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19/10/2026 19:41:00

Trapani, studenti in piazza: ma chi li ascolta davvero?  

Agli studenti insegniamo la democrazia, ma quando provano a esercitarla siamo davvero disposti ad ascoltarli? 

 

A Trapani, il 19 ottobre, i ragazzi del Liceo "Fardella - Ximenes" sono scesi in piazza Aldo Bassi per chiedere più sicurezza nelle scuole. 

 

Hanno portato fuori dalle aule una richiesta che riguarda la loro vita quotidiana e chiama in causa le responsabilità delle istituzioni. 

La sicurezza degli edifici, del resto, non è materia sulla quale si possa improvvisare. Richiede verifiche, risorse, interventi e responsabilità definite. 

 

Ma proprio la concretezza di una richiesta come questa dovrebbe rendere più semplice aprire un confronto: quali sono le criticità? Che cosa si può fare subito? Quali interventi richiedono tempi più lunghi? Chi deve occuparsene?

Sono domande alle quali gli studenti hanno diritto di ricevere risposte comprensibili. Non perché debbano sostituirsi agli amministratori o ai tecnici, ma perché sono loro a vivere quotidianamente quegli spazi.

 

Eppure, la domanda che la loro protesta lascia sul tavolo va oltre le condizioni degli edifici scolastici: perché la voce degli studenti acquista visibilità solo quando arriva in piazza? E quanto spazio trova, invece, dentro la scuola, dove dovrebbe essere naturale poter parlare, dissentire e avanzare proposte?

 

La questione é riconoscere che i ragazzi hanno il diritto di essere presi sul serio. Che le loro richieste meritano risposte, non sufficienza. Che la partecipazione non può ridursi a una lezione di educazione civica o all'elezione dei rappresentanti di classe, se poi manca la disponibilità a confrontarsi con ciò che gli studenti hanno da dire.

 

La scuola dovrebbe essere il primo luogo in cui la democrazia smette di essere una materia da studiare e diventa un'esperienza da vivere. 

 

La protesta odierna di Trapani - insieme al mezzo milione di ragazzi che in questi giorni hanno portato in piazza un misto di rivendicazioni, dal clima alla questione Palestinese, con rivendicazioni molto concrete sul modello di scuola e di sviluppo economico necessario alle nostre comunità - ci costringe a chiederci se sia davvero così.

 

Le piazze sessantottine sono lontane, ma se i diritti da rivendicare sono diversi, resta il fatto che ce ne siano ancora troppi da difendere. 

Ed uno di quelli reclamati dagli studenti trapanesi - come tanti altri coetanei in Italia ed in Europa - é quello di "contare", di imparare nelle scuole il senso critico oltre ai programmi ministeriali. Chiedono di essere ascoltati, davvero, ed essere presi sul serio. Chiedono più futuro e meno guerra, più risorse da investire nelle scuole che in F35. 

Chiedono futuro, chiedono fiducia. E non hanno risposte. 

 

L'unica che il governo Meloni ha dato, in modo tempestivo, è stata in chiave securitaria come reazione alle manifestazioni di Milano: un decreto legge per intervenire subito, già domani, trasferendo alcuni provvedimenti dal decreto sicurezza, in una misura che entrerebbe in vigore subito, senza dover attendere la conclusione dell'iter parlamentare.

 

Le novità dovrebbero riguardare l'estensione del fermo preventivo nei confronti dei minori, misure anti-baby gang e divieto di aggregazione per i responsabili di violenze di gruppo e devastazioni. Al vaglio ci sarebbe anche la possibilità di un arresto differito, fino a 48 ore dopo, per chi partecipa a danneggiamenti di gruppo e l'inasprimento della pena per i blocchi stradali. 

 

Ma la democrazia non si difende soltanto impedendo che una piazza degeneri e condannando le violenze: sempre e tutte. 

Si difende anche dando ai ragazzi ragioni per credere nelle istituzioni, luoghi in cui esercitare il pensiero critico e la certezza che la loro voce possa produrre un cambiamento. 

Perché si può intervenire sui disordini, fermare chi commette violenze, inasprire le pene. Ma non si può decretare la fiducia, né imporre per legge la speranza.

 

Agli studenti del Fardella-Ximenes - come a quelli che in questi giorni hanno riempito le piazze di Milano, Bologna, Pisa e Oltralpe - non basta chiedere di rispettare le regole. 

Bisogna dimostrare che le regole valgono anche per chi governa, che i diritti non sono promesse e che la scuola merita più attenzione delle paure che si agitano intorno ad essa.

 

Perché il problema non è una generazione che scende in piazza. Il problema sarebbe una generazione che smette di farlo perché ha smesso di credere che qualcuno possa ascoltarla. 

E allora, prima di domandarci come riportare i ragazzi nelle aule, dovremmo chiederci se siamo capaci di farli sentire protagonisti di ciò che accade dentro quelle aule e fuori.

 

Una scuola che insegna la democrazia, ma non ascolta chi la abita, rischia di trasformare l'educazione civica in una lezione senza testimoni. E un Paese che risponde alla domanda di futuro soltanto con misure di sicurezza può anche riuscire a svuotare le piazze. Ma non per questo avrà riconquistato la fiducia dei giovani.

 

Valentina Colli