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01/10/2026 06:00:00

Sanità, sempre più specializzandi ma pochi scelgono l'emergenza

La buona notizia è che aumentano i medici che accedono alle specializzazioni. Quella che deve preoccupare è dove continuano a mancare. Il concorso nazionale del 2026 restituisce una fotografia con due facce: migliora la copertura complessiva dei contratti, ma restano ampi vuoti in alcune discipline. E tra queste c’è Medicina d’emergenza-urgenza, cruciale per il funzionamento dei Pronto soccorso. Il problema, dunque, va oltre il numero delle borse finanziate. Riguarda la capacità di rendere attrattivi i percorsi formativi e di avvicinare le aspirazioni dei giovani medici alle necessità dell’assistenza.

 

Più candidati, ma la crescita non basta

Secondo l’analisi di Massimo Minerva, presidente dell’Associazione Liberi Specializzandi, al concorso del 21 luglio hanno partecipato 17.652 candidati, l’11,1% in più rispetto al 2025. I contratti statali sono invece aumentati di circa l’1%, raggiungendo quota 14.631.

Con una platea di aspiranti più numerosa, le assegnazioni sono salite da 12.238 a 13.104 e la copertura è passata dall’84% al 90%. Un miglioramento concreto, che lascia comunque oltre 1.500 contratti statali senza assegnazione.

La media nazionale, inoltre, nasconde differenze profonde. Alcune specializzazioni riempiono tutti i posti disponibili; altre continuano a raccogliere adesioni molto inferiori all’offerta.

 

Il nodo dei pronto soccorso

Il caso più significativo è quello di Medicina d’emergenza-urgenza. Le assegnazioni passano da 537 a 649: un aumento di circa il 21%, che segnala una ripresa dell’interesse. Ma i posti banditi sono 985. Ne rimangono quindi scoperti 336, circa uno su tre.

Il recupero merita attenzione, ma non consente di considerare superata la difficoltà di attrarre futuri specialisti. E pone una domanda che riguarda direttamente la politica sanitaria: quali condizioni di formazione e quali prospettive professionali vengono offerte a chi sceglie l’emergenza?

I dati sulle assegnazioni, da soli, non spiegano le motivazioni dei candidati. Indicano però con chiarezza dove occorre approfondire e intervenire.

 

 Le specializzazioni che faticano a convincere

L’emergenza non è l’unico settore in difficoltà. Microbiologia e virologia assegna appena il 17% dei posti; Farmacologia e tossicologia clinica si ferma al 34%, Patologia clinica e biochimica clinica al 36%. Radioterapia migliora sensibilmente, passando dal 35% al 58%, ma conserva un’ampia quota di contratti non assegnati. Sono numeri che impongono di verificare  l’attrattività delle scuole e la programmazione. Ridurre automaticamente i posti dove le adesioni sono poche potrebbe trascurare i bisogni sanitari. Continuare a finanziarli senza affrontare le ragioni dei vuoti, però, rischia di lasciare quelle necessità senza risposta.

 

Le preferenze si concentrano su poche discipline

Un altro elemento emerge dalle scelte dei primi mille candidati in graduatoria, quelli che possono contare su maggiori possibilità di accesso. Cardiologia raccoglie 247 preferenze, Dermatologia 131 e Oftalmologia 109. Tre specializzazioni assorbono così quasi la metà delle scelte di questo gruppo; le prime dieci arrivano all’82,4%. È una forte concentrazione, che non autorizza a giudicare le scelte individuali ma obbliga a interrogarsi sull’equilibrio del sistema. Le aspettative dei futuri specialisti e le esigenze della sanità possono divergere. La programmazione deve saper riconoscere questa distanza e lavorare per ridurla.

 

Una responsabilità politica

Finanziare la formazione è necessario. Perché l’investimento produca risultati, occorre anche capire perché alcune scuole attraggano candidati e altre continuino a lasciare posti vuoti. Qualità dei percorsi, organizzazione del lavoro e prospettive di carriera sono questioni da mettere al centro di questa verifica.

L’aumento delle assegnazioni è un passo avanti. La sfida resta trasformarlo in una crescita equilibrata degli specialisti di cui il Paese avrà bisogno.