Capo Ferro Toponimo dtorico del volgare Capo Feto
Era il 19/3/1956, non avevo compiuto 10 anni, quando al seguito di mio padre rimasi meravigliato della bellezza della palude di Capo Feto. In cotanta beltà, mi sembrò volgare il nome, come sembrò volgare al mio indimenticabile professore Aldo Ruggieri quando gli donai il mio libro “Capo Feto”, per cui chiesi a mio padre il perché di quel nome strano. La risposta fu che Capo Feto, essenzialmente per i mazaresi, derivava probabilmente, oltre che dal noto Capo a mare, dal fetore sprigionato dal fogliame spiaggiato e in decomposizione di Posidonia oceanica.
Rimasi quasi incredulo, ma quando cominciai a documentarmi e appresi che naturalisti del calibro di Fulco Pratesi e di Franco Tassi, in “Guida alla Natura della Sicilia” (Arnoldo Mondadori Editore, 1974), rifacendosi al vernacolo Capu Fetu, arrivavano alla stessa conclusione di mio padre, anch’io intensificai la ricerca. Contattai intanto vecchi frequentatori della palude tra cui un noto petrosileno, conoscitore della storia del luogo, che, tramite mio padre, mi fece avere anche una mappa del 1600 di Tiburzio Spannocchi. In quella rappresentazione geografica della fascia costiera compresa tra Tre Fontane e Capo Lilibeo, dopo la Foce del Mazaro figura il nome che risponde a capofeto (è scritto infatti in minuscolo e unito).
La stessa persona che fece dono della mappa mi spiegò successivamente che lo Spannocchi aveva attinto, come Pratesi ed altri, dalla gente del posto, dato che “storpiò” pure il vernacolare Pitrusinu (Petrosemolo italianizzato anticamente) con Piteriemolo. Nella maggioranza delle carte geografiche antiche il nome del sito è di difficile lettura e dà adito ad interpretazioni. In una delle carte del Seicento, sembra che si legga Cap. Fed. per cui c’è chi ha pensato che l’abbreviazione possa riferirsi a “Caput Foederis”, cioè luogo in cui è avvenuto il patto tra romani e cartaginesi alla fine della 1° guerra punica. Per risalire alle origini dello strano toponimo, più che alle rappresentazioni geografiche, come mi lasciò comprendere il sapiente petrosileno (nel corso della seconda guerra Mondiale a Capo Feto realizzò, tra l’altro, la Gorga dell’Abisso che occupa il cuore della palude), bisognava rifarsi alla storia e la storia vuole che sotto la dittatura garibaldina, con Legge 743/1862, nota come Legge Corleo, il patrimonio fondiario in capo ad istituzioni ecclesiastiche fu acquisito dallo Stato.

La porzione di territorio compresa tra il feudo di Triglia Scaletta e il feudo di Bresciana (ex tenimenti della curia vescovile mazarese), nella parte più verso a mare, comprensiva dei terreni impaludati rivieraschi prese il toponimo di Corleo, come riportato sulle carte geografiche, appunto dal nome del deputato salemitano del Regno d’Italia, Simone Corleo. A Marsala circolava infatti più il toponimo Margio di Corleo (sulle carte geografiche figura ancora il nome, Canale di Corleo) che Capo Feto. Ironia del caso anche perché Curleu è il vernacolare di Chiurlo, grosso uccello degli Scolopacidi che abbondava nella palude e attirava più i cacciatori marsalesi e della frazione (allora) di Pitrusinu che i cacciatori di Mazara per cui Margiu du Curleu. Dire, però, che Capo Feto era semplicemente il derivato del vernacolo Capu Fetu, mi sembrava azzardato. Intorno al 2003, presso la Sala Sicilia del Comune di Mazara, soffermandomi ad osservare la gigantografia di un’antica carta della Sicilia ho notato che la t di Feto, impressa dall’inchiostro, sembrava una doppia r. Doppia r che mi ha fatto pensare al primo vescovo di Mazara, Ferro.
La storia vuole che Ruggero I di Sicilia nel 1093, nell’istituire la diocesi di Mazara, nominò vescovo un suo parente, Stefano Ferro di Rouen e gli affidò l’amministrazione anche dei feudi di Triglia Scaletta e di Bresciana. Nei due feudi erano e sono compresi il Margio di Corleo e i resti dei Margi Spanò, era normale quindi che i Capi (tra Mazara e Marsala ce ne sono più di uno), il Capo mazarese in particolare, compreso nel territorio tra il feudo di Triglia e il feudo di Bresciana, prendesse il nome del primo affidatario, il vescovo Ferro. Rimaneva da approfondire la ricerca cartografia per potere affermare l’origine storica. Sono tornato, con la macchina fotografica alla Sala Sicilia del Comune di Mazara, ma non ho più trovato la carta che mi aveva fatto pensare al vescovo Ferro. Al suo posto c’è un’altra carta antica (non bella come la prima) in cui, ironia del caso, è riportato il toponimo C. Ferro. Per pignoleria ho condotto ulteriori ricerche su altre carte dal XVI al XVIII Secolo e la più bella e nitida è risultata quella del 1578 di Stefano Bonsignori (esposta a Palazzo Vecchio di Firenze) in cui, sotto la scritta Mazara, figura “C. Ferro”. Non ho avuto più dubbi sul nome storico, vero della vecchia, cara Palude.
Enzo Sciabica Naturalista
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