Un giorno senza donne: ce lo racconta il doc girato in Islanda
Avete mai pensato a come sarebbe la vostra vita se per un giorno intero non ci fossero donne?
Gli islandesi lo hanno sperimentato il 24 ottobre del 1975.
La pellicola di Pamela Hogan, Un giorno senza donne, da oggi nelle sale italiane, racconta questa singolare esperienza dalla voce delle donne che la realizzarono.
Smisero di lavorare, cucinare e occuparsi dei figli, paralizzando il Paese e adesso indicano quella giornata come una delle più belle della propria vita. Decisero, insieme, di fermare la società e riuscirono, in un solo giorno, a cambiare tantissimo.
Prima di quella data, dicono alle telecamere, nei giornali le donne erano segretarie e dattilografe e gli uomini giornalisti. Negli istituti bancari le impiegate lavoravano al piano terra e i direttori (esclusivamente uomini) ai piani alti.
Le donne potevano lavorare nella fiorente industria del pesce all’interno delle imbarcazioni occupandosi di pulire, sfilettare, stoccare, ma non potevano diventare Capitano di alcun peschereccio.
“Il giorno in cui l’Islanda si fermò”
Il documentario "Un giorno senza donne" (il titolo originale è The Day Iceland Stood Still, Il giorno in cui l’Islanda si fermò) è scorrevole, coinvolgente, emozionante e persino ironico.
“Pericolose, brutte e pelose” erano state definite le prime partecipanti al movimento Redstockings (che si ispirava al Redstockings of the Women's Liberation Movement, gruppo femminista radicale fondato nel 1969 a New York).
Addirittura si diceva: “I trolls sono terribili ma non sono nulla paragonati alle redstockings”.
Finché 300 appartenenti al movimento si chiesero come dimostrare agli uomini che senza le donne si sarebbe fermato tutto. E proclamarono uno sciopero generale il 24 ottobre del 1975.
Anzi, per evitare ripercussioni e licenziamenti, il comitato direttivo formato da circa 50 organizzazioni scelse di ribattezzarlo "Il giorno libero delle Donne”.
Avvenne un miracolo: partecipò il 90 per cento delle donne, non soltanto scioperando dall’ufficio ma incrociando le braccia davanti ai letti da rifare, alle pulizie, alla cucina e, per chi poteva, scendendo in piazza a Reykjavik a manifestare.
Le testimonianze e le immagini d’archivio
Il film alterna le testimonianze alle immagini di archivio in bianco e nero. E mostra gli splendidi paesaggi dell’Isola, trasmettendo la bellezza sublime di una terra dove le forze della natura comandano… quasi a compararla con la potenza del gesto delle lavoratrici.
La regista principale, Pamela Hogan, è una documentarista e giornalista americana, vincitrice anche di un premio Emmy. Ha diretto il film in stretta collaborazione con la produttrice islandese Hrafnhildur Gunnarsdóttir.
Hanno avuto poi il sostegno di Björk, la superstar anche lei islandese che ha contribuito alla colonna sonora con un suo brano inedito.
Perché andare al cinema
Perché andare al cinema a seguire l’ennesimo documentario sulla parità di genere?
Prima di tutto perché è un film di qualità. Ma non solo. Ovviamente non fu la prima “rivoluzione di Aristofane”, quella del 1975. Ma ascoltare queste protagoniste ci aiuterà a capire che il cambiamento non può partire dagli altri o dall’ambiente esterno quanto piuttosto da ciascuno di noi.
Dopo quella data, che fu pubblicizzata in tutti i modi possibili, dal passaparola, agli annunci ai volantini cartacei, l’Islanda cambiò: le donne furono ammesse all’Associazione degli Agricoltori, una delle manifestanti ne divenne presidente.
Una si laureò in Giurisprudenza. Una aprì la strada alle donne pilota.
Oggi l’Islanda è la Nazione più avanzata per parità di genere. Nell’isola le studentesse sono il 60%. Da qualche anno, il 47% del Parlamento è mediamente formato da donne.
E in Italia?
I dati dei femminicidi ci danno la risposta. La mancanza di corsi di educazione affettiva a partire dalle scuole dell’infanzia ci dà la risposta. Il fatto che le donne non abbiano sempre la forza di denunciare le situazioni violente ci dà la risposta.
È evidente che dobbiamo ancora capire il valore che abbiamo e che portiamo nel mondo e finché non ci sarà questa consapevolezza non potremo sentire e attuare alcuna parità.
Ecco perché l’eredità di quel giorno va raccontata e diffusa ma soprattutto presa d’esempio nei gesti quotidiani e, ancor prima, nel modo di pensare di ognuno.
Per secoli le donne hanno approcciato luoghi a loro inaccessibili. Eppure qualcuna è riuscita ad aprire la porta. E, poiché ogni generazione eredita una porta aperta da qualcun'altra, spetta a noi il compito di aprirne di nuove.
La sensazione è, invece, che oggi qualcuno tenti di chiuderle quelle porte, soprattutto in Italia.
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