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04/09/2026 06:00:00

Trapani, crisi idrica tra furti, contaminazioni e autobotti: il prezzo dell'emergenza

A Bresciana le riparazioni sono state completate.

 

Dopo il furto dei cavi elettrici e i danneggiamenti ai quadri, gli impianti dei pozzi torneranno da lunedì a funzionare in totale normalità e piena operatività, senza anomalie. E anche il pozzo di Marracco che serve Misiliscemi potrà tornare operativo.

 

È una buona notizia, arrivata però dopo l’ennesimo episodio che ha mostrato quanto sia fragile il sistema idrico trapanese. 

Perché il furto a Bresciana non è avvenuto in una città che aveva acqua in abbondanza.

 È avvenuto mentre Trapani deve già fare i conti con la crisi dell’approvvigionamento, con le turnazioni, con una rete vecchia, con l’acqua contaminata in diverse utenze e con un ricorso sempre più massiccio alle autobotti.

 

Il nuovo raid ha interessato i collegamenti elettrici dei pozzi TR12A e TR12B, provocando una perdita di portata di circa 30 litri al secondo e facendo slittare anche la riattivazione della stazione di Marracco, con conseguenze soprattutto su Misiliscemi. 

Bresciana, nel territorio di Campobello di Mazara, è infatti uno dei punti strategici da cui dipende l’approvvigionamento idrico di Trapani.

 

E quello appena concluso non è un episodio isolato. 

Nel tempo gli impianti sono stati interessati da numerosi furti e danneggiamenti. 

Nel 2023, "annus horribilis" per l'impianto, si contarono una ventina di atti vandalici in pochi mesi. In un caso, per recuperare poche centinaia di euro di rame, venne gravemente danneggiata una stazione di rilancio.

 

Ma questa volta il raid è arrivato dentro una crisi già aperta.

 

L’acqua che manca e quella che non si può usare

A Trapani ci sono ormai due emergenze che finiscono per alimentare lo stesso bisogno: l'acqua come diritto di tutti.

 

C’è l’acqua che non arriva per problemi di disponibilità, guasti, turnazioni o interruzioni. 

E c’è quella che arriva ma che, in alcune zone, non può essere utilizzata per il consumo umano a causa della contaminazione.

 

Sono oltre 150 le utenze ufficialmente coinvolte nell’emergenza sanitaria. Le analisi hanno mostrato miglioramenti in diversi punti, ma permangono valori fuori norma e la presenza di Escherichia coli. 

 

Il Comune sta cercando l’origine della contaminazione, concentrando le verifiche soprattutto nell’area tra piazza XXI Aprile e il campo Coni.

 

Nel frattempo è nata una mobilitazione dal basso

Il comitato “Acqua è un diritto di tutti” ha raccolto oltre 1.150 firme, tra adesioni online e cartacee, e ha presentato una diffida alle autorità chiedendo chiarezza sulle cause della contaminazione, sui controlli effettuati e sugli interventi necessari.

 

La raccolta firme ha anche consentito di costruire una mappa più ampia dalle segnalazioni. 

Piazza XXI Aprile, via Archi, via della Pace, via Tunisi, piazza Vittorio Emanuele, via Virgilio, via Ninni Cassarà, piazza Ciaccio Montalto e la zona dell’autostazione sono tra le aree indicate dai cittadini. Fin giù a piazza Vittorio Emanuele.

 

L’amministrazione sta calendarizzando nei prossimi giorni un incontro con il comitato.

Ma intanto il problema resta concreto: quando il contatore viene chiuso perché l’acqua non è utilizzabile, bisogna trovare un’alternativa.

E l’alternativa, quasi sempre, è l’autobotte.

 

Il nodo delle autobotti

Qui bisogna fare una distinzione necessaria. 

Il problema non sono i trasportatori privati in quanto tali. 

In una situazione di emergenza, quando il sistema pubblico non riesce a garantire il rifornimento, sono spesso loro a evitare che una famiglia rimanga completamente senz’acqua.

 

Il problema è un altro: cosa accade quando un’emergenza, che dovrebbe essere temporanea, diventa strutturale e il servizio sostitutivo diventa un mercato stabile?

 

A Trapani la questione è resa ancora più delicata dalle difficoltà denunciate più volte dal sindaco, Giacomo Tranchida,nel reperire operatori per il servizio pubblico. 

Secondo quanto riferito dall’amministrazione, al bando comunale avrebbe risposto una sola ditta, mentre altri operatori preferirebbero lavorare sul mercato privato.

 

"Abbiamo fatto bandi pubblici per le autobotti e sono andati deserti anche perché dopo due autobotti incendiate nessuno ha voluto partecipare". È la risposta del sindaco di Trapani Giacomo Tranchida che ha richiamato la città parlando apertamente di «interessi legati all’acqua». 

Una frase che ha fotografato una città in emergenza e un sistema che, ancora una volta, fatica a reggere.

 

Perché se il Comune fatica a trovare autobotti per un servizio pubblico - ha risposto solo Palma Autospurghi -  e, contemporaneamente, le famiglie sono costrette a rivolgersi al mercato privato, l’emergenza produce inevitabilmente una domanda economica.

 

E più persiste l’emergenza, più quella domanda cresce.

Le autobotti delle ditte private, "dove prendono l'l'acqua?" ha domandato spesso il sindaco Tranchida. 

Perché a Trapani i pozzi esistono e potrebbero fornire complessivamente circa 50 litri al secondo, ma molti non sono utilizzabili per uso potabile a causa dei vincoli normativi, come la distanza minima di 200 metri dalle fognature. Acqua che c’è, ma che non si può usare, mentre si cercano autobotti che non si trovano.

 

Lo dimostra anche ciò che sta accadendo alle famiglie coinvolte nella contaminazione. 

Il comitato "acqua é un diritto di tutti" raccoglie segnalazioni di attese che in alcuni casi arriverebbero a oltre dieci giorni. 

C’è chi sostiene di essere finito in fondo alla lista dopo l’attivazione del COC, chi lamenta di essere stato cancellato e chi parla di presunti favoritismi.

 

Il dato più inquietante è quello delle famiglie che, secondo il comitato, preferirebbero non segnalare la contaminazione per non aver chiuso il contatore, perché non possono permettersi di pagare un’autobotte privata.

È qui che l’emergenza idrica diventa anche una questione sociale.

 

Una storia siciliana

Non è una dinamica esclusivamente trapanese.

In Sicilia il rapporto tra crisi idrica, autobotti e mercato privato è emerso anche altrove.

 

Ad Agrigento la Regione ha finanziato sette nuove autobotti per 787.500 euro, affidandole ad Aica, con l’obiettivo di rafforzare la capacità di approvvigionamento sostitutivo pubblico e ridurre la dipendenza dai trasportatori privati.

 

A Caltanissetta, durante la crisi idrica, politica e associazioni hanno invece chiesto di monitorare e contrastare eventuali speculazioni nella vendita dell’acqua attraverso le autobotti private, sollevando anche il rischio di monopoli.

 

Sono situazioni diverse, con protagonisti e responsabilità differenti. Ma mostrano lo stesso meccanismo: quando la rete pubblica non riesce a garantire l’acqua, cresce la domanda di un servizio sostitutivo.

 

Ed è proprio qui che il tema diventa delicato. Perché più l’emergenza si prolunga, più quel servizio rischia di trasformarsi da risposta temporanea a componente stabile del sistema di approvvigionamento.

 

La Sicilia ha già conosciuto anche casi più gravi, nei quali l’acqua è entrata direttamente negli affari della criminalità organizzata. 

Nel gennaio 2024, un’inchiesta dei Carabinieri collegata all’operazione Feudo portò all’arresto di soggetti ritenuti appartenenti a un clan che avrebbe gestito una condotta idrica abusiva e fornito, dietro pagamento, acqua per uso civile a una parte della popolazione che non aveva altre possibilità di approvvigionamento.

 

È un precedente che non contiene, di per sé, alcun elemento per essere trasferito alla situazione trapanese. 

Ma dimostra perché, quando l’acqua pubblica non riesce a garantire continuità, la filiera dell’approvvigionamento alternativo merita controlli, trasparenza e attenzione.

Non per criminalizzare chi trasporta acqua, che in questa fase svolge spesso un servizio indispensabile. Ma per capire quanto costa l’emergenza, chi la gestisce, con quali regole e per quanto tempo ancora una città potrà dipendere dall’acqua trasportata su gomma.

 

Quel "sospetto" su Bresciana 

È questo che rende particolarmente delicata la vicenda dei pozzi.

Da anni Bresciana è teatro di furti e danneggiamenti, il  E i raid più pesanti sono arrivati anche durante fasi di forte emergenza idrica. 

Oggi, mentre Trapani è nuovamente in difficoltà, Bresciana torna nel mirino.

 

E una domanda resta.

Chiunque provochi, per interesse criminale o per semplice vandalismo, un’interruzione dell’acqua produce comunque una conseguenza: aumenta il bisogno di approvvigionamento alternativo.

E,se a questo si aggiunge una contaminazione che costringe altre famiglie a chiudere i contatori, una rete vecchia, una disponibilità idrica ridotta e un servizio pubblico di autobotti che fatica a rispondere alla domanda, il sistema diventa ancora più esposto.

 

Per questo Bresciana e l’emergenza contaminazione non possono essere considerate due storie separate.

Sono due facce della stessa fragilità: almeno finché l’acqua pubblica continuerà a dipendere da infrastrutture vulnerabili e finché ogni crisi produrrà una nuova necessità di ricorrere alle autobotti.

 

Ed è qui che sarebbe necessario fare chiarezza fino in fondo: quanti mezzi servono realmente, quanti sono disponibili, perché il mercato pubblico non riesce a intercettarli, quali sono i tempi medi di risposta, quanto costa alle famiglie e quali controlli vengono effettuati sull’acqua trasportata.

 

Perché non serve accusare indiscriminatamente i privati per capire che esiste un problema. Anzi. 

 

Il vero punto è un altro: l’acqua è un bene pubblico. Se la crisi diventa permanente, il rischio è che il servizio sostitutivo finisca per diventare la normalità e che attorno alla carenza d’acqua si consolidi un’economia dell’emergenza.

 

E a Trapani, tra Bresciana, contaminazioni, autobotti e contatori chiusi, questa non è più soltanto una domanda teorica.

La città deve uscire dall’emergenza, non imparare a conviverci.

 

Valentina Colli