima ancora di amministrarla.
Perché nel Belìce, del resto, è già successo una volta: prima si è immaginato il cambiamento. Poi si è provato a costruirlo.
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