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01/10/2026 06:00:00

Marsala, Paola Barraco morì dopo un intervento. I consulenti: «Nella Tac c'era già un'ostruzione»

Un intervento chirurgico. Poi i giorni in ospedale, il vomito persistente, il peggioramento. Una Tac eseguita il 20 dicembre che, secondo i consulenti nominati dalla Procura, mostrava già un segno di ostruzione meccanica dell'intestino. Quindi la perforazione, un secondo intervento d'urgenza e, infine, la morte.

È la storia di Paola Barraco, marsalese di 61 anni, morta il 29 dicembre 2023 all'ospedale “Paolo Borsellino” di Marsala. Una vicenda sulla quale da quasi tre anni la famiglia chiede di sapere esattamente cosa sia accaduto.

Tp24 ha esaminato l'esposto presentato dai familiari, l'integrazione della consulenza medico-legale disposta dalla Procura e l'avviso di conclusione delle indagini.

 

Il procedimento penale, che in una prima fase aveva coinvolto 27 persone tra medici e infermieri, si è progressivamente ristretto. Oggi l'ipotesi accusatoria rimasta in piedi riguarda Francesca Pandolfo, medico radiologo dell'ospedale di Marsala.

Una precisazione è indispensabile: si tratta di un'accusa ancora da accertare in giudizio. La dottoressa Pandolfo non è stata condannata e beneficia pienamente della presunzione di innocenza fino a una eventuale sentenza definitiva.

 

Il ricovero e l'intervento

 

Paola Barraco arriva al Paolo Borsellino il 15 dicembre 2023. Negli atti della Procura l'intervento viene indicato come eseguito per un “laparocele strozzato”. Nell'esposto, i familiari raccontano che l'operazione viene effettuata nella notte tra il 15 e il 16 dicembre.

Dopo l'intervento, però, qualcosa non va.

La famiglia racconta di episodi ripetuti di rigurgito e vomito di colore verde, proseguiti per diversi giorni. Secondo quanto riportato nell'esposto, i parenti avrebbero manifestato più volte preoccupazione, ricevendo rassicurazioni sul fatto che quel quadro fosse compatibile con il decorso postoperatorio. Nei giorni successivi la paziente non viene dimessa e il suo stato continua a essere monitorato.

 

 

La Tac del 20 dicembre

 

Il passaggio centrale dell'inchiesta giudiziaria è la Tac dell'addome eseguita il 20 dicembre.

Su questo esame la Procura ha chiesto un approfondimento ai propri consulenti tecnici, Giuseppe Davide Albano e Nello Grassi, affiancati da uno specialista radiologo.

Ed è qui che il quadro cambia.

Nell'integrazione della consulenza si legge che le immagini del 20 dicembre mostravano un “chiaro segno di ostruzione meccanica”, costituito dalla presenza di una “ansa di transizione”.

In termini più semplici: secondo i consulenti, nelle immagini era visibile il punto nel quale l'intestino passava bruscamente da una condizione di dilatazione a una di restringimento, segno considerato indicativo di una vera ostruzione meccanica e non soltanto del rallentamento dell'intestino che può verificarsi dopo un intervento chirurgico. 

Ed è su questo punto che si concentra oggi l'accusa.

 

L'accusa alla radiologa

 

Nell'avviso di conclusione delle indagini, datato 16 settembre 2024, la Procura contesta alla dottoressa Francesca Pandolfo, che aveva esaminato la Tac del 20 dicembre, di non avere individuato quello che viene definito uno “stop meccanico” derivante da ostruzione ileale.

Secondo l'ipotesi accusatoria, questa mancata diagnosi avrebbe impedito ai medici che seguivano la paziente di individuare tempestivamente il problema e di valutare un precoce nuovo intervento chirurgico.

La Procura collega quindi quell'omissione alla successiva perforazione intestinale, alla peritonite, allo shock settico e alla morte della donna. I reati indicati nell'avviso sono quelli previsti dagli articoli 589 e 590-sexies del codice penale, nell'ambito della responsabilità sanitaria. 

È, va ripetuto, la tesi dell'accusa, che dovrà essere sottoposta al vaglio del giudice e confrontata con le argomentazioni della difesa.

 

Cosa sarebbe cambiato se l'ostruzione fosse stata vista?

 

È probabilmente la domanda più dolorosa per la famiglia.

La consulenza della Procura offre una risposta importante, ma più prudente di quanto potrebbe apparire a una prima lettura.

Gli esperti scrivono che, se l'ansa di transizione fosse stata correttamente individuata il 20 dicembre, il trattamento più appropriato sarebbe stato di tipo chirurgico e che questo avrebbe «certamente portato ad una modifica del decorso clinico».

 

 

E gli altri medici?

 

Qui gli atti raccontano una storia più complessa di quella, inevitabilmente più netta, vissuta dalla famiglia.

La Procura aveva inizialmente allargato l'indagine a 27 sanitari. Dopo gli accertamenti tecnici, le posizioni della quasi totalità sono state separate e avviate verso l'archiviazione, mentre l'indagine è proseguita sulla radiologa.

E la stessa consulenza spiega perché.

Nei giorni 22, 24 e 25 dicembre, Paola Barraco presentava, secondo i consulenti, vomito e un aumento degli indici di flogosi. Elementi che avrebbero potuto suggerire ulteriori approfondimenti, tanto che gli esperti osservano che una nuova Tac avrebbe potuto essere anticipata rispetto al 27 dicembre.

Ma subito dopo introducono una distinzione essenziale.

Poiché il referto della Tac del 20 dicembre non segnalava un'ostruzione meccanica, e poiché alcuni sintomi potevano essere compatibili anche con un ileo paralitico postoperatorio, i consulenti ritengono che, ragionando sulla base delle informazioni disponibili in quel momento, non vi fossero elementi così univoci da poter affermare con certezza che i chirurghi avrebbero dovuto modificare il trattamento e tornare immediatamente in sala operatoria. 

In altre parole: per i consulenti della Procura, il referto radiologico del 20 dicembre avrebbe orientato anche le scelte successive.

 

 

Il 27 dicembre la perforazione è evidente

 

Il quadro precipita il 27 dicembre.

Viene eseguita una nuova Tac. Questa volta, secondo la consulenza, le immagini mostrano la perforazione intestinale.

Da quel momento, scrivono gli esperti, il trattamento invasivo diventa «assolutamente necessario e indicato».

La Tac viene effettuata attorno alle 16 del 27 dicembre. L'intervento chirurgico comincia alle 6:50 del 28 dicembre: trascorrono dunque circa 14 ore e 50 minuti.

Anche su questo punto i consulenti usano parole nette: definiscono quel tempo un ritardo diagnostico-terapeutico meritevole di censura.

Ma aggiungono subito un altro elemento fondamentale: secondo i loro calcoli, quel ritardo non avrebbe modificato il successivo decorso, perché già il 27 dicembre il rischio di mortalità della paziente era estremamente elevato e sostanzialmente sovrapponibile a quello del giorno successivo.

 

Il secondo intervento e la morte

 

Durante il secondo intervento viene riscontrato un intestino ormai gravemente compromesso.

L'avviso della Procura ricostruisce una sequenza che porta dalla sofferenza ischemica di un'ansa intestinale alla perforazione, quindi alla peritonite, allo shock settico e infine all'arresto cardiocircolatorio. 

Paola Barraco muore alle 00:40 del 29 dicembre 2023, come risulta dal certificato di morte allegato alla denuncia presentata pochi giorni dopo dai familiari.

 

Dal 2024 al 2026: il procedimento continua

 

Da allora la famiglia ha seguito il procedimento passo dopo passo.

Dopo la consulenza tecnica, la posizione degli altri sanitari è stata separata, mentre il 16 settembre 2024 la Procura ha notificato a Francesca Pandolfo l'avviso di conclusione delle indagini preliminari.

Nel 2026 si è aperto un ulteriore fronte: il legale delle parti offese ha chiesto che l'Asp di Trapani venga chiamata nel procedimento come responsabile civile.

È bene chiarire cosa significa. Non vuol dire che l'Azienda sanitaria sia accusata di un reato. L'eventuale citazione come responsabile civile riguarda la possibilità che l'ente sia chiamato a rispondere economicamente dei danni nel caso in cui una responsabilità penale venga accertata.

Sulla richiesta il giudice si era riservato di decidere.  Tutto è stato rinviato al 9 ottobre, alle 10, in aula B.

 

 

Non soltanto la responsabilità di una persona

 

Per i familiari di Paola Barraco, però, questa vicenda non può ridursi al nome di un singolo medico.

La loro domanda è più ampia: come può accadere che una paziente resti per giorni in ospedale con sintomi persistenti, mentre un segno che solo mesi dopo verrà giudicato decisivo era già presente in un esame diagnostico?

Gli atti non autorizzano a dire che tutti abbiano sbagliato. Anzi, la consulenza della Procura delimita con precisione le responsabilità che ritiene sostenibili e quelle che, invece, non considera causalmente provate.

Ma proprio per questo restano alcune domande organizzative che vanno oltre il processo penale.

Come vengono messi insieme, in un reparto, sintomi, esami di laboratorio e immagini radiologiche? Quanto pesa un referto nella successiva valutazione clinica? Quando un peggioramento persistente determina una rivalutazione completa? Quanto contano, e come vengono registrate, le segnalazioni dei familiari? Come funzionano i passaggi di informazioni tra turni e tra specialisti diversi?

Non sono domande che attribuiscono colpe. Sono domande sulla sicurezza delle cure.

 

«Vogliamo che altre famiglie non restino sole»

 

È questo, soprattutto, il motivo per cui i familiari di Paola hanno deciso adesso di raccontare pubblicamente la sua storia.

Dicono di aver impiegato mesi per capire cosa fosse successo davvero durante quei giorni al Paolo Borsellino. Solo attraverso la cartella clinica, gli atti della Procura e le consulenze tecniche hanno potuto ricostruire una sequenza che, mentre la vivevano, appariva molto diversa.

E chiedono che chi ritiene di aver vissuto situazioni analoghe non rinunci a capire.

Non significa trasformare ogni esito negativo di una cura in un caso giudiziario, né considerare automaticamente un errore ogni complicazione. Significa, più semplicemente, ricordare che i cittadini possono chiedere la propria documentazione sanitaria, farla valutare da professionisti indipendenti e, quando ne ricorrano i presupposti, rivolgersi alle autorità competenti.

Per Paola Barraco, intanto, la prossima data è il 9 ottobre.

A quasi tre anni dalla sua morte, la famiglia aspetta ancora che il procedimento stabilisca se ciò che accadde in quei tredici giorni all'ospedale di Marsala fu una complicazione inevitabile oppure se, come sostiene l'accusa, ci fu un errore che impedì di intervenire quando c'era ancora tempo per cambiare il corso degli eventi.