Strage di Brandizzo, si apre l’udienza preliminare. Da Marsala undici parti civili per Saverio Lombardo
Da Marsala a Ivrea, per chiedere che venga accertato perché quella notte cinque uomini furono mandati a lavorare sui binari mentre i treni continuavano a passare.
Oggi, 30 settembre 2026, a poco più di tre anni dalla strage ferroviaria di Brandizzo, comincia davanti al gup del Tribunale di Ivrea Mauro Cantone l’udienza preliminare che dovrà decidere sul rinvio a giudizio di 21 persone e tre società. Tra le vittime c’era anche Saverio Giuseppe Lombardo, marsalese, originario di contrada Matarocco.
Da Marsala arrivano undici familiari costituiti parte civile: la moglie Barbara Genny Lombardo, i figli Elena, Rosanna e Marco, fratelli e nipoti. Una famiglia che da tre anni attende che una domanda trovi una risposta giudiziaria: come è stato possibile che cinque operai si trovassero su un binario ancora aperto alla circolazione ferroviaria?
È la domanda che attraversa un’inchiesta enorme. Non riguarda soltanto ciò che fecero — o non fecero — gli uomini presenti quella sera alla stazione. La Procura di Ivrea ha ricostruito una catena molto più lunga, che arriva alla gestione degli appalti, alle procedure di sicurezza, ai controlli e ai vertici delle imprese coinvolte.
Cinque uomini sui binari, il treno a 160 chilometri orari
Sono le 23.49 del 30 agosto 2023.
Alla stazione di Brandizzo, sulla linea ferroviaria Torino-Milano, cinque operai della Si.Gi.Fer di Borgo Vercelli stanno lavorando alla sostituzione di un tratto di rotaia.
Sono Kevin Laganà, Michael Zanera, Giuseppe Sorvillo, Giuseppe Aversa e Saverio Giuseppe Lombardo.
Pochi istanti dopo arriva un convoglio ferroviario senza passeggeri, proveniente da Alessandria e diretto verso Torino. Viaggia a circa 160 chilometri orari.
Gli operai non hanno scampo.
Il treno li travolge.
Una delle più gravi tragedie sul lavoro avvenute sulle ferrovie italiane negli ultimi anni si consuma in pochi secondi.
Saverio Giuseppe Lombardo aveva 52 anni e viveva da tempo in Piemonte, ma le sue radici erano a Marsala, nella zona di Matarocco. È per questo che il processo di Ivrea ha anche un lungo filo che arriva fino alla Sicilia occidentale.
Il punto decisivo: il binario non era stato chiuso
La questione centrale dell'inchiesta è apparentemente semplice.
Quegli uomini non avrebbero dovuto essere sul binario.
Secondo la ricostruzione della Procura di Ivrea, la squadra avrebbe cominciato a lavorare prima che fosse formalmente autorizzata l’interruzione della circolazione ferroviaria.
Le indagini hanno ricostruito una lunga sequenza di comunicazioni fra Antonio Massa, tecnico di Rfi e responsabile della protezione del cantiere quella notte, e il centro operativo di Chivasso.
La richiesta di interrompere la circolazione era stata avanzata, ma il via libera non era ancora arrivato.
Eppure gli operai tornarono sui binari.
Le registrazioni acquisite dagli investigatori documentano una successione impressionante: dalla prima telefonata delle 22.29 fino a quella immediatamente successiva alla tragedia. Massa, sotto choc, avrebbe detto alla centrale di non sapere che dovesse ancora transitare un treno. Dalla centrale gli sarebbe stato risposto che il passaggio era stato comunicato.
È dentro questi minuti che si trova il primo livello delle responsabilità che il procedimento dovrà accertare.
Ma non è l’unico.
Non soltanto un errore umano
Se l'inchiesta si fosse fermata alla notte di Brandizzo, davanti al giudice ci sarebbero probabilmente soltanto i responsabili operativi presenti in stazione.
Non è andata così.
Le pm Valentina Bossi e Giulia Nicodemi, coordinate dalla procuratrice capo Gabriella Viglione, hanno ricostruito quella che l'accusa considera una più ampia rete di omissioni e carenze nella gestione della sicurezza.
La tesi della Procura è che la tragedia non possa essere letta soltanto come l'errore di uno o due uomini.
Agli atti dell'indagine è finita anche la presunta diffusione di modalità operative nelle quali alcuni interventi di manutenzione sarebbero stati avviati prima della formale interruzione della circolazione. Secondo i magistrati, inoltre, nella valutazione dei rischi sarebbe stato sottovalutato il cosiddetto “fattore umano”, cioè la possibilità che consuetudini, errori, pressioni operative o comportamenti non conformi rendessero inefficaci le procedure di sicurezza previste sulla carta.
È questo che trasforma Brandizzo da una terribile disgrazia ferroviaria in un procedimento sulla organizzazione stessa della sicurezza nei cantieri ferroviari.
Appalto, subappalto e sicurezza
La catena dei lavori partiva da Rete Ferroviaria Italiana, passava attraverso Clf – Costruzioni Linee Ferroviarie, impresa appaltatrice, e arrivava alla Si.Gi.Fer, società di Borgo Vercelli alla quale erano stati subappaltati i lavori e della quale erano dipendenti le cinque vittime.
Le tre società sono chiamate in causa nel procedimento anche sul terreno della responsabilità degli enti.
Secondo la Procura, dovranno essere esaminate l'organizzazione dei lavori, la valutazione dei rischi, la formazione, i controlli e i meccanismi attraverso i quali veniva verificato il rispetto delle procedure.
Non più, dunque, soltanto la domanda: chi diede l'ordine di scendere sui binari?
Ma anche: il sistema nel quale quell'ordine maturò era organizzato in modo da impedire che una cosa simile potesse accadere?
I 21 imputati
Tra le persone per le quali la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio ci sono Antonio Massa, capo tecnico e preposto Rfi presente quella notte a Brandizzo, e Andrea Girardin Gibin, caposquadra Si.Gi.Fer e altro sopravvissuto alla tragedia.
Ma l'inchiesta arriva molto più in alto.
Compaiono i due ex amministratori delegati di Rfi Vera Fiorani e Gianpiero Strisciuglio, insieme a dirigenti e responsabili della manutenzione, della circolazione e della sicurezza: Gaetano Pitisci, Daniele Mari, Antonella Carrubba, Daniele Moretti, Luca Cavacchioli, Salvatore Palmeri, Andrea Bregolato, Walter Pressenda, Giovanni Carrassi e Lorenzo Bestini.
Per Clf figurano Enrico Peola, Paolo Mirabella e Andrea Colombari.
Per Si.Gi.Fer sono coinvolti, oltre a Girardin Gibin, Simona Sirianni, Franco Sirianni, Daniele Sirianni e Cristian Geraci.
Le accuse, formulate a vario titolo e che dovranno naturalmente essere vagliate dal giudice, riguardano omicidio colposo plurimo e disastro ferroviario colposo, oltre alle violazioni della normativa sulla sicurezza del lavoro contestate nelle diverse posizioni.
Tutti gli imputati devono essere considerati innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.
È caduta l'accusa di omicidio volontario
Nella prima fase dell'inchiesta la posizione di alcuni indagati era stata valutata anche sotto una prospettiva molto più grave: quella dell'omicidio volontario con dolo eventuale.
Questa ipotesi è stata successivamente abbandonata.
Alla chiusura delle indagini, nel luglio 2025, la Procura ha contestato a vario titolo l'omicidio e il disastro colposi. Nel maggio 2026 è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio per le 21 persone e le tre società.
Adesso la parola passa al giudice.
L'udienza preliminare non serve a stabilire chi è colpevole o innocente. Il gup dovrà valutare, posizione per posizione, se gli elementi raccolti dalla Procura siano sufficienti per mandare gli imputati davanti a un tribunale oppure se
alcune posizioni debbano essere chiuse già in questa fase.
Un procedimento enorme
Anche materialmente, quella che si apre a Ivrea è un'udienza fuori dall'ordinario.
Il Tribunale ha dovuto predisporre due aule collegate in audio e video per ospitare imputati, difensori, persone offese e avvocati. Sono oltre trenta le persone offese che possono chiedere di entrare nel procedimento come parti civili.
Hanno annunciato la costituzione di parte civile anche il Comune di Brandizzo, la Regione Piemonte, le organizzazioni sindacali e l'associazione Sicurezza e Lavoro.
E poi ci sono i familiari.
Tra loro gli undici che arrivano da Marsala per Saverio Lombardo, assistiti, tra gli altri, dagli avvocati Alessandro Casano, Marco Bona, Maria Saluto, Francesco Marchetti, Monia Buffa e Antonella Loredana Lombardo.
Saverio e quel filo che riporta a Marsala
Brandizzo è distante da Marsala più di mille chilometri.
Ma per la famiglia Lombardo questa non è una storia lontana.
Saverio era partito dalla Sicilia, aveva costruito altrove la sua vita e il suo lavoro. La notte del 30 agosto 2023 era uno dei cinque uomini mandati a sostituire alcuni metri di rotaia.
Cinque operai.
Un lavoro che, in teoria, avrebbe dovuto essere protetto da procedure rigidissime proprio perché svolto in uno dei luoghi più pericolosi che esistano: una linea ferroviaria aperta al traffico.
Tre anni dopo, davanti a un giudice, non si discuterà soltanto degli ultimi minuti di quelle cinque vite.
Si discuterà di telefonate, ordini, procedure, valutazioni dei rischi, appalti e subappalti. Di chi doveva controllare chi. Di ciò che era scritto nei protocolli e di ciò che realmente accadeva sui binari.
Per la famiglia marsalese di Saverio Lombardo comincia adesso un altro viaggio.
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